GB, il “cambiamento” secondo Burnham
L’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham, è diventato lunedì il settimo primo ministro britannico a insediarsi al numero 10 di Downing Street soltanto nell’ultimo decennio. Un ritmo simile nel “turnover” alla guida del governo di Londra è già di per sé un segnale inequivocabile della crisi politica e di legittimità che sta interessando la classe dirigente del Regno Unito. Le circostanze che hanno portato alla deposizione di Keir Starmer e alla nomina del nuovo leader confermano d’altra parte che si è in presenza di una manovra disperata per garantire una qualche stabilità al sistema – e al Partito Laburista – in un contesto domestico e internazionale a dir poco esplosivo. Non sorprende perciò che Burnham abbia promesso qualche modesta concessione sul fronte della spesa sociale, principalmente per mettere un freno al costo della vita fuori controllo. In concreto, però, il governo entrante manterrà la barra del timone nella stessa direzione del precedente, tenendo fermi i due punti cardine dell’esecutivo Starmer: rigore fiscale e militarizzazione spinta.
Le nomine dei membri chiave del gabinetto confermano questa tesi. La scelta in assoluto più significativa è quella del nuovo Cancelliere dello Scacchiere, o ministro delle Finanze. A svolgere questa funzione sarà John Healey, la cui decisione di dimettersi da segretario alla Difesa del governo Starmer aveva accelerato la caduta di quest’ultimo. Healey, che già aveva ricoperto incarichi di governo sotto Tony Blair, si era defilato solo dopo avere denunciato apertamente lo stesso Starmer e l’allora Cancelliere, Rachel Reeves, per non essere stati in grado di mettere a disposizione le risorse necessarie a finanziarie l’assurda campagna di riarmo in agenda nel Regno Unito.
Secondo Healey, il “buco” della spesa per le esigenze di “difesa” si avvicinava alla cifra di 80 miliardi di sterline. Una cifra, quest’ultima, che nulla ha a che vedere con sicurezza e difesa, ma che serve ad alimentare i piani di aggressione, coltivati in sede NATO e con Washington, nei confronti principalmente di Russia e Cina. La promozione di Healey nel nuovo governo di Burnham significa perciò che l’ex ministro della Difesa avrà facoltà di indirizzare gli stanziamenti necessari verso il processo ultra-reazionario di militarizzazione della società britannica.
L’altra faccia della medaglia di questi progetti è stata rivelata dallo stesso neo-premier durante il primo discorso pubblico tenuto a Downing Street. Burnham ha parlato in termini generici di stabilità e di un altrettanto vago “nuovo modello politico ed economico” per rimediare a 40 anni di “politiche dannose”, caratterizzate da misure che hanno favorito “centralizzazione e deindustrializzazione”. A questo scopo, Burnham ha prospettato il lancio di un piano decennale per cambiare la Gran Bretagna, assieme a misure immediate per “dare respiro alle persone, aiutandole a sostenere il costo della vita” salito alle stelle.
L’impegno dichiarato di Burnham in questo senso consiste principalmente nel creare posti di lavoro per i giovani, così da “ridurre la spesa per il welfare, rispettare i vincoli fiscali e onorare gli impegni relativi alla difesa presi con i partner internazionali”. In altre parole, il piano – non esattamente inedito – consiste nell’espellere quante più persone possibile dalla rete del welfare per tagliare la spesa sociale, in modo da dirottare risorse verso il settore militare. Sostanzialmente, nulla di nuovo rispetto a Starmer o ai precedenti governi conservatori. Non sorprende perciò che la stampa ufficiale e i mercati abbiano ostentato approvazione per il premier entrante, dopo che nelle settimane seguite alle dimissioni di Starmer avevano avvertito apertamente dei pericoli a cui sarebbe andato incontro il paese nel caso Burnham avesse dato seguito alle promesse di stampo moderatamente progressista, formulate peraltro solo per esigenze di propaganda elettorale.
Le giravolte retoriche di Burnham per occultare quello che si annuncia come un governo di continuità sono necessarie al fine di evitare o, quanto meno, rinviare il collasso del Partito Laburista. La traiettoria di quest’ultimo, iniziata almeno dalla controrivoluzione di Tony Blair, è però segnata da tempo e non saranno cambiamenti cosmetici a modificare la realtà di un partito al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nonché allineato alle mire imperialiste dell’Occidente. A questo proposito, Burnham ha subito dimostrato di volere proseguire la rovinosa campagna anti-russa attraverso il sostegno incondizionato al regime neo-nazista ucraino. Zelensky è stato infatti il primo “leader” straniero a essere contattato, assieme al presidente americano Trump, dal neo-premier dopo l’insediamento ufficiale a Downing Street.
Una volta messa in archivio la procedura di successione a Starmer, i toni sia di Burnham sia dei membri del suo entourage sono apparsi subito molto più moderati rispetto alle settimane precedenti. Una sorta di “operazione prudenza” è partita in maniera coordinata, coinvolgendo politici e media. Esempio emblematico di ciò è un articolo di “analisi” pubblicato lunedì dal Guardian e basato sulle dichiarazioni di alcuni anonimi esponenti del team del nuovo primo ministro. Già dal titolo risulta chiara l’inclinazione alla cautela del suo esecutivo. Cautela ovviamente sul piano fiscale e non certo su quello militare o della politica estera.
Dopo avere assicurato che Burnham è perfettamente consapevole degli equilibri che dovrà rispettare nell’implementazione delle misure economiche allo studio, le autrici dell’articolo citano una fonte laburista vicina al premier che spiega in maniera chiara come questo stesso “delicato equilibrio” consiste, da un lato, nel “catturare l’attenzione della gente” e dall’altro nell’evitare di “agitare i mercati”. Al netto della retorica, la strategia consiste cioè nell’illudere gli inglesi con promesse populiste irrealizzabili mentre a livello concreto si opera secondo gli interessi del capitalismo d’oltremanica.
Lo stesso Burnham ha peraltro insistito, durante il discorso di insediamento, nell’assicurare che il suo tradizionale approccio prudente alle questioni economiche non verrà meno. Il riferimento al rispetto dei “vincoli fiscali” è stato più che fermo, tanto da rendere una pura formalità quello all’eventuale “flessibilità” d’azione che si riserva il nuovo governo in materia di spesa pubblica. In questo quadro, come già anticipato, la nomina di Healey alla carica di Cancelliere risulta decisiva. Sempre il Guardian ha definito “rassicurante per il business” britannico la scelta dell’ex ministro della Difesa, per poi mettere in cima all’agenda di Healey quella che ha caratterizzato come la “chiusura di un buco multimiliardario nel budget della difesa”. Un “buco” che però è tale solo nell’ottica degli insensati obiettivi di spesa militare fissati dall’Alleanza Atlantica.
Tra le altre principali nomine annunciate lunedì da Burnham, quella di Shabana Mahmood agli Interni è la più indicativa degli orientamenti anti-democratici del governo appena nato. Quest’ultima ricopriva lo stesso ruolo con Starmer ed è stata responsabile dell’applicazione di misure ferocemente anti-migratorie. Inoltre, ha sostenuto l’operazione ultra-repressiva contro Palestine Action sfociata nell’aggiunta alla lista delle organizzazioni terroristiche e nelle durissime condanne penali imposte ad alcuni suoi membri coinvolti in azioni di protesta più che legittime. La persecuzione di Palestine Action era stata inaugurata sotto la supervisione del predecessore di Shabana Mahmood al ministero degli Interni, ovvero Yvette Cooper, anch’essa riciclata da Burnham e spostata dagli Esteri alla Sanità.
In linea generale, la composizione del nuovo gabinetto riflette le dinamiche interne al “Labour” di questi mesi, con l’estromissione di gran parte dei fedelissimi di Starmer e di ministri e sottosegretari troppo compromessi con l’ala “blairita” – e ultra-screditata – del partito. Un’ultima menzione necessaria è per il nuovo ministro degli Esteri, che sarà Ed Miliband, considerato leggermente più a sinistra della fazione della “sinistra morbida” a cui apparterrebbe Burnham. Miliband era stato tra i potenziali candidati alla carica di Cancelliere, ma le voci diffuse a questo proposito servivano più che altro a confondere le acque e ad attribuire a Burnham intenzioni progressiste in realtà inesistenti. L’installazione agli Esteri di Miliband è così più che altro una concessione modesta alla sinistra del partito, in particolare all’altrettanto innocua galassia ambientalista, lasciando in larga misura immutato il corso delle disastrose politiche di Londra sul piano internazionale.

