Somalia, le stragi invisibili dei droni USA
Mentre l’attenzione mediatica occidentale continua a concentrarsi sull’Ucraina, sull’Iran o sulla competizione tra USA e Cina, una guerra quasi sconosciuta all’opinione pubblica prosegue senza sosta nel Corno d’Africa. A riportarla sotto i riflettori è una dettagliata inchiesta del Guardian, che ha ricostruito uno degli episodi più sanguinosi della campagna americana in Somalia degli ultimi anni: il bombardamento del 15 novembre 2025 contro la cittadina di Jamaame, nel sud del martoriato paese.
Secondo il quotidiano britannico, almeno dodici civili sono stati uccisi nell’attacco, tra cui otto bambini. Si tratterebbe del più grave episodio con vittime civili attribuito alle forze armate statunitensi in Somalia da quasi due decenni. Eppure, a distanza da sette mesi dai fatti, Washington non ha riconosciuto ufficialmente nemmeno una vittima civile e non risulta alcuna indagine indipendente sulle circostanze dell’operazione.
L’inchiesta del Guardian, basata su testimonianze dirette, immagini, filmati e documentazione medica, descrive una mattina di ordinaria vita quotidiana trasformata in pochi minuti in una carneficina. Le esplosioni colpirono abitazioni civili e una scuola coranica frequentata da bambini. Intere famiglie furono cancellate. Tra le vittime figurano donne incinte, minori e anziani. Diversi testimoni hanno raccontato di aver visto i droni sorvolare a lungo la città prima dell’attacco, circostanza che solleva interrogativi inquietanti sulla capacità degli operatori di distinguere tra combattenti e civili.
Le immagini raccolte mostrano un quadro incompatibile con la narrazione ufficiale di un’operazione “chirurgica” contro miliziani di al-Shabaab, obiettivo ufficiale del blitz. I residenti intervistati sostengono unanimemente che nel centro abitato non vi fossero combattenti del gruppo jihadista al momento dell’attacco. Le vittime identificate erano in larga maggioranza bambini appena usciti dalla scuola coranica, agricoltori, madri e semplici residenti.
Ancora più grave appare il fatto che i bombardamenti sono proseguiti anche dopo le prime esplosioni, quando la presenza di civili feriti e in fuga avrebbe dovuto risultare evidente ai sistemi di sorveglianza americani. I moderni droni MQ-9 Reaper utilizzati dagli Stati Uniti dispongono infatti di sensori e telecamere ad altissima definizione progettati proprio per ridurre il rischio di colpire persone non coinvolte nei combattimenti.
Le testimonianze raccolte dal Guardian restituiscono concretamente la dimensione della tragedia causata dai militari USA. Un agricoltore rientrato precipitosamente dai campi aveva ad esempio trovato sotto le macerie la moglie e i quattro figli uccisi dall’esplosione. Un altro residente ha raccontato di avere visto i corpi delle figlie di sette e nove anni devastati dalle schegge di un missile. Una donna ha descritto invece il momento in cui i propri figli, appena rientrati dalla scuola coranica, erano corsi fuori di casa incuriositi dal rumore dei droni che stavano sorvolando la città; pochi istanti dopo sarebbero stati investiti dalle esplosioni. Particolarmente drammatica è la testimonianza di un nonno che, scavando tra le macerie, aveva trovato i resti dei nipoti e della nuora incinta. Malgrado la strage e le evidenze raccolte, nessuno dei familiari delle vittime è stato nemmeno contattato dalle autorità americane o dal governo somalo per ricevere scuse formali né, tantomeno, risarcimenti.
La strage di Jamaame non rappresenta soltanto un possibile fallimento operativo. Essa offre una finestra su una guerra che da anni si svolge lontano dall’attenzione internazionale e con livelli minimi di trasparenza. Come ricorda il Guardian, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha coinciso con un forte aumento delle operazioni militari americane in Somalia. Dopo la cancellazione decisa da Trump delle relative restrizioni introdotte durante l’amministrazione Biden, il comando militare statunitense per l’Africa (AFRICOM) ha ottenuto maggiore autonomia nell’autorizzare attacchi aerei. Il risultato è stato un’impennata delle operazioni e delle vittime civili. Secondo i dati raccolti da organizzazioni che monitorano i conflitti armati, nel 2025 gli Stati Uniti hanno effettuato oltre cento attacchi aerei in Somalia, ovvero un numero senza precedenti. Fino alla metà di giugno di quest’anno ne sono stati documentati, a seconda delle fonti, tra i 50 e i 60.
Questa escalation avviene in un contesto di quasi totale mancanza di trasparenza, per non parlare dell’assunzione di responsabilità da parte americana. AFRICOM ha progressivamente ridotto la pubblicazione di dati sulle vittime e raramente fornisce dettagli sui bersagli colpiti. Le richieste di chiarimento avanzate da giornalisti, organizzazioni umanitarie e gruppi per i diritti umani ricevono spesso risposte vaghe o nessuna risposta.
La guerra contro al-Shabaab viene presentata come una componente essenziale della lotta globale al terrorismo. Tuttavia i risultati appaiono a dir poco discutibili. Nonostante quasi vent’anni di operazioni americane, il movimento jihadista continua a controllare ampie porzioni del territorio somalo e mantiene una significativa capacità offensiva. Molti analisti sostengono anzi che i bombardamenti e le vittime civili alimentino il risentimento locale e offrano nuove opportunità di reclutamento ai gruppi armati.
Per comprendere questa situazione è necessario ricordare che la crisi somala non nasce dal nulla. Il collasso dello stato negli anni Novanta è stato aggravato da decenni di interferenze esterne, competizioni regionali e interventi militari stranieri. Dalla celebre operazione culminata nel disastro di “Black Hawk Down” del 1993 fino alle campagne con droni del XXI secolo, Washington ha continuato a considerare la Somalia principalmente attraverso una lente securitaria, privilegiando l’approccio militare rispetto a soluzioni politiche e sociali di lungo periodo.
Oggi il Corno d’Africa è inoltre tornato al centro delle rivalità geopolitiche globali. La regione si affaccia sul Mar Rosso e sulle rotte commerciali che collegano Europa e Asia. Stati Uniti, Cina, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e altre potenze competono per basi militari, porti strategici e influenza politica. La Somalia si ritrova così al crocevia di interessi che vanno ben oltre la lotta contro il terrorismo.
In questo quadro, la tragedia di Jamaame rischia di diventare l’ennesimo episodio destinato all’oblio. L’inchiesta del Guardian pone però domande difficili da ignorare: chi autorizzò l’attacco? Quali informazioni di intelligence lo giustificarono? Perché non è stata aperta un’indagine indipendente? E soprattutto, come è possibile che in una guerra condotta con tecnologie presentate come estremamente precise, i morti siano stati soprattutto bambini che stavano tornando da scuola? Domande a cui, prevedibilmente, l’amministrazione Trump non intende dare nessuna riposta, perché farlo comporterebbe mettere in discussione decenni di finta “guerra al terrore”, condotta senza nessuno scrupolo umanitario per la proiezione degli interessi dell’Impero nelle aree strategicamente più importanti del pianeta.

