Berlino e il conto del disastro ucraino
L’annuncio della Russia di bloccare a partire dal primo maggio il transito di petrolio kazako verso la Germania attraverso l’oleodotto Druzhba rischia di far crollare come un castello di carte la già traballante architettura energetica costruita da Berlino dopo la rottura con Mosca del 2022. La decisione russa arriva nel momento più inopportuno per il governo di Friedrich Merz, alle prese con una crisi energetica globale aggravata dalla guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran e dalla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Il messaggio del Cremlino nel decidere lo stop del petrolio è abbastanza chiaro: Berlino non può continuare a sostenere militarmente l’Ucraina – oltretutto con attacchi sempre più frequenti contro le infrastrutture energetiche russe – e allo stesso tempo pretendere di rifornirsi senza ostacoli attraverso il territorio della Federazione.
La raffineria di Schwedt, nel Brandeburgo, è il punto di arrivo del petrolio trasportato dall’oleodotto Druzhba, nonché un elemento cruciale per le forniture energetiche della Germania orientale. L’impianto, che produce circa il 90 per cento di benzina, diesel e cherosene consumati a Berlino e nei “Länder” circostanti, è stato di fatto espropriato dalla Rosneft nel 2022 e messo sotto tutela dell’Agenzia Federale di Rete. Una misura illegale secondo il diritto internazionale, ma naturalmente nessuno a Bruxelles e nel resto dell’Occidente ha battuto ciglio. Oggi la raffineria riceve petrolio dal Kazakistan proprio attraverso il ramo settentrionale dell’oleodotto Druzhba, quello che attraversa la Polonia dopo essere passato da Russia e Bielorussia. Una media di 200 mila tonnellate al mese, pari a circa il 30% di quello processato a Schwedt. Una quota tutt’altro che trascurabile, soprattutto in un momento in cui i mercati internazionali del greggio sono sconvolti dalla guerra.
A ben vedere, l’operato di Mosca, motivato a livello ufficiale da questioni tecniche, è doppiamente beffardo perché offre alternative tecnicamente percorribili, ma politicamente avvelenate. Il governo russo ha infatti proposto di far passare le forniture kazake attraverso il porto di Ust-Luga sul Baltico e l’oleodotto del Consorzio del Caspio, che termina a Novorossiysk, sul Mar Nero, da dove viene poi caricato su petroliere. Entrambe le rotte, però, passano per infrastrutture che l’Ucraina – con il sostegno attivo e determinato della Germania – ha preso di mira con droni in innumerevoli occasioni negli ultimi mesi. Le installazioni del “Caspian Pipeline Consortium” sono state più volte attaccate, così come il porto di Ust-Luga. I droni ucraini volano, secondo quanto ampiamente riportato dalla stampa, attraverso lo spazio aereo dei paesi baltici e della Polonia per raggiungere i loro bersagli. Con la benedizione di Berlino e Bruxelles.
Proprio qui risiede il dilemma alla base della strategia tedesca. Ora che per ricevere il petrolio kazako la Germania dovrebbe utilizzare proprio quelle infrastrutture che i suoi alleati ucraini continuano a bombardare, il governo Merz si trova di fronte a una scelta impossibile. Se Berlino vorrà mantenere un approvvigionamento stabile per Schwedt, dovrà fare pressioni su Kiev affinché cessi gli attacchi. In altre parole, la Russia sta chiedendo alla Germania di scegliere tra i propri interessi energetici e la guerra per procura che alimenta da oltre quattro anni. Una richiesta umiliante per la maggiore potenza economica europea, ma che rivela impietosamente la fragilità di una politica estera ridotta a pedina nelle mani di Washington.
Il tempismo della decisione russa è stato impeccabile. L’annuncio del blocco è arrivato a poche ore dall’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni UE contro Mosca, che tra le altre cose inasprisce le misure contro le cosiddette navi “fantasma” utilizzate per esportare petrolio russo. Un atto di pirateria internazionale definito “interdizione marittima” dai burocrati di Bruxelles, ma che alla fine rischia di danneggiare soprattutto chi lo impone. La Russia, con una mossa quasi chirurgica, ha quindi ricordato alla Germania che i giochi geopolitici hanno conseguenze e che chiudere la porta a Mosca potrebbe significare ritrovarsi intrappolati in politiche energetiche suicide.
Per la Germania orientale, la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi mesi. Il governo federale assicura che non ci saranno carenze, ma ammette che i prezzi potrebbero aumentare ulteriormente. E già oggi i rincari dei carburanti stanno mettendo in ginocchio famiglie e imprese. Il presidente dell’Agenzia di Rete, Klaus Müller, ha parlato di “effetti regionali sui prezzi”, un eufemismo burocratico che a Berlino e nel Brandeburgo potrebbe tradursi in benzina a prezzi proibitivi mentre vengono elargiti decine di miliardi di euro al regime di Zelensky.
Le alternative prospettate dal governo sono per lo più fumose. Si parla di aumentare i rifornimenti via nave attraverso il porto polacco di Danzica oppure attraverso il piccolo oleodotto proveniente da Rostock. Ma anche in questo caso il problema è la disponibilità di greggio sui mercati internazionali. Con lo stretto di Hormuz chiuso e i prezzi del petrolio alle stelle, trovare forniture alternative a costi sostenibili è una missione quasi impossibile. Le riserve strategiche tedesche potrebbero tamponare l’emergenza per qualche settimana, ma non certo per mesi. La guerra in Iran non accenna a finire e l’Europa continua a subire passivamente le conseguenze di una politica estera subalterna agli Stati Uniti.
A beneficiare della débâcle del governo sarà, ancora una volta, il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD). Quest’ultimo, che da anni denuncia la follia delle sanzioni e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti, è dato in forte ascesa nei sondaggi in vista delle elezioni regionali di settembre in Brandeburgo e Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I rincari della benzina, che colpiranno in modo particolare proprio queste regioni, rischiano di trasformarsi in una marea montante di consensi per l’AfD, nonostante i tentativi del governo di bollare il partito come “estremista” e la minaccia sempre più concreta di un procedimento di messa al bando davanti alla Corte Costituzionale.
Ma il paradosso più grande è forse un altro. La Germania, che tanto si è spesa in questi anni per svincolarsi dalla “dipendenza” energetica russa, rischia di finire ancora più dipendente da Mosca proprio per il tramite del Kazakistan. Perché se è vero che il greggio che arriva a Schwedt è formalmente kazako, è altrettanto vero che gli oleodotti utilizzati per il trasporto sono in territorio russo e che tra i soci dei consorzi estrattivi figurano colossi come Lukoil. Non solo: le tariffe di transito finiscono nelle casse del Cremlino. Insomma, il petrolio kazako che il governo e i media tedeschi descrivono come una panacea anti-russa è in realtà molto più “russo” di quanto si voglia ammettere.
E infine c’è la questione del gas naturale. Berlino sostiene di avere completamente sostituito le forniture provenienti dalla Russia, ma anche in questo caso la narrazione ufficiale è quanto meno approssimativa. Il GNL russo continua a entrare in Europa attraverso i porti di Francia, Belgio e Spagna, per poi essere riversato nella rete continentale e finire – mescolato con altre forniture – anche nei gasdotti tedeschi. Lo ammette, con la dovuta cautela, la stessa associazione dell’industria energetica BDEW. La Germania non si è affatto “disintossicata” dall’energia russa, ha solo imparato a mascherarne l’origine a scopi di propaganda.
L’ultima parola, per ora, spetta ancora alla Russia. La decisione sul petrolio kazako è un colpo di teatro che ridisegna i rapporti di forza in Europa orientale. Il Cremlino ha dimostrato di saper colpire Berlino dove fa più male, approfittando delle contraddizioni di una politica europea sempre più dettata dalle esigenze egemoniche degli Stati Uniti e sempre meno attenta ai propri interessi strategici. L’asse franco-tedesco, che avrebbe dovuto guidare l’Europa verso una maggiore autonomia, si rivela ancora una volta un carrozzone privo di visione, capace solo di replicare i dettami di Washington. E mentre i prezzi dei carburanti salgono e le raffinerie rallentano, i cittadini tedeschi possono soltanto chiedersi se valesse la pena rovinare un rapporto proficuo con Mosca per assecondare le ambizioni atlantiche di una classe dirigente allo sbando.
Le prossime settimane diranno se la Germania saprà trovare una via d’uscita o se, come al solito, preferirà rilanciare la scommessa perdente, proseguendo sulla strada della subalternità e dell’autolesionismo. I segnali, per ora, non sono incoraggianti.

