Emirati, addio all’OPEC e scommessa USA
L’annuncio dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti (EAU) dall’OPEC a partire dal primo maggio arriva al culmine delle divergenze politiche e strategiche di questo paese con l’Arabia Saudita e sancisce probabilmente il primo passo verso la ridefinizione del mercato energetico mediorientale alla luce della guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran. L’abbandono del cartello dei produttori petroliferi da parte di Abu Dhabi comporta, a livello generale, lo svincolo dalle restrizioni del sistema delle “quote” imposte alla produzione di greggio per i singoli membri, in linea con le posizioni tradizionalmente tenute dalle autorità emiratine in contrapposizione a quelle saudite. Il crollo delle esportazioni imposto da Teheran in queste settimane rende in ogni caso impossibile un’espansione immediata, ma la decisione ha anche un risvolto chiaramente politico che ha a che fare con il progressivo allineamento degli Emirati agli interessi di Stati Uniti e Israele.
Non è un caso che l’addio all’OPEC – e alla versione allargata di quest’ultimo (OPEC+) – sia avvenuto in concomitanza con la guerra in Iran, dopo che per anni il governo emiratino stava valutando questa opzione. Le polemiche con Riyadh sui volumi delle quote di petrolio assegnate sono ben note, anche se gestite finora dentro i confini del cartello. Gli Emirati hanno investito somme enormi negli ultimi anni per sviluppare le proprie capacità estrattive e sono ad oggi il membro dell’OPEC con le potenzialità non sfruttate più consistenti.
La quantità di petrolio che gli Emirati hanno facoltà di produrre si aggira attorno ai 3,5 milioni di barili al giorno, ovvero un livello inferiore, all’interno dell’OPEC, a quella di Arabia Saudita e Iraq. L’obiettivo è tuttavia di arrivare a 5 milioni entro il prossimo anno e ciò sarà in teoria possibile solo al di fuori dei vincoli del cartello. Vista la situazione odierna di guerra e la chiusura parziale dello stretto di Hormuz, Abu Dhabi sta esportando circa 1,9 barili al giorno attraverso un oleodotto che termina nel porto emiratino di Fujairah, affacciato direttamente sul Golfo di Oman e quindi fuori dallo stretto di Hormuz.
È evidente che a controllare i livelli di produzione e i prezzi di mercato allo stato attuale delle cose è principalmente l’Arabia Saudita. Anzi, dopo il consolidamento del formato OPEC+, che include una decina di paesi non membri dell’OPEC, il processo decisionale è sostanzialmente il risultato di accordi tra Riyadh e Mosca. Questa realtà rappresenta da tempo un problema per gli Emirati, costretti ad adeguarsi alle quote inferiori alle proprie potenzialità imposte da altri, oltretutto in concomitanza con l’inasprirsi della rivalità internazionale con l’Arabia Saudita.
Alcuni analisti hanno fatto notare in questi giorni come gli stessi sauditi si siano spostati recentemente sulle posizioni emiratine riguardo alle politiche produttive, prediligendo cioè un’espansione dell’estrazione di greggio per riacquisire quote di mercato. La scelta di uscire proprio ora dall’OPEC sembra essere perciò prevalentemente politica per gli Emirati. La ragione – o l’occasione – per procedere in questa direzione è appunto la guerra contro l’Iran e le sue conseguenze. L’aggressione israelo-americana e, ancora di più, la risposta di Teheran hanno spinto la leadership emiratina ad accelerare l’avvicinamento ai due alleati/aggressori, non da ultimo perché questo paese è stato il più colpito ed economicamente penalizzato dalla ritorsione militare iraniana.
Il processo di allineamento all’asse “imperiale-sionista” da parte di Abu Dhabi era ad ogni modo già avanzato, come conferma l’adesione precoce ai cosiddetti “accordi di Abramo”. Un altro esempio è la recente rivelazione dell’invio agli Emirati di un sistema di difesa missilistico “Iron Dome” israeliano nei primissimi giorni della guerra contro l’Iran. I regnanti emiratini, sempre secondo quanto riportato dalla stampa nelle scorse settimane, hanno anche fatto pressioni sulla Casa Bianca per intensificare i bombardamenti contro la Repubblica Islamica. Allo stesso modo, gli Emirati hanno cercato di ostacolare gli sforzi del Pakistan per portare Washington e Teheran al tavolo delle trattative.
Queste dinamiche, secondo alcuni osservatori, potrebbero collegarsi a un qualche accordo tra EAU e Stati Uniti. L’uscita dall’OPEC, ad esempio, sarebbe legata a un possibile rafforzamento dei legami in ambito militare con Washington, sull’onda degli attacchi devastanti condotti dall’Iran in territorio emiratino. La decisione di Abu Dhabi è d’altra parte considerata come un favore fatto all’amministrazione Trump. Il cartello petrolifero guidato dall’Arabia è stato frequentemente oggetto di polemiche da parte del presidente americano. Un suo indebolimento, se non addirittura il futuro smantellamento, comporterebbe un maggiore controllo americano del mercato petrolifero globale e, di conseguenza, la possibilità di limitare l’erosione del petrodollaro.
Il declino dell’OPEC è un fenomeno tutt’altro che recente. L’influenza del cartello è oggi infinitamente inferiore agli anni Settanta e solo nell’ultimo decennio vari membri ne sono usciti, da ultimi il Qatar nel 2019 e l’Angola nel 2024, talvolta citando proprio come motivazione il problema delle quote di produzione. Non è quindi da escludere che la mossa degli Emirati possa convincere altri membri a fare lo stesso, soprattutto alla luce di un mercato sempre più competitivo che sembra richiedere politiche aggressive.
Dal punto di vista del mercato del greggio, l’uscita degli EAU dall’OPEC potrebbe inaugurare un periodo prolungato di volatilità dei prezzi, sempre che la crisi iraniana si risolva in tempi brevi, in particolare se altri paesi membri dovessero seguire l’esempio di Abu Dhabi o se Riyadh decidesse a sua volta di incrementare in maniera drastica i livelli di estrazione. Sul piano politico, invece, è probabile che lo scontro tra Emirati e Arabia Saudita finirà per inasprirsi, con riflessi in primo luogo sugli equilibri mediorientali, oltre che nei vari scenari di crisi in cui i due regimi si trovano su posizioni contrapposte, come Sudan e, in parte, Yemen.
D’altro canto, la decisione emiratina, che implica un’intensificazione della partnership “difensiva” con gli USA (e Israele), comporta anche rischi sostanziali alla luce degli eventi di queste settimane. La scommessa di rompere con l’OPEC e l’Arabia richiede una copertura militare e politica adeguata da parte americana. I danni causati dalla risposta iraniana all’aggressione scatenata il 28 febbraio scorso, assieme alle iniziative di Teheran per influenzare i traffici di petrolio e la stessa economia regionale e mondiale, sollevano però pesanti interrogativi sull’efficacia dell’ombrello che Washington è in grado di offrire.
Con l’uscita dall’OPEC, gli Emirati sembrano avere dunque compiuto una scelta di campo chiara, allineandosi all’asse USA-Israele; tuttavia, mentre gli equilibri globali sono in rapido mutamento – come dimostra anche il fallimento strategico della guerra contro l’Iran – quella che il regime emiratino presenta come una decisione coerente con gli “interessi nazionali” rischia di trasformarsi in un boomerang, esponendo il paese a nuove vulnerabilità politiche ed economiche.

