Libano: la trappola israeliana
La legge libanese proibisce esplicitamente qualsiasi contatto o negoziato diretto con lo stato ebraico e quest’ultima “entità” continua a seminare distruzione e morte oltre il confine settentrionale, in violazione sia della tregua sottoscritta nel 2024 sia di quella formalmente in vigore e mediata dall’amministrazione Trump. A evitare una situazione umanitaria ancora peggiore, così come l’occupazione pura e semplice di territorio libanese almeno fino al fiume Leonte (Litani) e la sottomissione totale del paese dei cedri agli interessi israelo-americani, è solo la coraggiosa resistenza di Hezbollah. Per i vertici dello stato libanese, tuttavia, la priorità resta il miraggio di una normalizzazione con Israele, anche a costo di scatenare una nuova guerra civile. Per questa ragione, due round di colloqui tra Beirut e Tel Aviv sono già andati in scena e altri a un livello più alto potrebbero avere luogo a breve. In questo quadro esplosivo si inseriscono le straordinarie dichiarazioni rilasciate lunedì dal presidente libanese, Joseph Aoun, il quale ha accusato apertamente di “tradimento” il partito-milizia sciita.
L’opposizione radicale allo stato occupante non è un principio emerso in Libano con la nascita o il consolidamento di Hezbollah, ma risale ai decenni precedenti e riflette l’allineamento di questo paese alla posizione ufficiale del mondo arabo – sia pure con più di una defezione negli ultimi anni – che rifiuta la normalizzazione con Israele al di fuori di una soluzione della questione palestinese. Questo fatto spiega a sufficienza il carattere del tutto eccezionale della strategia collaborazionista del governo di Beirut, guidato dal primo ministro Nawaf Salam e dal già citato presidente Aoun.
Il 14 e il 23 aprile scorso i rappresentanti dei due paesi si sono intrattenuti a Washington e il risultato è stata appunto la tregua nominale tuttora formalmente in vigore. I vertici di Hezbollah hanno criticato aspramente – e a ragione – la condotta del governo di Beirut, in primo luogo perché il regime di Netanyahu interpreta i termini del cessate il fuoco in maniera univoca, ovvero arrogandosi la facoltà di continuare ad agire militarmente senza vincoli in territorio libanese. Lo stesso primo ministro/criminale di guerra ha affermato durante una recente riunione del suo gabinetto che le forze di occupazione hanno la libertà non solo di rispondere agli attacchi di Hezbollah, ma anche di “prevenire minacce immediate e, addirittura, in fase di pianificazione”. In altri termini: libertà assoluta di violare la tregua.
L’accettazione da parte di Salam e Aoun a partecipare a trattative diplomatiche dirette con Israele è il risultato di intense pressioni esercitare da potenze straniere, primi fra tutti gli Stati Uniti. L’atteggiamento dell’amministrazione Trump non è però in nessun modo disinteressato, né diretto a garantire una soluzione equa e vantaggiosa per il Libano dopo anni di violenze israeliane. Washington intende al contrario definire i contorni di un eventuale accordo e, a questo scopo, si muove sul terreno politico ricorrendo a pressioni di carattere militare ed economico, nonché a minacce nemmeno troppo velate.
L’obiettivo ultimo è quello di rimescolare gli equilibri interni al Libano, così da indebolire Hezbollah e limitarne i margini di manovra a livello politico, fino ad annullare la capacità di contenere militarmente Israele e di svolgere il ruolo centrale avuto finora nell’asse della Resistenza. Il “Partito di Dio” è perciò fermamente contrario al dialogo con Israele e ha più volte invitato il governo ad abbandonare il tavolo delle trattative. Anche il cessate il fuoco mediato dalla Casa Bianca viene considerato non come una de-escalation, ma piuttosto come una manovra che punta a favorire il raggiungimento di un accordo sbilanciato verso Israele.
Hezbollah ha inoltre criticato Aoun e Salam per avere agito, in merito ai negoziati con Tel Aviv, senza un “consenso nazionale”. La maggioranza della popolazione libanese, e non solo quella sciita o i sostenitori di Hezbollah, rifiuta infatti la normalizzazione con Israele, tanto più in assenza di un percorso di emancipazione della popolazione palestinese. Per questo motivo, le manovre del governo si basano su fondamenta molto fragili ed è abbastanza chiaro a tutte le parti coinvolte il rischio che un accordo unilaterale con lo stato ebraico comporta per la stabilità interna del Libano.
Aoun e Salam ritengono probabilmente che la copertura politica degli Stati Uniti sarà alla fine sufficiente a consentire il raggiungimento dei loro obiettivi, ma il rimescolamento degli equilibri del loro paese non è soltanto una questione domestica, già di per sé estremamente problematica. Tradizionalmente, il Libano è un terreno di scontro tra le potenze regionali e il potenziale allineamento ai piani di egemonia israeliana, implicito nel processo diplomatico in corso, rischia di scontrarsi con la volontà di attori schierati sul campo opposto, come l’Iran, o non totalmente convinti dei progetti di Washington e Tel Aviv, come l’Arabia Saudita.
Tornando alle parole del presidente Aoun citate all’inizio, esse si inseriscono in una polemica crescente con Hezbollah. L’ex comandante delle forze armate libanesi ha risposto lunedì a una dichiarazione del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, che denunciava appunto le manovre dietro all’accordo sul cessate il fuoco. Aoun assicurava invece che il governo non intende accettare una “umiliazione” attraverso la diplomazia, per poi rimandare al mittente l’accusa di “tradimento”. A suo dire, si macchia di “tradimento… chi trascina il proprio paese in guerra per gli interessi di un paese straniero”, ovvero la Repubblica Islamica.
La fermezza del governo nel proseguire il dialogo con Israele rientra nel quadro di una strategia – oggettivamente suicida – dettata interamente da Washington e Tel Aviv. Alla fine del percorso non ci può essere altro che la sottomissione del Libano agli interessi dei due alleati e, mentre Israele massacra civili e distrugge interi villaggi nel sud del paese, la priorità di Beirut è il disarmo di Hezbollah. Pochi giorni dopo l’inizio dell’aggressione israelo-americana dell’Iran, il gabinetto del primo ministro Salam – di cui peraltro il “Partito di Dio” fa parte – aveva in questo quadro decretato l’illegalità di tutte le attività militari di Hezbollah. Una decisione senza immediati effetti concreti ma che rispondeva alle priorità degli aggressori di limitare la ritorsione militare immediatamente partita dal territorio libanese.
L’evolversi della situazione interna e di quella regionale minaccia così di spingere sempre di più il Libano verso una sanguinosa guerra civile, anche se le parti contrapposte insistono nell’affermare di volere fare di tutto per evitare che la crisi sfugga di mano. Il fattore principale che contribuisce per il momento ad attenuare le tensioni è la stessa forza di Hezbollah, tanto che i vertici delle forze armate libanesi, incaricate in teoria del disarmo delle milizie sciite, hanno finora declinato i ripetuti ordini del governo di procedere in questo senso.
Hezbollah, in ogni caso, ha chiarito che non accetterà il ripetersi della situazione seguita al cessate il fuoco del novembre 2024, caratterizzata dalla decisione di astenersi dal rispondere alle continue violazioni di Israele. Alle violenze delle forze di occupazione seguiranno ora ritorsioni adeguate, come in effetti sta già accadendo con pesanti e inaspettate perdite per lo stato ebraico. In definitiva, anche accettando in via teorica il negoziato, nulla potrà accadere di serio sul fronte diplomatico senza una preventiva e completa cessazione delle operazioni militari da parte di Israele.
Qualsiasi altra circostanza non verrà presa in considerazione da Hezbollah e i suoi alleati. Infatti, Israele continua a bombardare il territorio libanese, concentrandosi in questo inizio di settimana sulla valle della Bekaa, nella parte orientale del paese, oltre che sui villaggi meridionali oltre il confine. Mentre il governo di Beirut insiste nel promuovere il dialogo con Tel Aviv, la tregua resta dunque solo sulla carta. Secondo i dati ufficiali, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 16 aprile scorso, gli attacchi israeliani hanno fatto circa 40 morti in Libano, aggiungendosi a un bilancio di oltre 2.500 vittime e quasi ottomila feriti a partire dalla ripresa delle ostilità con Hezbollah all’inizio del mese di marzo.

