Ilhan Omar e la democrazia sotto tiro
La persecuzione giudiziaria degli avversari politici è tradizionalmente un’arma che fa parte dell’arsenale di Donald Trump e non deve perciò sorprendere più di tanto il fatto che venga utilizzata anche alla vigilia di complicate elezioni per il Partito Repubblicano. La perquisizione dell’abitazione di un membro del Congresso da parte degli agenti dell’immigrazione USA, avvenuta nella mattinata di lunedì e a sole tre settimane dal voto di “metà mandato”, è tuttavia un fatto gravissimo e virtualmente senza precedenti, che ribadisce come l’inquilino della Casa Bianca sia ben determinato a interferire sulle dinamiche elettorali e, ancora di più, a procedere a grandi passi verso il consolidamento di una vera e propria dittatura presidenziale.
Su mandato del dipartimento di Giustizia, la sezione dedicata alle indagini criminali (“Homeland Security Investigations”) dell’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione (ICE) ha perquisito la residenza della deputata democratica del Minnesota, Ilhan Omar, a Washington. Il governo ha confermato appunto l’esistenza di un’indagine di natura criminale in corso, ma senza rendere note le accuse sollevate nei confronti della 44enne membro della Camera dei Rappresentanti. L’unica informazione passata alla stampa è che il caso riguarderebbe possibili irregolarità nelle pratiche relative all’immigrazione presentate dal defunto padre della deputata quando quest’ultima era una bambina.
Ilhan Omar è nata a Mogadiscio, in Somalia, nel 1982 e, assieme alla famiglia, era fuggita dal paese africano nel 1991, durante la guerra civile, verso un campo profughi in Kenya. Nel 1995 sarebbe poi arrivata negli Stati Uniti, dove è stata naturalizzata, ovvero è diventata formalmente cittadina americana, nel 2000. Nel 2018 è stata eletta per la prima volta alla camera bassa del Congresso di Washington e fa parte dell’ala “progressista” del Partito Democratico. Ilhan Omar è la prima rifugiata di origine africana a essere stata eletta al Congresso e, assieme alla collega del Michigan Rachida Tlaib, anche la prima deputata di fede musulmana.
In più di un’occasione è stata presa di mira dagli attacchi di Trump, quasi sempre accompagnati da insulti razzisti. Le critiche che la Omar ha frequentemente rivolto a determinati orientamenti della politica estera americana, in particolare contro Israele e il genocidio palestinese a Gaza, ne hanno fatto un bersaglio continuo dell’attuale presidente. In passato, Trump aveva ad esempio definito la deputata “spazzatura”, chiedendone la deportazione nel suo paese di origine. Le aggressioni verbali nei suoi confronti si erano accompagnate l’anno scorso a una campagna strumentale contro l’intera comunità somala del Minnesota, in linea con la criminalizzazione deliberata degli immigrati negli Stati Uniti. Il dipartimento di Giustizia aveva cioè aperto un’indagine su presunte truffe collegate al dirottamento di fondi pubblici gestiti da associazioni umanitarie che operano a favore dei residenti di origine somala nello stato da cui proviene Ilhan Omar.
Intervistato lunedì a proposito della perquisizione nell’abitazione della deputata, Trump ha affermato di non avere nulla a che fare con il blitz, per poi ribadire la sua opinione non esattamente lusinghiera di quest’ultima. I tentativi in generale da parte dell’amministrazione repubblicana di liquidare il caso come un procedimento puramente giudiziario senza implicazioni politiche non sono in ogni caso convincenti. Secondo i media americani, per cominciare, il ministro della Giustizia (“Attorney General”) fedelissimo del presidente, Todd Blanche, era perfettamente al corrente dell’operazione portata a termine nelle prime ore di lunedì.
Non solo, ci sono tutti i segnali del fatto che l’iniziativa sia partita da Trump in persona, il quale, come accennato all’inizio, ha più volte agito in questo modo in tempi recenti, oltretutto anticipando successivi procedimenti legali attraverso avvertimenti intimidatori nel corso di comizi pubblici o post sui social network. Nel caso in questione, giovedì scorso Trump si era lamentato su Truth dell’invasione del Minnesota da parte degli immigrati somali, che sarebbero responsabili di “violenza, assassini e caos” in tutto lo stato. Il presidente aveva invitato gli abitanti del Minnesota a ribellarsi a questa situazione, assicurando che il governo federale sarebbe stato pronto a salvare lo stato, in caso di bisogno.
Due giorni più tardi, Trump ha invece attaccato esplicitamente Ilhan Omar e il suo paese di origine dal palco di un comizio nel Tennessee. A suo dire, la Somalia “non ha un governo”, né “una polizia”, ma soltanto “crimine e squallore”. Nello stesso intervento è infine tornato sulle accuse mai dimostrate di truffa verso la comunità somala del Minnesota. Oltre a Trump, svariati altri membri della sua amministrazione avevano in più di un’occasione minacciato Ilhan Omar. Rilanciando le insinuazioni che continuano a circolare negli ambienti dell’estrema destra USA sull’illegittimità delle pratiche relative alla sua naturalizzazione, il numero uno del dipartimento per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, aveva avvisato che, se il governo fosse stato in grado di dimostrare che la deputata non ha il diritto di vivere negli Stati Uniti, sarebbe stata espulsa.
Quella contro Ilham Omar è dunque a tutti gli effetti una persecuzione politica ingiustificata e attentamente calcolata. Lo dimostra il fatto che è una convenzione ben consolidata negli Stati Uniti che il dipartimento di Giustizia si astenga da iniziative dirette contro i candidati di qualsiasi partito nei 60 giorni che precedono un’elezione, proprio per evitare di influenzarne l’esito. L’operazione di lunedì punta così a danneggiare, se non a togliere di mezzo del tutto con l’arresto o l’espulsione, una delle deputate che maggiormente si sono spese contro l’amministrazione Trump.
L’origine straniera di Ilhan Omar è da mettere in relazione anche agli sforzi della Casa Bianca per privare del diritto di voto milioni di americani. Trump denuncia infatti da tempo la presenza – tra gli elettori registrati – di immigrati irregolari, nonostante casi simili siano straordinariamente rari e in nessun modo determinanti sui risultati del voto sia a livello locale che nazionale.
Ilhan Omar ha in ogni caso reagito fermamente alla perquisizione di lunedì. In un comunicato ufficiale ha assicurato che non si farà “mettere a tacere” e ricordato la “campagna di menzogne” che Trump ha orchestrato nell’ultimo decennio nei suoi confronti. Campagna culminata ora con “questa… intimidazione politica”. Vari esponenti di spicco del Partito Democratico hanno a loro volta condannato l’iniziativa verosimilmente promossa in prima persona dal presidente, talvolta pronunciando – in maniera appropriata – parole come “dittatura” e “fascismo”.
È tuttavia molto improbabile che il suo partito adotterà iniziative concrete per difenderla. Questa ipotesi si può quasi del tutto escludere sulla base di alcuni precedenti che hanno già visto coinvolta la deputata del Minnesota. Nel 2019, ad esempio, Ilhan Omar era stata oggetto di provvedimenti da parte del Partito Democratico perché aveva affermato l’ovvio a proposito delle attività svolte dalla famigerata lobby sionista AIPAC, vale dire che essa ha un’influenza spropositata e nefasta sulla politica americana. La deputata era stata alla fine costretta a scusarsi pubblicamente.
Quando invece nel 2023 la maggioranza repubblicana approvò la sua rimozione dalla commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, perché accusata di avere rilasciato dichiarazioni “antisemite”, i colleghi di partito si limitarono a votare contro questa misura, per poi sottoscrivere una risoluzione che dichiarava Israele un “alleato legittimo e democratico” degli Stati Uniti. La stessa Omar mise la propria firma sotto il documento.
In sostanza, una buona parte del Partito Democratico nutre risentimenti non molto diversi da quelli di Trump e dei repubblicani verso la deputata di origine somala, principalmente per via delle posizioni espresse contro il regime sionista e i suoi crimini. Fu d’altra parte il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden ad agire contro Ilhan Omar sulla base di accuse mai dimostrate di finanziamenti illeciti provenienti dall’estero. Il procedimento non avrebbe portato a nulla di concreto, ma ha in qualche modo aperto la strada e facilitato l’offensiva (pseudo-)legale lanciata ora, a poche settimane dalle elezioni di “midterm”, su iniziativa di Donald Trump.

