La NATO sceglie la guerra
Il vertice NATO di martedì e mercoledì ad Ankara va in scena in un frangente segnato dall’avanzata inesorabile sul terreno delle forze armate di Mosca, parallelamente al moltiplicarsi delle difficoltà per il regime di Zelensky, a malapena celate dalle operazioni quasi quotidiane condotte con i droni spesso ben dentro i confini russi. Operazioni che servono in larga misura a proiettare un’immagine di forza e resistenza lontana dalla realtà, così da potere mendicare con maggiore efficacia altri fondi e altre armi a sponsor europei ben disposti a credere nella favola dello “stallo” o del ribaltamento degli equilibri nel teatro delle operazioni belliche. Oltre alla questione ucraina, l’altro argomento principale del summit è la sostanziale ratifica della trasformazione dell’Alleanza nello strumento per combattere una guerra diretta contro la Russia nel prossimo futuro. Un obiettivo anch’esso penosamente illusorio, oltre che molto pericoloso, ma che consente ai suoi membri di favorire l’assurdo processo di riarmo in corso e di alimentare la propaganda della minaccia esistenziale russa per preservare quel poco di legittimità politica rimasta a governi ultra-screditati.
La vigilia dell’appuntamento nella capitale turca è stata segnata dal proliferare di commenti allarmati sui media occidentali per la prospettiva di un disimpegno americano dal vecchio continente, in primo luogo per quanto riguarda la capacità di garantire armi e protezione agli alleati. La cancellazione di forniture previste, ad esempio, di missili Tomahawk o batterie anti-aeree, a causa dell’enorme consumo seguito all’aggressione israelo-americana dell’Iran, rappresenta un chiaro avvertimento per i governi europei. Nella versione ufficiale, le difficoltà logistiche dovute al proliferare delle avventure belliche degli USA minacciano di lasciare l’Europa scoperta davanti a una fantomatica aggressione russa.
La questione si collega direttamente ai piani di guerra europei e della NATO, che richiede uno sforzo in termini di produzione di armi tale da garantire un flusso continuo di materiale a Kiev e, allo stesso tempo, che contribuisca in maniera decisiva al rafforzamento degli arsenali dei paesi membri da questa parte dell’Atlantico. L’ipersensibilità del presidente Trump, strettamente connessa alle strade almeno in parte divergenti verso cui si dirigono gli interessi di Stati Uniti e del resto della NATO, ha in ogni caso fatto in modo che le discussioni ad Ankara avvengano entro limiti di sicurezza, così da evitare clamorose rotture pubbliche. Non sono comunque prevedibilmente mancate, già nella giornata di martedì, le solite accuse di Trump agli alleati per non avere preso parte attiva a un colossale crimine, come la guerra contro l’Iran, e per non avere ancora sprecato risorse a sufficienza in armi. Appena sbarcato in Turchia, il presidente USA ha anche rilanciato le mire americane sulla Groenlandia.
Per tenere il più basso possibile il livello dello scontro, Zelensky è stato escluso dalle riunioni ufficiali del summit, anche se è presente nella capitale turca, dove verrà ammesso agli eventi non strettamente legati all’agenda ufficiale. L’ex comico televisivo ha da parte sua già supplicato gli alleati ad affrettarsi a inviare in Ucraina altri missili o a finalizzare progetti di impianti produttivi nel paese ex sovietico, in particolare per ricostruire un minimo di difesa anti-aerea devastata dalle incursioni russe degli ultimi mesi. La disperazione di Zelensky contrasta con i toni ottimistici decisamente fuori luogo di media e governi occidentali, secondo i quali, come già accennato all’inizio, la guerra avrebbe preso una direzione diversa e a favore di Kiev. Le promesse e gli impegni a restare a fianco dell’Ucraina sono comunque in larga misura solo a uso e consumo della stampa. Lo stesso segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha ammesso nei giorni scorsi che “ci sono dei limiti alla quantità di [missili] intercettori [disponibili] sul territorio dei paesi NATO” e che, quindi, il regime di Zelensky riceverà poco o nessun sollievo in relazione al martellamento dell’artiglieria di Mosca.
In altre parole, l’Europa e la NATO continuano a ostentare un’immagine di forza e di fiducia nell’ottica di una imminente sconfitta russa o, quanto meno, per portare Putin a più miti consigli e negoziare una pace “giusta”. Nella realtà, al contrario, la coperta rimane cortissima e l’eventuale realizzazione dei folli piani di guerra di Merz, Macron, von der Leyen ecc. non potrà che passare attraverso un ulteriore assalto selvaggio alla spesa sociale in Europa. Non vi è per ora traccia di un barlume di razionalità tra i leader NATO. Ad Ankara è prevista infatti la conferma sia dell’obiettivo del raggiungimento della quota del 5% del PIL per le spese militari sia dell’esborso di 140 miliardi di euro in due anni da destinare a Kiev.
Su quest’ultimo punto ci sono peraltro tensioni striscianti all’interno del Patto Atlantico. L’agenzia di stampa Bloomberg ha scritto che alcuni paesi, tra cui l’Italia, avrebbero chiesto di stralciare dal comunicato finale del vertice l’entità dell’importo da stanziare per l’Ucraina, lasciando invece un riferimento generico agli aiuti da stabilire. D’altra parte, il piano prevede che, all’interno della cifra complessiva, Zelensky e la sua cricca dovranno negoziare con i singoli governi per decidere l’impegno effettivo di ognuno di questi ultimi. Le perplessità espresse da più parti, l’opposizione più o meno netta già manifestata da alcuni – vedi Slovacchia e Repubblica Ceca – e il recente grave scontro diplomatico tra Polonia e Ucraina lasciano insomma aperti non pochi interrogativi sull’entità del supporto effettivo che Kiev riuscirà a incassare.
Nel frattempo, gli equilibri sul terreno appaiono tutt’altro che invertiti o immutati. Le azioni terroristiche ucraine o gli attacchi contro raffinerie e altre infrastrutture russe sono utili per i titoli dei media “mainstream” o per oliare la macchina di denaro e armi dell’Occidente, ma non incidono sulle operazioni sul campo. Mosca ha annunciato nel fine settimana la liberazione pressoché totale di Konstantinkova, nel “oblast” di Donetsk, importante centro industriale e logistico massicciamente fortificato, ritenuto un elemento chiave per lanciare l’assalto all’ultima roccaforte del regime di Kiev nel Donbass. La vittoria russa è avvenuta in maniera significativa alla vigilia del vertice NATO ed è stata smentita fermamente da Zelensky. Un atteggiamento più che ovvio vista la necessità di chiedere altre armi e denaro agli alleati sulla base dei presunti successi ottenuti dalle forze ucraine nelle scorse settimane.
La presenza di Trump ad Ankara ha di per sé condizionato il formato del summit, secondo i giornali il più breve mai organizzato dalla NATO. I rappresentanti dei 32 membri avranno solo pochi minuti ciascuno per i rispettivi interventi, nel quadro di un’unica sessione plenaria prevista nella giornata di mercoledì. Questa compressione dei tempi e delle discussioni lascia intendere che le decisioni che finiranno nel comunicato finale congiunto sono già state prese, ma soprattutto che si sia deciso di ridurre al minimo le occasioni di scontro tra gli alleati. È abbastanza evidente che i leader europei continuano a temere le iniziative della Casa Bianca, ovvero che si possa materializzare un accordo sopra la testa della NATO tra Mosca e Washington. Le dichiarazioni attribuite lunedì a Trump circa il “senso di urgenza”, sentito da quest’ultimo, per mettere fine alla guerra non contribuiscono in questa prospettiva a calmare le ansie dell’Europa.
Le pressioni su Zelensky e i suoi alleati si stanno ad ogni modo moltiplicando in seguito alle ripetute ondate di massicci bombardamenti russi, tra cui l’ultimo è avvenuto nella mattinata di lunedì su Kiev e l’omonima regione. Missili e droni russi hanno preso di mira fabbriche di armi e infrastrutture energetiche, in un’escalation che, assieme ai movimenti di truppe nel Donbass, minaccia la disintegrazione dello stato ucraino, soprattutto se gli aiuti economici e militari dall’Occidente dovessero rallentare.
Su un piano più generale, il contesto europeo in cui si inserisce il vertice di Ankara di questa settimana resta segnato dalle spinte guerrafondaie di un’Alleanza che, per quanta retorica venga vomitata sull’aggressione russa, non si preoccupa nemmeno più di occultare i piani offensivi contro Mosca. L’accademico russo Dmitry Trenin ha scritto lunedì sul sito del network RT che “la strategia delle élites europee nei confronti di Mosca non ha più a che fare con la deterrenza, come durante la Guerra Fredda, ma il loro obiettivo è la distruzione della Russia in quanto potenza globale”. Il sogno europeo, prosegue Trenin, è di portare a compimento la “soluzione finale al problema russo”, in modo che questo paese non rappresenti più “un fattore nella geopolitica eurasiatica”.
Da questo obiettivo ultimo deriva l’esaltazione dei politici europei per una guerra disastrosa, come quella imposta all’Ucraina, e le manovre frenetiche per aumentare la produzione di droni o la fornitura di missili utili a colpire in profondità la Russia, nella speranza di indebolire o sconfiggere una volta per tutte il nemico storico – o presunto tale – della civiltà occidentale. Il già citato Trenin avverte tuttavia che le fantasie europee resteranno tali. La loro illusione dipende da “un errore di giudizio in base al quale Mosca accetterebbe sconfitta, umiliazione e disintegrazione piuttosto di fare ricorso all’arsenale di cui dispone”. Un arsenale che “non si limita alle armi nucleari”, anche se le provocazioni NATO potrebbero spingere la situazione fino al punto che questi ordigni dovranno essere impiegati.
L’Europa, in altre parole, continua a scambiare la pazienza strategica del Cremlino per impotenza e remissività, ma il calcolo appare pericolosamente errato, anche se nessuno, o quasi, dei leader riuniti questa settimana ad Ankara sembra comprendere i rischi delle loro iniziative. Pur di non riconoscere la sconfitta storica subita in Ucraina e di fare passi indietro dalle politiche economiche suicide e ultra-aggressive in ambito militare, nell’illusione di mettere in ginocchio Mosca, la classe dirigente europea è disposta ad accettare morte e distruzione su vasta scala, trascinando sempre più rapidamente verso il baratro l’intero continente.

