G7, la carovana dell’Alleluia
Un altro G7 si è consumato nella sostanziale indifferenza generale, che ha reso un vertice un tempo oggetto di attese un teatrino di comparse impotenti, perché eterodirette dai grandi gruppi finanziari che decidono le politiche economiche a cui i governi occidentali devono attenersi. Fondato nel 1975 con l’obiettivo di controllare l’omogeneità delle politiche economiche e la crescita dei paesi occidentali, formalizzato poi nel 1986 come gruppo intergovernativo, il G7 avrebbe dovuto essere il forum di coordinamento delle politiche economiche mondiali. Ma così non è almeno da due decenni. In un autentico G7, del resto, dovrebbero esserci la Cina – che è la seconda potenza economica globale – e la Russia, quarta economia del mondo per potere d’acquisto.
A guardare i numeri, più che il gestore e produttore della quota maggiore di ricchezza globale, il G7 riunisce soprattutto la maggior quota di debito, visto che tra i suoi membri figurano USA, Giappone, Francia e Italia che sono stabilmente nei primi cinque posti al mondo per indebitamento. Un aggregato di debitori, fondamentalmente.
Nessuna delle 7 economie riunite a Versailles ha un ciclo espansivo. Si muovono tra la crescita di pochi decimali e la stagflazione, anche se le loro agenzie di rating e istituzioni contabili (FMI e BM), all’unisono, prevedono racconti fantastici in cui l’Occidente vince e il resto del mondo perde, salvo svegliarsi e vedere la differenza tra propaganda e realtà.
Sono proprio i dati strutturali e macroeconomici a certificare senza appello la senilità del modello incaricato di garantire la prevalenza dell’Occidente collettivo sul pianeta. Demograficamente, il G7 rappresenta il 10% della popolazione mondiale. In termini di PIL, mentre fino al 1990 rappresentava il 66% del PIL mondiale, dal 2020 si era già ridotto al 42,5%. Dei 126 mila miliardi di dollari di PIL mondiale previsti per il 2026, solo 45 saranno prodotti dai paesi del G7 che restano al centro delle decisioni economiche e politiche a trazione occidentale e devozione statunitense. idem per il commercio: nel 1990 il G7 rappresentava il 52% del commercio globale, ma dal 2020 è sceso al 31%. Ma già oggi i paesi BRICS producono oggi il 43,5% del PIL e il 37% del commercio mondiale, ad indicare il mutato equilibrio economico internazionale intervenuto con lo sviluppo delle economie emergenti, quasi tutte appartenenti al Sud globale.
Il vertice si è incentrato soprattutto sull’Ucraina, come da attendersi vista la presenza di Zelensky ai lavori. Accarezzando il pelo al presidente abusivo che ormai minaccia quotidianamente la Russia e persino la Bielorussia, il G7 ha deciso di promuovere nuove sanzioni contro Mosca. Ora, benché i precedenti pacchetti di sanzioni (21) decisi dagli europei si siano rivelati come minimo inefficaci, Trump si è detto pronto a ripristinare le sanzioni sul petrolio russo.
Eppure, c’è incertezza sul flusso tramite Hormuz e le previsioni indicano a fine 2027 per il ripristino della distribuzione precedente all’aggressione all’Iran. Questo, in una persona sana di mente, suggerirebbe evitare i restrizioni alla circolazione del greggio per evitare crisi energetiche e ricadute su una crescita già misera. Ma la speculazione possibile nella riduzione del greggio a disposizione anima i petrolieri USA, ai cui interessi non si può dire Trump sia indifferente.
L’utilità di Zelensky per la strategia russa è evidente. L’idea di stressare Mosca politicamente ed economicamente con una guerra infinita che punta a fiaccarla anche sul piano militare marcia in parallelo con la narrazione europea della minaccia russa, giustificata per realizzare la riconversione industriale e politica del vecchio continente verso una dimensione bellica. L’esistenza di un nemico e di una minaccia, per quanto inventati, sono il canovaccio su cui vige la dottrina politica di una Europa che medita la vendetta storica contro la Russia e l’assalto al suo peso politico e militare, alle sue ricchezze, al suo immenso territorio e mercato, come elementi fondamentali per il nuovo saccheggio destinato a riportare il sereno sul modello liberista ormai in agonia.
La riunione di Evian si è ben guardata dall’esaminare i problemi planetari, ad esempio quelli legati alla trasformazione del ciclo produttivo in Occidente e alla crescita delle economie emergenti; la necessità di riposizionare merci, capitali e persone con una nuova organizzazione internazionale del mercato del lavoro, l’urgenza di ridurre il debito nel Sud globale, la necessità di abbandonare le politiche sanzionatorie per poter ampliare crescita e commerci, l’emergenza climatica e l’insufficienza sostanziale del dollaro, valuta che rappresenta il 25% del PIL ma pretende di dominare il restante 75% sono temi che vengono totalmente ignorati.
Diversamente dalle ambizioni originarie, è stato un G7 totalmente politico-militare, una versione del capitalismo alla fine della globalizzazione che assume la centralizzazione forzata dei diversi bisogni dei paesi membri per ricondurli a una disciplina dottrinaria che vede gli Stati Uniti a capo del mondo e l’aggressione politica, economica e militare contro chiunque prefiguri autonomia e governance condivisa del pianeta.
La pretesa di controllare il tutto viene smentita dall’incessante aumento di accordi regionali nei cinque continenti che di fatto bypassano le decisioni del G7 e ciò dovrebbe preoccupare il club di vassalli che si sentono signori feudali, ma preferiscono ignorare. Le trasformazioni del mondo sul piano economico e sociale, le questioni della delocalizzazione quale strumento per contenere i flussi migratori e l’invadenza pericolosissima dell’intelligenza artificiale che determina ormai le proiezioni future degli assetti economici e militari del pianeta e i modelli di società che si vanno prefigurando, sono temi che non vengono nemmeno accennati, per dire del livello e della qualità della governance globale che pure rivendicano in esclusiva. Tutti temi che restano fuori dall’agenda zeppa di cene, cocktail e selfie, alcuni di questi con risvolti patetici, come nel caso di Giorgia Meloni e Trump.
Non a caso lo spazio mediatico si è concentrato sulla relativa scenetta con diatriba al seguito. Che Trump ignori le regole minime della buona educazione è noto. Ma non c’è dubbio sul fatto che la Presidente del Consiglio italiana abbia pressato fino allo sfinimento Trump, suo referente politico, per una foto e un incontro che la riposizionasse a destra, mentre in Italia l’insorgere di altre formazioni fasciste ne mette in discussione la rappresentatività.
Ma certo non si può negare, nel comportamento della Premier, un atteggiamento estetico servile e adorante che la Meloni riserva a Trump, come con Musk o con l’ex premier inglese Sunak. Non è la prima volta che Meloni, che oggi sbeffeggia Trump ma che voleva candidarlo a Nobel per la pace e che lo ha appoggiato sempre – dal Venezuela ai dazi all’Europa, dal genocidio palestinese alla buffonata del board of peace – ritiene evidentemente che le relazioni internazionali si basino su quelle personali e non sulle mediazioni tra i diversi interessi e lo fa che esibendo un livello di servilismo imbarazzante. Amichettismo poliglotta?
Sono numerose le occasioni di vertici e incontri bilaterali dove vi sono foto di Meloni in pose scomposte, eccessivamente sorridente, con lo sguardo rapito, adorante e ammiccante, come fosse impegnata in un tentativo di seduzione privata e non di rappresentanza istituzionale. Mosse e atteggiamenti da fans a un concerto che non si addicono né alla tradizione della diplomazia italiana e nemmeno al buon gusto. Sono il tipico frutto di una sottocultura di governo di una donna cresciuta al riparo da qualunque forma di bon-ton e che copre di vergogna il Paese che rappresenta.
In conclusione, il vertice del G7 non ha prodotto altro che l’ossessiva ripetizione dei precedenti vertici falliti. L’incapacità di guardare il mondo così com’è e non come si vorrebbe che fosse trasforma questi incontri in un momento di intrattenimento anziché di analisi e proposte, una pausa pubblicitaria per salvaguardare ciò che resta del marchio.
Anche sul terreno più direttamente politico, il vertice avrebbe potuto esserci un’opportunità per parole di pace e un riequilibrio delle disuguaglianze planetarie, ma si è concentrato sulla soddisfazione per la presenza di Trump e ha perso l’opportunità di un confronto sulle questioni mediorientali, soprattutto dopo la rovinosa sconfitta USA nel Golfo Persico. Non si è ritenuto opportuno dire parole chiare sul genocidio palestinese e sul colonialismo criminale di Israele, che ha messo a nudo anche l’impotenza della Francia e dell’ONU in Libano. È apparso chiaro come la necessità di coinvolgere gli USA nella frenesia europea di aprire una guerra con la Russia entro pochi anni, abbia prevalga e stabilisca che ogni critica a Trump debba essere accuratamente evitata.
Tutti i membri del G7 sanno di non potersi fidare dell’inquilino della Casa Bianca, ormai visibilmente preda di una degenerazione cognitiva che agisce su un preesistente cesarismo dionisiaco ed una ignoranza sesquipedale. Ma calcolano che la resa dei conti con la Russia avrà luogo entro il 2030 e, per quella data, Trump non sarà più a Washinton. Resta però da vedere se Mosca sarà disposta ad attendere il 2030 con le braccia conserte, a lasciare cioè che il quarto Reich cominci per la terza volta una guerra mondiale. O magari a intervenire rapidamente per stroncare sul nascere il nuovo progetto di un’Europa forgiata sulla Deutschland über alles in sostituzione dello scaduto Make America Great Again.

