Iran tra tregua e doppio gioco
Le notizie che si stanno susseguendo su un possibile nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti sono contraddette dal costante arrivo in Medio Oriente di soldati ed equipaggiamenti militari americani, verosimilmente in vista di una nuova ondata di bombardamenti o, addirittura, di un’operazione di terra. Il blocco navale imposto a tutti i porti iraniani da parte di Washington, intanto, continua a essere oggetto di discussioni, anche se la relativa efficacia dell’iniziativa – almeno per il momento – sembra riflettere più l’atteggiamento di prudenza e riflessione su come fare la prossima mossa da parte di Teheran che rappresentare un successo oggettivo dell’amministrazione Trump. Soprattutto, il blocco rischia di favorire l’ennesima escalation, con il governo iraniano che, per tutta risposta, ha minacciato di chiudere i traffici marittimi anche attraverso il Mar Rosso, il Golfo Persico e il Mare dell’Oman.
Diplomazia al lavoro
La visita di mercoledì a Teheran del capo delle forze armate del Pakistan, Asim Munir, ha alimentato le aspettative per un imminente secondo vertice a Islamabad tra i rappresentanti di Iran e Stati Uniti. L’alto ufficiale pakistano ha in seguito parlato della situazione con i leader di Turchia, Qatar e Arabia Saudita, mentre la stampa occidentale ha riportato la notizia di un’intesa vicina per prolungare la tregua di due settimane in atto e in scadenza il 22 aprile. Sempre mercoledì, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha rivelato che, a partire dal ritorno in patria lo scorso fine settimana, i diplomatici della Repubblica Islamica hanno continuato a scambiare messaggi con gli USA tramite il governo pakistano. La versione del fallimento totale dei colloqui di settimana scorsa non sembra perciò corrispondere alla realtà dei fatti.
Il presidente americano Trump, per quello che può contare, ha da parte sua assicurato che un accordo e, quindi, la fine della guerra sono “molto vicini”. La questione più scottante e attorno alla quale le posizioni restano lontane, sempre secondo i media ufficiali, è la durata del periodo di congelamento delle attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Teheran avrebbe proposto cinque anni, ma la Casa Bianca insiste per venti. In discussione c’è anche l’ipotesi di trasferire a un paese terzo la scorta di uranio arricchito accumulata dall’Iran. La Russia si è proposta più volte allo scopo, ma da Washington sarebbe arrivato un netto rifiuto.
Secondo alcuni osservatori, l’insistenza sul nodo dell’uranio e del programma nucleare potrebbe indicare che gli Stati Uniti siano alla ricerca di un accordo per mettere fine alla guerra e fermare la spirale negativa dell’economia globale. In altre parole, Trump si trova di fronte all’impossibilità di ottenere il cambio di regime a Teheran e di azzerare il programma missilistico iraniano, così sta cercando di ripiegare sulla questione più “semplice”, vale a dire quella del nucleare, dove la Repubblica Islamica ha sempre mostrato maggiore elasticità, non essendo mai stata in agenda la costruzione di armi atomiche. Esclusa da qualsiasi trattativa resta in ogni caso per l’Iran la messa in discussione del diritto all’arricchimento dell’uranio a scopi civili. Il problema per la Casa Bianca è che l’imperativo resta l’ottenimento di condizioni migliori rispetto all’accordo di Vienna del 2015 (JCPOA), dal quale Trump era poi uscito unilateralmente tre anni più tardi perché ritenuto troppo sbilanciato a favore dell’Iran.
Altri fattori restano ad ogni modo molto difficili da digerire per Washington. L’Iran intende consolidare il controllo sullo stretto di Hormuz, con la ratifica possibilmente anche a livello internazionale di un sistema che permetta di incassare diritti di passaggio in condivisone con l’Oman. Tra i punti che le autorità iraniane avevano definito imprescindibili al fine di un accordo c’è anche quello dei risarcimenti per i danni causati dall’aggressione illegale di USA e Israele. Per non parlare del Libano, che l’Iran vuole includere nella tregua. A questo proposito, Trump ha annunciato il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco nel paese dei cedri, ottenuto in seguito alle pressioni iraniane e al molto probabile intervento del presidente americano sul premier israeliano/criminale di guerra Netanyahu.
Rinforzi in arrivo
Come accennato all’inizio, la narrativa diplomatica sembra essere smentita dai movimenti di truppe e mezzi dall’America all’Asia occidentale. Il Washington Post ha scritto martedì che il Pentagono invierà altri 10 mila uomini entro la fine di aprile, parte di un convoglio che include, tra l’altro, la portaerei USS George H. W. Bush. In maniera relativamente insolita, anche il Consiglio per la Sicurezza nazionale russo ha avvertito in una nota ufficiale che gli Stati Uniti potrebbero sfruttare il processo diplomatico per preparare un attacco di terra contro l’Iran. Visti i precedenti di giugno 2025 e dello scorso febbraio, questa ipotesi appare del tutto plausibile.
Anche commentatori scettici sulle chance americane di piegare l’Iran ritengono che quello in corso sia un altro teatrino messo in piedi per depistare il governo di Teheran e l’opinione pubblica mondiale mentre si stanno finalizzando i piani per una nuova fase dell’offensiva militare. Qualcuno ritiene tuttavia che Trump starebbe valutando una massiccia campagna di bombardamenti già nei prossimi giorni che, al di là dell’efficacia strategica, gli consenta di dichiarare che l’Iran è stato messo in ginocchio e la guerra è vinta e conclusa. Come a dire: una exit strategy, corredata da altri crimini di guerra, per cercare di salvare la faccia.
Corollario di questa tesi è la valutazione che in molti stanno facendo sull’improbabilità di un’invasione o, comunque, di una qualche operazione di terra da parte dei militari USA. Vari analisti indipendenti hanno fatto notare come le navi militari americane che starebbero implementando il blocco dei porti iraniani sono costrette a restare a molte centinaia di chilometri dalle coste del paese per evitare di incontrare il fuoco nemico. C’è poi il caso della già citata USS George H. W. Bush, che per arrivare nel teatro delle operazioni, ha evitato accuratamente di transitare dal mar Rosso e dallo stretto di Bab al-Mandeb, presidiato dagli “Houthis” in Yemen, optando invece per la circumnavigazione del continente africano.
Al momento ci sono circa 50 mila soldati americani in Medio Oriente e l’arrivo dei rinforzi dovrebbe a breve portare il numero complessivo sopra i 60 mila, inadeguato per una invasione di vasta portata ma in teoria sufficiente per una qualche operazione mirata. Il dilemma, alla luce delle capacità di fuoco che conserva Teheran e dell’estrema prudenza evidenziata dalle navi militari USA finora, resta la modalità con cui il Pentagono intende far sbarcare i propri uomini in territorio iraniano.
Lo stallo asimmetrico
La superficialità e l’improvvisazione che caratterizzano la condotta americana in questa guerra di aggressione sono state messe ancora una volta in luce dagli avvertimenti dei vertici militari e di governo iraniani dopo l’inizio del blocco navale annunciato la settimana scorsa dalla Casa Bianca. L’iniziativa è un indiscutibile atto di guerra e come tale viola la tregua in vigore. Teheran ha minacciato perciò una risposta radicale, con la chiusura, oltre che dello stretto di Hormuz, di quello di Bab al-Mandeb. La già ricordata collaborazione del governo di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen sarebbe in questo caso determinante, ma, come per Hormuz, anche qui non è necessario un imponente dispiegamento di forze. Sono sufficienti minacce oppure un numero modesto di lanci missilistici per scoraggiare il transito.
Questa decisione sarebbe devastante per i regimi del Golfo e l’economia mondiale. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha dirottato parte del suo petrolio destinato alle esportazioni verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, attraverso un oleodotto esistente per aggirare il blocco di Hormuz. In questo modo è stato possibile finora continuare a esportare tra i 4 e i 5 milioni di barili al giorno. La chiusura anche di questa tratta marittima decreterebbe lo stop al traffico di molte petroliere che, impossibilitate per via delle dimensioni ad attraversare il canale di Suez, resterebbero a tutti gli effetti bloccate. I riflessi sul mercato internazionale del greggio sono facili da immaginare, ma ad avere problemi sarebbero anche molti altri settori, a cominciare da quello agricolo per via della carenza di fertilizzanti.
Non c’è dubbio che il blocco imposto da Washington sia in primo luogo una tattica per fare pressioni su Teheran e aggravare la crisi economica che sta vivendo il paese sotto aggressione, così da convincere il governo ad accettare le condizioni americane per una soluzione diplomatica. La Repubblica Islamica punta invece a moltiplicare i costi economici e politici per gli USA e virtualmente tutto il mondo, forzando un blocco totale dei traffici che passano dal Medio Oriente. A questo punto, l’esito della crisi dipende da quale dei due belligeranti dovrà pagare il prezzo più alto. Ovvero se Trump riuscirà a sostenere le conseguenze del crollo dell’economia globale e il precipitare delle fortune politiche sue e del suo partito in un anno elettorale fino a quando l’Iran riterrà troppo oneroso tenere sigillate le due rotte marittime.
Per Teheran non si tratta solo delle proprie dinamiche interne, ma, fin dall’inizio dell’aggressione, soprattutto di allargare i confini della guerra rendendo le conseguenze economiche dell’attacco israelo-americano insostenibili non solo per Washington e Tel Aviv, ma anche per i loro alleati in Asia e in Occidente. Il tempo sembra essere dalla parte di un paese che da decenni vive sotto assedio e che attende da lungo tempo una guerra che implica la stessa sopravvivenza del sistema nato dalla rivoluzione del 1979. L’amministrazione Trump, al contrario, ha sbagliato totalmente i calcoli nel tentativo di distruggere l’Iran e ogni giorno che passa il conto economico e politico aumenta in maniera drammatica. Chi dei due riuscirà a reggere le conseguenze militari e non della guerra in corso incasserà una decisiva vittoria strategica, cambiando probabilmente e a lungo gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

