NAZA, la verità è un crimine
La minaccia del premier/criminale di guerra israeliano Netanyahu di individuare e incriminare i soldati delle Forze di Occupazione che sono apparsi in forma anonima nel docu-film NAZA, premiato recentemente al Festival di Venezia, rappresenta un altro tentativo disperato di contenere il senso di orrore dilagante in tutto il mondo per i crimini commessi dal suo regime contro la popolazione palestinese. Gli ambienti sionisti più radicali, incluso lo stesso primo ministro, intendono anche punire in maniera esemplare i due registi israeliani dell’opera, incitando più o meno apertamente azioni violente contro questi ultimi. Il tutto mentre altri media occidentali hanno rivelato nuovi particolari raccapriccianti sulla strage di civili a Gaza inaugurata ormai più di tre anni fa.
Nei giorni scorsi, in una lettera indirizzata al Procuratore Generale, Gali Baharav, al comandante delle Forze di Occupazione, generale Eyal Zamir, e al numero uno dello Shin Bet, David Zini, Netanyahu ha chiesto di “agire con urgenza per rivelare l’identità di tutti coloro che sono stati coinvolti o sono apparsi nella pellicola diffamatoria” NAZA. I responsabili dovranno essere incriminati e processati con le accuse di avere rivelato informazioni sensibili, calunniato e danneggiato gli interessi diplomatici e della sicurezza di Israele.
Il film è co-diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, già premiati con l’Oscar per No Other Land nel 2025, e documenta i massacri contro i palestinesi da parte delle forze armate israeliane. Una ventina di militari vengono intervistati sui tetti di Tel Aviv senza rivelare la loro identità, spiegando, tra l’altro, metodi e protocolli con cui, spesso con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale, l’esercito israeliano prende di mira e uccide i civili a Gaza. Tra le informazioni più sconvolgenti ci sono quelle relative ai margini di errore consentiti per un’operazione diretta contro un presunto militante di Hamas o di altre organizzazioni della Resistenza, ovvero l’entità dei “danni collaterali” ritenuti accettabili. Alcuni militari intervistati hanno ad esempio riferito che i vertici delle forze armate arrivano a tollerare fino a 500 morti civili se un singolo bombardamento consente di liquidare un membro di alto livello di Hamas.
Gli autori e i produttori del film – tra cui il quotidiano britannico Guardian – hanno ricordato in questi giorni come le rivelazioni contenute nella pellicola siano state sottoposte a rigorose verifiche che ne attestano la veridicità. Il team che vi ha lavorato ha preso le mosse da informazioni che erano state inizialmente pubblicate dalla testata palestinese +972 Magazine, da quella in lingua ebraica Local Call e dallo stesso Guardian tra il 2023 e il 2025. Per Netanyahu, tuttavia, il film offrirebbe “una narrativa falsa, fuorviante e parziale che diffama a livello internazionale lo stato di Israele e le sue forze armate, danneggiando seriamente la reputazione” di Tel Aviv.
Non è evidentemente la diffusione pubblica della verità sulle metodologie del genocidio in corso a screditare il regime sionista, ma la sua stessa condotta criminale. Israele è un progetto basato sull’apartheid e la repressione violenta di un intero popolo, al preciso scopo di eliminarlo o espellerlo completamente dalla propria terra. Come tale, il regime sionista si regge sulla menzogna e sulla propaganda, così che i suoi leader sono appunto costretti a condurre una battaglia spietata contro la verità sulla propria natura e i suoi crimini mostruosi, da qualsiasi fonte essa provenga.
Coerentemente con questa realtà, il governo di ultra-destra di Netanyahu, come già accennato all’inizio, ha ipotizzato provvedimenti contro i due autori del film. Non solo si è parlato di privare Abraham e Szor della cittadinanza israeliana o di processarli per tradimento, ma gli ambienti più radicali minacciano iniziative violente contro i due registi e le loro famiglie. Le abitazioni dei genitori di entrambi sono ad esempio presidiate da dimostranti che ne chiedono esplicitamente l’esecuzione come traditori. A questo proposito, Rachel Szor ha spiegato che la pellicola ha suscitato reazioni “estremamente aggressive”, testimoniate dalle numerose minacce di morte ricevute nelle ultime settimane. I due autori continuano a vivere lontani da Israele, dove ritengono sia al momento troppo pericoloso tornare.
La ferocia con cui NAZA è stato attaccato in Israele contrasta in maniera drastica con l’accoglienza ricevuta ovunque sia stato finora proiettato. A Venezia aveva ottenuto a settembre il Gran Premio della Giuria e ricevuto l’applauso più lungo della storia del festival. Il numero di spettatori ha superato spesso anche quello registrato dalle grandi produzioni, a dimostrazione dell’enorme interesse tra il pubblico per il genocidio palestinese e il desiderio di conoscere una verità che i mezzi di stampa ufficiali tendono in genere a occultare o come minimo a sfumare, allo scopo di preservare l’immagine di Israele.
Al di là dei particolari sui protocolli di morte rivelati da NAZA e adottati metodicamente da Israele nell’attuazione del genocidio, le stragi deliberate di civili palestinesi a Gaza sono state raccontate in molte occasioni negli ultimi tre anni. Proprio in concomitanza con le minacce di Netanyahu ai registi del docu-film premiato a Venezia, Der Spiegel ha pubblicato le testimonianze di una decina di soldati israeliani che raccontano come vengono uccisi i civili nella striscia, per poi essere catalogati post-mortem come “terroristi”.
David, riservista di fanteria impiegato in diverse operazioni nella striscia, ha raccontato ad esempio che la sua unità ha ammazzato “molti uomini disarmati”, spesso dopo aver ricevuto ordini di sparare a uomini in età militare con l’obiettivo di ucciderli. Un ufficiale di alto grado gli avrebbe spiegato che gli arabi dovevano essere puniti, costretti a comprendere che Israele avrebbe continuato a sottrarre loro territorio e a respingerli sempre più lontano. Con il proseguire della guerra, ha aggiunto David, alle violenze si è affiancata una componente sempre più apertamente messianica ed estremista. Alcuni soldati consideravano cioè le uccisioni un dovere religioso e invocavano lo sterminio degli arabi e la costruzione di insediamenti nella striscia, ripetendo slogan simili a quelli dei ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir.
Anche Yuval Green, riservista della 55esima brigata paracadutisti, ha riferito di ordini deliberatamente vaghi, tali da lasciare ai militari un margine pressoché incontrollato nella scelta di chi uccidere. Secondo Green, un comandante aveva persino affermato che, se un bambino fosse entrato in una casa in cui si trovava un presunto terrorista, avrebbe dovuto essere ucciso insieme a lui. Ancora più esplicita è la testimonianza di Yaakov, un riservista che ha trascorso circa 250 giorni nella striscia, descrivendo una politica della terra bruciata diretta a impedire ai palestinesi di tornare nelle proprie case. La sua brigata, ha riferito, avrebbe ucciso tra le 160 e le 170 persone in poco più di ottanta giorni, ma soltanto un uomo sarebbe stato sospettato di portare un’arma. Eppure, ha precisato, tutti i morti furono registrati come terroristi.
In un altro episodio, alcuni palestinesi che si stavano rinfrescando in mare sarebbero stati classificati allo stesso modo e uccisi. Il meccanismo emerge anche dal racconto di Tal, un altro riservista, a proposito dell’attacco israeliano del 25 agosto 2025 all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel quale morirono 22 persone, compresi cinque giornalisti. Secondo Tal, dopo ogni uccisione o ferimento l’esercito cerca anzitutto di collegare le vittime ad Hamas, perché presentare i morti come “terroristi” rende l’operazione più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Gli stessi militari chiamerebbero questa pratica “incriminazione postuma”. Tal ha ricordato in particolare il caso dei giornalisti inizialmente definiti da Israele terroristi di Hamas: un cameraman della Reuters sarebbe stato preso di mira perché la sua telecamera veniva considerata uno strumento utilizzabile da Hamas per osservare ciò che accadeva nei dintorni. “Non era un terrorista”, ha dichiarato il riservista, aggiungendo che, a suo giudizio, quei soldati tendevano fondamentalmente a considerare tali anche i giornalisti.

