GB, Starmer al capolinea?
La pesantissima sconfitta elettorale incassata giovedì scorso dal Partito Laburista britannico finirà molto probabilmente per segnare la fine del governo del primo ministro, Keir Starmer. Quest’ultimo stava già facendo i conti con un’emorragia di consensi e in molti prevedevano una resa dei conti dopo il voto amministrativo del 7 maggio. Starmer ha ribadito pubblicamente negli ultimi giorni di voler restare al suo posto, ma la rivolta interna al “Labour” sta crescendo esponenzialmente e la questione delle dimissioni – o della rimozione del primo ministro a seguito di un voto della delegazione parlamentare del partito – sembra ormai una questione di tempo. L’unico punto a favore dell’inquilino di Downing Street è paradossalmente la grave crisi interna e internazionale in corso, che suggerisce ai poteri forti d’oltremanica di procedere con cautela per non destabilizzare ulteriormente un sistema già vicino al punto di rottura.
Il Guardian aveva scritto lunedì per primo dell’iniziativa di almeno quattro ministri del governo che avevano invitato formalmente Starmer a lasciare o, quanto meno, a stabilire un piano per la sua uscita di scena in tempi prestabiliti. I due esponenti dell’esecutivo più importanti che hanno fatto questo passo sono quelli degli Esteri, Yvette Cooper, e dell’Interno, Shabana Mahmood. La mossa segue l’identica presa di posizione di molti deputati laburisti, più di ottanta secondo la stampa britannica, cioè un numero praticamente pari a quello necessario (81) a innescare un voto per la scelta di una nuova leadership del partito.
Al momento non ci sono manovre formali per procedere in questo senso. L’auspicio anche di molti oppositori di Starmer è che il premier accetti una transizione indolore per evitare ulteriori spaccature e un peggioramento della crisi politica del partito. Le elezioni locali di settimana scorsa hanno ratificato il tracollo dei laburisti sull’onda di politiche economiche rovinose, all’insegna di una feroce austerity, di un’erosione costante dei diritti democratici, del disastro del caso Mandelson, del sostegno al genocidio palestinese e di una posizione ambigua riguardo all’aggressione criminale di USA e Israele contro l’Iran.
I laburisti hanno perso quasi 1.500 seggi negli organi amministrativi locali. Particolarmente dolorosa è stata la sconfitta in Galles, dove il “Labour” è stato la forza dominante per un secolo. Non è andata meglio in Scozia, dove il partito al governo a Londra ha registrato la peggiore prestazione di sempre, aggiudicandosi appena 17 seggi sui 129 del parlamento di Edimburgo. La perdita di voti è stata significativamente più marcata nei distretti operai, caratterizzati spesso dall’avanzata del partito di estrema destra Reform UK di Nigel Farage. Tra l’elettorato più giovane, l’alternativa preferita è stata invece quella dei Verdi, che hanno fatto segnare il risultato migliore della loro storia. I 287 seggi ottenuti complessivamente sono comunque di molto inferiori a quelli aggiudicatisi da Reform UK (1.450).
Sotto pressione da più parti, Starmer lunedì ha tenuto un discorso pubblico a Londra durante il quale ha cercato di proiettare fiducia e un certo controllo della situazione. Il premier ha assicurato che non intende farsi da parte e, dopo essersi assunto la responsabilità della sconfitta, ha promesso un vago cambiamento di passo per cercare di riconquistare la fiducia degli elettori. Quello Laburista viene correttamente visto ormai come un partito dei ricchi ed essendo questa percezione in larga misura alla base dell’erosione di consensi nel paese, Starmer ha delineato alcune linee d’azione per dare l’idea di una qualche svolta progressista, come la nazionalizzazione di British Steel, peraltro in agenda da tempo e per ragioni prevalentemente di “sicurezza nazionale”, e alcune modeste iniziative per favorire l’occupazione giovanile. Le presunte nuove linee guida della prossima fase del governo, se dovesse sopravvivere, saranno esposte nel tradizionale “King’s speech” in programma mercoledì.
I veri destinatari del discorso di Starmer sono stati in ogni caso i grandi interessi economici e finanziari domestici e internazionali. Ad appena due anni dalle elezioni che hanno riportato il “Labour” al potere, la priorità deve essere cioè la stabilità in tempi di crisi, soprattutto alla luce dei disastrosi e ripetuti passaggi di consegne degli anni precedenti durante i governi a maggioranza conservatrice. Le parole di Starmer hanno però convinto pochi tra gli scettici e il premier è entrato martedì nella delicatissima riunione di gabinetto settimanale in una posizione ancora più precaria. Qui ha confermato di non avere intenzione di dimettersi di sua spontanea volontà, mentre ha rilanciato gli impegni proclamati il giorno precedente, senza dare spazio a discussioni all’interno del governo nonostante il numero crescente di voci che gli chiedono un passo indietro.
I ministri che fanno capo al premier hanno da parte loro confermato la fiducia, avvertendo i rivali interni a non prendere iniziative per forzare un voto sulla leadership del partito. Martedì è arrivata anche la notizia dell’esistenza di una lettera firmata da un centinaio di deputati laburisti che sostengono che “questo non è il momento per una competizione per la leadership” del partito. Sempre martedì, tuttavia, si sono registrate le prime dimissioni di sottosegretari (“ministers”) che hanno affermato di non potere più appoggiare Starmer dopo la situazione creatasi a seguito del voto di settimana scorsa. A lasciare è stato per primo quello per le Comunità, Miatta Fahnbulleh, seguito poco dopo da quello per la Tutela e Protezione, Jess Phillips, e poi ancora da quello per la Tutela delle Vittime, Alex Davies-Jones.
La linea ufficiale di Starmer e dei suoi fedelissimi resta quella di non cedere se non davanti a una sfida aperta alla sua leadership. Non essendoci al momento nessun contendente ad avere fatto un passo formale in questo senso, il primo ministro intende restare al suo posto. La questione puramente procedurale non cambia di molto gli scenari politici, segnati da frenetiche trattative per mettere assieme i numeri necessari a deporre l’ultra-screditato Starmer. In attesa c’è soprattutto l’attuale ministro della Sanità, Wes Streeting, ideologicamente sulla stessa linea “blairita” del premier e che conta su una transizione morbida proprio per il sostegno che gli assicurerebbero gli ambienti di potere tradizionali britannici.
C’è tuttavia una nutrita fazione che preferirebbe un’alternativa in grado di dare un’immagine più di “sinistra”, in modo da recuperare consensi tra la base tradizionale del “Labour” e riparare almeno in parte agli effetti distruttivi, dal punto di vista elettorale oltre che economico e sociale, della completa trasformazione neoliberista del partito. Questa operazione di facciata avrebbe la candidata naturale nell’ex vice-primo ministro, Angela Rayner, ma un procedimento per irregolarità fiscali non ancora risolto sta complicando i suoi piani. Quest’ultima sta perciò caldeggiando la candidatura del sindaco di Manchester, Andy Burnham, tra i pochi esponenti laburisti di rilievo ad avere conservato un discreto livello di popolarità. L’obiettivo della Rayner è evidentemente di entrare nella squadra di Burnham e preparare un futuro assalto alla leadership del partito.
Burnham non occupa però un seggio in parlamento e per questa ragione non può correre per la leadership. I vertici del partito hanno fatto in modo da escluderlo dalle liste delle recenti elezioni suppletive al preciso scopo di impedirgli di partecipare alla campagna per il posto di Starmer. Questa decisione sta diventando un boomerang per il governo e si stanno moltiplicando le voci di quanti spingono per candidare Burnham a una delle prossime elezioni speciali per il parlamento di Londra, in modo da potere formalizzare poi la sua sfida al premier. Un’eventualità che Streeting e i suoi sostenitori sperano di sventare, magari accelerando i tempi di un voto interno contro Starmer. I media d’oltremanica hanno infatti scritto che il ministro della Sanità potrebbe dichiarare la sua candidatura ufficiale già nei prossimi giorni.
La posizione del primo ministro appare quindi sempre più precaria ogni giorno che passa. I suoi fedelissimi esprimono al momento piena solidarietà, ma le cose potrebbero cambiare in fretta se la situazione dovesse precipitare. D’altra parte, i sondaggi più recenti prospettano la perdita dei seggi di molti deputati e ministri, inclusi quelli che sostengono il premier, nei rispettivi distretti se i risultati delle prossime elezioni generali dovessero essere simili a quelli delle amministrative appena archiviate.
Di certo, quel cambio di rotta che in molti nel partito stanno chiedendo, se mai dovesse avere luogo, sarebbe solo esteriore. I nomi dei presunti contendenti alla successione di Stamer lo confermano fin da ora, con gli stessi candidati con un profilo vagamente di “sinistra” che non si discosterebbero nemmeno loro in maniera sostanziale dalle politiche degli ultimi due anni. Il “Labour” è d’altronde un partito totalmente integrato nel sistema capitalistico britannico e, come tale, ha come riferimenti i centri di potere economici e finanziari, non certo lavoratori e classe media a cui, tutt’al più, può concedere le briciole in condizioni di stabilità interna e internazionale. Ovvero l’opposto dell’attuale frangente storico.
Quello che la crisi irreversibile del Partito Laburista farà quasi certamente è invece favorire, com’è accaduto altrove in Europa e non solo, l’ascesa della destra estrema, in grado di penetrare in quegli spazi di vuoto politico lasciati dalla “sinistra” ufficiale. Il trionfo del partito Reform UK di Nigel Farage settimana scorsa potrebbe essere perciò un assaggio di quello che, legge elettorale britannica permettendo, potrebbero riservare le prossime elezioni generali nel Regno Unito.

