Cade Starmer, il “Labour” cambia maschera
Una delle vittorie più rotonde nella storia del Partito Laburista britannico – quanto meno in termini di seggi – si è tramutata lunedì nel triste epilogo dell’esperienza di governo del primo ministro Keir Starmer. Le dimissioni di quest’ultimo erano nell’aria da mesi, ma solo gli eventi degli ultimi giorni hanno accelerato una crisi irreversibile che affonda le radici, oltre che nelle circostanze interne e internazionali odierne, nella natura stessa di un partito che da decenni ha scelto la strada del neo-liberismo e della difesa assoluta del capitalismo d’oltremanica. A succedere a Starmer sarà con ogni probabilità il sindaco di Manchester, Andy Burnham, al termine di un processo di transizione che gli interessi della “City” di Londra vogliono il più rapido e indolore possibile. E, soprattutto, con la garanzia che gli unici cambiamenti saranno solo di facciata per far recuperare al “Labour” e al sistema politico nel suo insieme qualche briciola di credibilità.
La gestione del potere da parte di Starmer in questi due anni è stata caratterizzata dalla convergenza di due fattori che hanno segnato irrimediabilmente la sorte del suo gabinetto. La prima e più strutturale è l’abbraccio delle politiche di rigore e strenuamente “pro-business” tipiche del partito modellato a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso da Tony Blair. L’altra ha a che fare invece con decisioni scriteriate prese dopo l’ingresso a Downing Street e che hanno testimoniato di una pessima capacità di leadership, così come di doti caratteriali e di comunicazione ancora peggiori. L’esempio più lampante è lo scandalo della nomina ad ambasciatore negli USA di Peter Mandelson, nonostante i ben noti legami con Jeffrey Epstein, che ha finito per favorire il coagularsi dell’opposizione interna a un primo ministro progressivamente scaricato anche dai suoi fedelissimi.
Davanti alla residenza dei capi di governo britannici, lunedì mattina Starmer ha così annunciato le sue dimissioni in diretta TV. Il passaggio del discorso che più è andato vicino a descrivere la realtà dei fatti recenti è stato quello in cui ha sostanzialmente ammesso che il suo passo indietro si è reso necessario davanti alla prospettiva di una sconfitta di proporzioni epocali per i laburisti nelle elezioni generali del 2029 se fosse rimasto al suo posto. Starmer ha spiegato che “la domanda rivoltami dal partito è se sono la persona giusta per guidarlo nelle prossime elezioni”. La risposta, alla luce dei fatti di lunedì, è stata ovvia e il premier dimissionario ha assicurato di averla “accettata di buon grado”.
Addirittura ancora all’inizio del fine settimana appena trascorso circolavano voci sulla presunta determinazione di Starmer di combattere per restare al suo posto o di volere partecipare a un’eventuale competizione per la leadership del partito. La sua sorte era però già segnata dopo la vittoria di Burnham nell’elezione suppletiva di giovedì scorso per il seggio al Parlamento di Londra nel collegio di Makerfield, parte della “Grande Manchester”. Il deputato laburista che lo rappresentava si era appositamente dimesso per permettere a Burnham di presentarsi agli elettori e tornare alla Camera dei Comuni, così da assolvere al requisito essenziale per candidarsi alla guida del “Labour” e, di conseguenza, alla carica di primo ministro.
Allo stesso Burnham era stato impedito di candidarsi a un’altra elezione speciale a febbraio dalla dirigenza del partito dietro indicazione di Starmer, appunto per ostacolare l’ascesa di quello che già appariva come un serio sfidante. Le condizioni politiche a Londra sono però cambiate radicalmente nei mesi successivi e il costante declino di Starmer è andato di pari passo con la pianificazione a tavolino della candidatura di Burnham. Quest’ultimo è un prodotto del “New Labour” di Blair e Gordon Brown, nei cui governi ha infatti ricoperto vari incarichi. Il fatto però di avere trascorso gli ultimi anni lontano da Londra e, quindi, potendosi dissociare dalle politiche di Starmer, ha favorito la sua immagine trasformandolo in una sorta di “outsider”, capace di fare appello all’elettorato più a sinistra con vaghe promesse di riportare il partito alle sue origini progressiste.
Il grado di consenso che la candidatura pilotata di Burnham raccoglie nelle alte sfere del “Labour” è testimoniato dal fatto che, secondo i media inglesi, si sarebbe già garantito l’appoggio di almeno 200 deputati del partito in una eventuale votazione per il nuovo leader. Secondo le procedure previste, solo per candidarsi a questo ruolo serve il sostegno del 20% della delegazione parlamentare del partito, in questo caso 81 deputati. Starmer era evidentemente consapevole del cerchio che si stava stringendo attorno a lui. Nel fine settimana, svariati membri del suo gabinetto gli avevano comunicato privatamente la necessità di farsi da parte e, infatti, lo staff del premier già sabato aveva iniziato a lavorare al discorso con cui ha poi annunciato ufficialmente le dimissioni.
Come anticipato in precedenza, il caso Mandelson aveva dato una scossa al Partito Laburista, che è poi diventata un vero e proprio terremoto in seguito alla batosta incassata nelle elezioni amministrative del mese di maggio. La perdita di centinaia di seggi a livello locale, la minaccia rappresentata dall’estrema destra di “Reform UK” di Nigel Farage e, a sinistra, dai Verdi, avevano suonato l’ultima campana per Starmer e il suo governo. Dietro al pieno di voti di questi due partiti ci sono varie questioni che testimoniano del fallimento politico del premier uscente. Le politiche di questi due anni, fatte di tagli al welfare, appoggio al genocidio palestinese, restrizione degli spazi democratici e attacco frontale contro l’immigrazione hanno da un lato spostato consensi verso i Verdi e, allo stesso tempo, non hanno fatto nulla per frenare l’avanzata del partito di Farage.
Starmer è caduto così in un abisso, con livelli di gradimento meno disastrosi solo di quelli registrati da Liz Truss durante la sua brevissima e fallimentare esperienza a capo del governo conservatore nel 2022. Questa posizione ultra-precaria non era quindi più sostenibile a lungo, soprattutto in relazione alle sfide in ambito economico e internazionale con cui un Regno Unito in piena crisi si ritrova a dover fare i conti. Da qui l’autentica mobilitazione dello stesso Partito Laburista e, senza dubbio, dei poteri forti che ne stabiliscono la direzione per affondare Starmer e preparare il terreno a un successore che abbia possibilmente le capacità di stabilizzare la situazione e risollevare il partito.
In questo disegno, risultano fondamentali gli sforzi per dare un’immagine progressista di Andy Burnham e far credere che il Partito Laburista intende ripensare la sua posizione politica dopo il quasi totale sradicamento forzato della sinistra, che faceva capo a Jeremy Corbyn. La propaganda della parziale nazionalizzazione delle aziende strategiche britanniche o della necessità di mettere lavoratori e classe media al centro del programma di governo è stata inevitabile per la riabilitazione di un partito virtualmente indistinguibile da quello conservatore. Il tutto però senza ripetere gli “errori” della leadership di Corbyn, ovvero modellando un futuro premier come riconducibile alla sinistra “soft”, ovvero capace anche di evitare l’ostilità dei mercati e dei grandi interessi industriali.
Che si tratti solo di propaganda è abbastanza chiaro e non solo per via delle parziali giravolte retoriche dello stesso Burnham dopo essersi assicurato il ritorno in Parlamento. Se ci fossero dubbi sugli orientamenti del probabile prossimo governo del sindaco di Manchester, li ha fugati lunedì Martin Wolf, editorialista del Financial Times, il quale, facendosi come sempre portavoce della finanza londinese, ha avvertito che l’eventuale successo di Burnham dipenderà dalla capacità di “costringere sia il suo partito sia sé stesso a compiere scelte difficili”. Ovvero a non discostarsi dalle politiche di rigore perseguite da Starmer.
Malgrado l’immagine che viene proiettata in queste settimane, Burnham ha d’altronde un curriculum adeguato al compito. La sua carriera politica smentisce le posizioni critiche verso gli eccessi dell’ultra-liberismo che ha ostentato in questi mesi, visto che ha collaborato attivamente con svariate figure di primissimo piano del “New Labour”. Le sue responsabilità nel progetto blairita di trasformazione del partito sono ben documentate. Inoltre, Burnham ha sostenuto l’invasione dell’Iraq nel 2003 e partecipato alla formulazione delle “riforme” che hanno semi-privatizzato il servizio sanitario britannico. Quando fu il Partito Conservatore a introdurre cambiamenti in senso regressivo al welfare nel 2015, dall’opposizione Burnham decise di astenersi invece di votare contro, manifestando il suo sostanziale consenso ai pesantissimi tagli che erano in preparazione.
Se il “Labour” e la stampa ufficiale cercano di presentare l’ascesa di Burnham come una rottura con il governo Starmer, al netto delle apparenze quello che ci si può attendere è piuttosto una sostanziale continuità, tutt’al più con una sottilissima patina di retorica moderatamente progressista. Infatti, la sinistra del partito ha espresso in questi giorni un profondo scetticismo per le prospettive di cambiamento con il premier in pectore. Lo stesso Corbyn, in un’intervista a Politico, ha spiegato che “la strategia economica e le posizioni [di Burnham] vanno verso un’accettazione eccessiva dell’austerity che ci è stata imposta”. Allo stesso modo, ha aggiunto l’ex numero uno del Partito Laburista, il sindaco di Manchester “non sembra voler fare nulla di diverso [da Starmer] sul piano internazionale”, con particolare riferimento al genocidio di Gaza e alla fornitura di armi a Israele.
Anche sul fronte della guerra all’immigrazione non ci dovrebbero essere ripensamenti rispetto alla linea dura del governo uscente. Burnham sta infatti valutando di confermare nell’incarico di ministro dell’Interno Shabana Mahmood, responsabile di una serie di misure restrittive (e anti-democratiche), nonché dell’aperta repressione di sostenitori della causa palestinese. Stesso discorso vale per le politiche economiche, come confermerebbe anche la notizia circolata settimana scorsa della presenza tra i consiglieri di Burnham in questo ambito di almeno due esperti fortemente graditi ai mercati.
Per quanto riguarda infine i tempi del passaggio di consegne formale, molto dipenderà dall’immagine che il partito vorrà proiettare e dagli impegni internazionali in agenda per il governo. Lunedì, un possibile contendente alla leadership, l’ex ministro della Sanità Wes Streeting, ha annunciato il suo appoggio alla candidatura di Burnham. Una decisione dettata dalla presa d’atto dell’impossibilità di battere il favorito e, ancora di più, per garantirsi una posizione nel prossimo governo. È chiaro che potrebbe essere preferibile un voto interno per dare l’impressione che il successore di Starmer sia stato deciso da un dibattito democratico. Se così fosse, i tempi potrebbero allungarsi e il premier uscente resterebbe al suo posto ancora per svariate settimane. Al contrario, nel caso non emergano sfidanti e prevalga l’urgenza di stabilità, Andy Burnham potrebbe mettere piede al 10 di Downing Street già alla metà di luglio.

