Russia: l’Europa non crede alle sanzioni?
Dopo il ventesimo tentativo fallito di mettere in ginocchio la Russia o, per quanti nutrono aspettative più modeste, di convincere Putin a trattare seriamente una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina, a un certo numero di governi europei deve essere sorto qualche dubbio circa l’utilità e gli effetti delle sanzioni introdotte da Bruxelles a partire dal febbraio 2022. Infatti, qualche giorno fa l’UE ha dovuto penosamente rinviare di una settimana le discussioni attorno all’approvazione del 21esimo pacchetto di misure punitive dirette contro Mosca, almeno nelle intenzioni ufficiali. La ragione del mancato accordo risiede nelle resistenze di alcuni paesi membri che hanno chiesto esenzioni specifiche per questo o quel provvedimento, oppure che si oppongono in maniera pura e semplice a una o più iniziative previste dal pacchetto stesso.
Resistenze, negoziati e concessioni dovute ai malumori dei governi più riluttanti ad assecondare l’ossessione anti-russa dell’Europa hanno in realtà caratterizzato molte o quasi tutte le discussioni sulle precedenti sanzioni. In questo caso, tuttavia, rifiuti e richieste di deroghe avrebbero raggiunto, secondo quanto riportato dal Financial Times, “livelli senza precedenti”. Visto che le regole UE impongono un voto all’unanimità per approvare sanzioni, anche l’opposizione di un solo paese membro può far naufragare l’intero pacchetto. Se vi sono perciò più paesi che manifestano riserve riguardo a elementi di quest’ultimo, le difficoltà per Bruxelles e i membri favorevoli si moltiplicano esponenzialmente, allungando i tempi previsti per l’approvazione definitiva.
Le nuove misure prevedono un ulteriore giro di vite sulla cosiddetta “flotta ombra” petrolifera russa, con l’inserimento in lista nera di altre 30 imbarcazioni e l’estensione dei blocchi ai servizi di rifornimento e alla compravendita di navi metaniere per il gas naturale liquefatto (GNL). Sul fronte finanziario e industriale, il provvedimento estende il divieto di transazione a oltre trenta istituti bancari e a diverse piattaforme di criptovalute, introducendo contemporaneamente rigidi controlli all’esportazione di tecnologie per droni e leghe metalliche speciali. Tali sanzioni mirano a colpire non solo l’apparato militare-industriale russo, ma anche le aziende di paesi terzi accusate di favorire l’elusione delle misure precedentemente in vigore.
Il già citato Financial Times ha pubblicato domenica un articolo allarmato sul rischio concreto che l’appoggio dei paesi UE per l’ennesimo pacchetto di sanzioni anti-russe possa definitivamente “crollare”. L’organo tradizionalmente espressione degli ambienti finanziari europei non può ammettere in maniera esplicita che la serialità delle sanzioni implica una deriva autolesionista. Anzi, lo scopo dell’articolo è precisamente di sollecitare un ricompattamento dell’Europa a sostegno dell’Ucraina. Tuttavia, tra le righe emerge chiaramente come in molte capitali la pazienza sia arrivata al limite. Le misure contenute nei 20 pacchetti approvati in oltre quattro anni hanno causato danni prolungati per chi le ha implementate e ogni nuovo provvedimento ne allarga il campo di applicazione, acuendone ancora di più gli effetti deleteri – non per la Russia, ma per l’Europa.
L’articolo porta in sostanza alla luce il dilagare delle resistenze all’interno dell’UE al muro contro muro nei confronti di Mosca, mentre nei giorni precedenti la notizia sul mancato accordo era stata ricondotta alle consuete diatribe più o meno risolvibili con concessioni minori a questo o quel paese membro in cambio di un voto favorevole. Il Financial Times fa il nome dei governi di sei paesi che hanno manifestato serie perplessità verso il 21esimo pacchetto di sanzioni – Austria, Francia, Germania, Grecia, Italia e Portogallo – ma lascia intendere che ve ne siano anche altri.
L’atteggiamento meno accettabile di tutti, dal punto di vista di Bruxelles e dello stesso giornale britannico, è quello di Atene. Il governo greco si rifiuta di approvare l’intero provvedimento fino a quando non verrà stralciato il divieto di trasportare GNL russo verso paesi terzi. Quest’ultimo è infatti il business principale della compagnia di logistica marittima Dynagas, che ha un peso notevole nell’economia greca e, oltretutto, il suo proprietario, il miliardario George Prokopiu, ha una certa influenza sul governo di Atene. Dynagas ha trasportato più di 30 milioni di tonnellate di GNL russo dal giacimento artico di Yamal fino a destinazione a partire dal febbraio 2022. Il valore complessivo dei carichi corrisponde a più di 24 miliardi di dollari, secondo le stime del Financial Times.
Le fonti diplomatiche citate nell’articolo cercano di trasformare un problema strutturale, legittimamente accostabile al concetto di suicidio economico collettivo da parte dell’Europa, in una vicenda di “lobbying” e collusione tra un facoltoso imprenditore e il governo del suo paese d’origine. Se è pacifico che il governo greco risponda ai grandi interessi economico-finanziari domestici, come fanno senza eccezione tutti gli altri paesi europei e non solo, la questione ha implicazioni molto più ampie. Le stesse obiezioni sollevate da Atene aiutano a chiarire il quadro generale.
La Grecia invita ad esempio l’UE a imporre sanzioni che siano “significativamente più onerose per l’economia russa” che per quella europea. Inoltre, le misure punitive devono essere “attentamente calibrate”, in modo da massimizzare la pressione su Mosca e ridurre al minimo le conseguenze indesiderate. Tuttavia, se l’Europa fosse stata in grado o avesse avuto i mezzi per ottenere questo risultato, lo avrebbe evidentemente fatto da subito. L’avvertimento greco serve quindi più che altro a segnalare che la pazienza e la capacità di sopportazione, soprattutto per quei paesi maggiormente penalizzati dalla rottura con la Russia, sono quasi esaurite.
L’altro problema sollevato da Atene ha implicazioni di più lunga durata. L’auto-esclusione dal settore dei trasporti del gas liquefatto, di cui la Russia è uno dei maggiori produttori mondiali, finirebbe per favorire compagnie di altri paesi, tagliando fuori forse definitivamente quelle europee anche da questo settore strategico. Il tutto senza nemmeno che sia servito a ottenere i risultati desiderati con Mosca. Per dare l’idea di quanto l’implementazione di questo divieto inciderebbe sugli affari di Dynagas, basti citare il fatto che la compagnia greca ha in essere con la Russia contratti vincolanti in alcuni casi fino all’anno 2065, in larga misura stipulati molto prima dello scoppio della guerra ucraina nel 2022.
Tornando agli altri paesi che stanno manifestando resistenze all’approvazione del 21esimo pacchetto di sanzioni, Italia e Francia chiedono la cancellazione o un’applicazione meno rigorosa dello stop all’erogazione di visti d’ingresso in Europa per militari russi che hanno svolto servizio sul fronte di guerra. Una richiesta, quest’ultima, che ha a che fare con i danni in ambito turistico sofferti da entrambi i paesi in questi anni. L’Austria, invece, insiste sulla protezione della banca Raiffeisen dalle ritorsioni russe. A chiudere gli esempi proposti dal Financial Times ci sono i casi di Germania e Portogallo. I governi di entrambi i paesi vogliono che venga lasciata cadere la norma che vieta l’acquisto di pesce dalla Russia, perché graverebbe pesantemente sulle industrie nazionali che processano prodotti ittici.
Ad allargare le divisioni in sede UE è anche il risentimento di governi e compagnie private che hanno già subito danni complessivi per miliardi di euro a causa della furia (auto-)sanzionatoria, sia per la perdita delle quote di mercato russe sia per le inevitabili contromisure prese da Mosca attraverso l’esproprio degli “asset” europei in Russia. Chi ha sacrificato quote di PIL e fatturato in questi anni vede evidentemente con fastidio i tentativi di quei governi, come quello greco, che puntano a limitare l’impatto delle sanzioni sulle loro economie. Questa dinamica rischia di restringere gli spazi di manovra per mediare tra i paesi membri e arrivare a un voto unanime.
Il ritardo nell’approvazione del 21esimo pacchetto di sanzioni e le divergenze sull’argomento tra i paesi UE arrivano in un frangente particolarmente delicato della guerra. I dubbi che queste circostanze stanno generando si scontrano con l’ennesima massiccia operazione di propaganda costruita per far credere che il regime di Zelensky stia cambiando le sorti del conflitto e i suoi sponsor occidentali siano uniti come non mai per sostenere l’Ucraina. In realtà, la situazione sul campo per Kiev è sempre più drammatica e le operazioni talvolta efficaci operate con i droni in territorio russo servono appunto per la propaganda, ma non ad avvicinare la sconfitta della Russia. In questo quadro, l’eventuale fallimento delle politiche sanzionatorie europee rischierebbe di accelerare il crollo del già fragile edificio costruito per sostenere la disastrosa operazione Ucraina.

