Libano e Israele, il dialogo che uccide
I colloqui diretti iniziati martedì a Washington tra Israele e il governo libanese sono una manovra deliberata del regime di Netanyahu per raggiungere attraverso la “diplomazia” un obiettivo che ancora continua a sfuggire sul campo. Quello che conta è la liquidazione di Hezbollah come forza militare in grado di ostacolare le mire espansioniste dello stato ebraico e il controllo sul paese dei cedri. Un obiettivo che, nonostante la distruzione e le stragi di civili, resta lontano proprio a causa della resistenza del partito-milizia sciita che in molti davano per finito dopo la campagna di terrore israeliana del 2024. La vera tragedia per il Libano è però che l’attuale governo è allineato all’asse israelo-americana e che, malgrado le bombe continuino a cadere e i libanesi a morire, intende assecondare, dietro la facciata dei “colloqui di pace”, il tentativo di distruggere l’unica forza capace di resistere all’aggressione sionista.
Il numero uno di Hezbollah, Naim Qassem, ha fatto un appello lunedì al governo per cancellare l’incontro previsto con i rappresentanti di Israele. In un intervento pubblico ha messo in guardia da un’iniziativa con conseguenze potenzialmente catastrofiche per il paese in assenza di un “ampio consenso nazionale”. Il rischio, ha avvertito Qassem, è di aggravare le divisioni che attraversano il Libano, precipitandolo in una nuova guerra civile. Le sue parole si collegano direttamente alle dichiarazioni di Netanyahu nei giorni scorsi in cui aveva chiarito che l’ordine dato di aprire un dialogo con Beirut aveva come scopo il disarmo del “Partito di Dio”.
Le autorità libanesi hanno fatto sapere che a Washington intendono avanzare la richiesta preliminare da cui dipenderà la prosecuzione dei colloqui con Israele, ovvero l’accordo su un cessate il fuoco. Netanyahu, al contrario, punta come sempre a sfruttare la copertura della “diplomazia” per continuare le operazioni militari, tanto più se, come è facilmente prevedibile, non verranno fatti passi concreti sulla questione ultra-esplosiva del disarmo di Hezbollah. Il governo di Beirut è in sintonia con Tel Aviv e la sostanziale resa di Hezbollah è di fatto la propria politica ufficiale, ma non può essere implementata sia a causa della forza del partito e della sua ala militare sia per il vasto sostegno che esso raccoglie in Libano, non solo tra la popolazione di fede sciita.
La centralità del “file” libanese nella guerra in corso in Medio Oriente è apparsa chiara subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco di due settimane tra Iran e Stati Uniti. La Casa Bianca aveva acconsentito a discutere i dieci punti fissati da Teheran per arrivare a un accordo diplomatico e tra di essi figurava lo stop all’aggressione israeliana in Libano. Netanyahu ha però messo il proprio veto sull’intesa, chiarendo in una conversazione telefonica con Trump che le operazioni militari in Libano non si sarebbero fermate. Con la solita violenza e depravazione, il premier/criminale di guerra ha così autorizzato una campagna di terrore che in una manciata di minuti ha massacrato più di 300 persone e fatto oltre 1.200 feriti.
A quel punto, il governo americano ha ritrattato e sostenuto che il fronte libanese non rientrava nei termini della tregua concordata con la Repubblica Islamica. Il mediatore dei colloqui, ovvero il governo pakistano, e altri attori coinvolti hanno a loro volta confermato la versione iraniana, ma Israele ha di fatto conservato la propria autonomia e proseguito gli attacchi. Ancora alla vigilia del vertice di Washington, le forze di occupazione stanno accerchiando la località strategica libanese di Bint Jbeil, roccaforte di Hezbollah e nodo cruciale nei piani israeliani per creare un’area cuscinetto oltre il confine settentrionale.
L’escalation della violenza da parte israeliana è perfettamente in linea con la strategia politica che Netanyahu intende imporre al Libano. La pressione militare e il terrore servono a convincere la controparte libanese a cedere e acconsentire a un qualche accordo che preveda il disarmo e l’indebolimento di Hezbollah. Non a caso, l’intensificazione degli attacchi è arrivata dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra USA e Iran, perché Tel Aviv doveva mettere in chiaro che le condizioni di un’eventuale pace non potevano essere quelle dettate da Teheran. Ciò avrebbe legittimato Hezbollah e la Resistenza, finendo per ridisegnare gli equilibri politici interni al Libano, evidentemente a tutto svantaggio dello stato ebraico e delle forze a esso allineate.
Queste ultime sono rappresentate dai vertici del governo del primo ministro, Nawaf Salam, che per tutta la durata dell’aggressione ha spostato in maniera deliberata il discorso delle responsabilità da Israele a Hezbollah. Da qui l’insistenza sulla necessità di disarmare il “Partito di Dio” perché sarebbe esso la minaccia alla pace e non la distruzione imposta dallo stato occupante. La tesi in apparenza indiscutibile del “monopolio delle armi da parte delle forze armate”, sotto cui si celano gli attacchi a Hezbollah, comporta in concreto una resa totale a Israele e l’allineamento strategico del Libano alle priorità di Washington e Tel Aviv.
Il dialogo diretto con Israele, peraltro vietato dalla stessa legge libanese, è quindi un espediente per imporre il disarmo di Hezbollah e delegittimare le operazioni della Resistenza come condizioni uniche per vivere finalmente in pace con lo stato ebraico. In questo piano, il governo di Beirut non agisce in maniera indipendente e per la difesa degli interessi nazionali, ma, al contrario, si piega alle pressioni esterne e favorisce la frammentazione interna, con l’obiettivo ultimo di distruggere la Resistenza. Sul fronte opposto, l’Iran punta invece a estendere al Libano gli effetti della sconfitta strategica che sta impartendo ai suoi aggressori, così da integrare questo paese in un nuovo sistema regionale che vede le forze anti-sioniste al centro degli equilibri futuri.
In questa prospettiva, il destino del Libano si intreccia indissolubilmente a quello dell’intero Medio Oriente. L’indebolimento e la marginalizzazione di Hezbollah e della Resistenza, nei piani di Trump e Netanyahu, sono un elemento determinante nel ridisegnare gli equilibri regionali in accordo con una riaffermata supremazia sui propri nemici, sia pure su fondamenta fatte di oppressione, morte e distruzione. Non sempre, però, i piani vanno come previsto. La resistenza dell’Iran e di Hezbollah dopo un mese e mezzo di guerra dimostra come gli obiettivi dei criminali che governano a Washington e Tel Aviv sono ancora molto lontani dal diventare realtà.

