Yemen, la guerra presenta il conto a Riyadh
L’avanzata fulminea delle forze del governo di Ansarallah, in Yemen, ha gettato letteralmente nel panico l’accozzaglia di formazioni armate che fanno capo al governo “internazionalmente riconosciuto” del paese della penisola arabica. Ma sono soprattutto i loro sponsor, ovvero l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, a dover fare i conti con uno stravolgimento degli equilibri strategici regionali, causato in primo luogo dalla guerra criminale scatenata contro l’Iran che faticano sempre più a tenere sotto controllo. Il riesplodere del conflitto in Yemen minaccia così di produrre la tempesta perfetta nella crisi in atto, tagliando fuori da mercati energetici già alla ricerca disperata di ossigeno la quantità residua di greggio saudita che aveva potuto finora aggirare lo stretto di Hormuz.
Le importanti conquiste territoriali fatte a partire dalla metà della scorsa settimana dagli “Houthis” sono state seguite da scontri intensi sul campo e dalla ripresa di bombardamenti aerei da parte saudita. Dopo l’inizio dell’offensiva il 3 di settembre, Ansarallah ha sfondato verso sud fino a mettere le mani sulla città portuale ultra-strategica di Mocha, posizionata all’imbocco del Mar Rosso. Venerdì, poi, le forze filo-saudite sono state cacciate anche dall’isola di Perim (Mayum), anch’essa decisiva per il controllo delle tratte marittime in quest’area, visto che si trova lungo la costa yemenita in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb.
Le informazioni che arrivano dal teatro di guerra raccontano della morsa imposta dalle forze del governo di Sana’a alla città di Taiz, in direzione sud-ovest dalla capitale, e di combattimenti furiosi per Marib, a circa 120 chilometri dalla stessa Sana’a. Le forze del governo “internazionalmente riconosciuto” avrebbero in parte abbandonato Marib, considerata un “hub” energetico di primaria importanza. Ansarallah governava, prima delle operazioni di questi giorni, una porzione minoritaria di territorio, sul quale vive però circa l’80% della popolazione dello Yemen. Il restante territorio è controllato da un governo-fantoccio con sede a Riyadh e attraversato da profondissime divisioni, riconducibili soprattutto, ma non solo, alla rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi. La ripresa della guerra, secondo alcune organizzazioni umanitarie, avrebbe già costretto alla fuga più di 80 mila civili residenti nelle zone interessate. Alcune migliaia di profughi sono riuscite ad attraversare lo stretto di Bab el-Mandeb e raggiungere Gibuti.
L’offensiva di terra degli “Houthis” si è accompagnata a bombardamenti con missili e droni che hanno causato e stanno causando serissimi problemi per l’Arabia Saudita e non solo. Lunedì sarebbe stata colpita in maniera “diretta” la base aerea King Khalid a Khamis Mushait, in aggiunta ad altre installazioni militari, con danni causati sia ai caccia sauditi sia ad armi ed equipaggiamenti in deposito. L’efficacia delle operazioni delle “Forze Armate dello Yemen” è testimoniata però dall’operazione, avvenuta sempre venerdì, contro l’oleodotto saudita che attraversa il paese e sbocca nella città di Yanbu, sul Mar Rosso. Due stazioni di pompaggio sarebbero state messe fuori uso da Ansarallah. Un’infrastruttura, quest’ultima, diventata vitale per Riyadh dopo la chiusura di fatto di Hormuz, dal momento che ha permesso di dirottare più a sud qualche milione di barili di petrolio destinato all’export.
Ansarallah aveva già decretato il blocco delle navi saudite, impossibilitate a passare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, così che l’unica opzione restava il canale di Suez, anche se da quest’ultimo non possono transitare le petroliere di grandi dimensioni. Con lo stop al flusso di greggio per via del danneggiamento dell’oleodotto “est-ovest” c’è ora il pericolo concreto di un azzeramento pressoché totale della produzione e dell’esportazione saudita. E ciò in una situazione internazionale già segnata da gravi difficoltà e dall’impennata delle quotazioni a causa dell’aggressione contro l’Iran e la drastica riduzione dei traffici dallo stretto di Hormuz. Il regime saudita ha da parte sua ammesso la chiusura dell’oleodotto, mentre le stime dei tempi per la riparazione e la riapertura variano da qualche giorno a svariate settimane.
Quello che era sempre stato considerato un attore marginale nelle vicende mediorientali, un “proxy” dell’Iran o, tutt’al più, un elemento di disturbo più o meno gestibile è diventato ora inequivocabilmente un fattore strategico impossibile da non considerare, in grado di influenzare e, anzi, decidere per molti versi le sorti economiche delle potenze regionali. Il cessate il fuoco di fatto del 2022 tra Arabia Saudita e “Houthis” era saltato a luglio, quando l’aviazione saudita ha bombardato l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un volo passeggeri iraniano diretto nella capitale dopo avere partecipato ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei e che aveva spezzato il blocco imposto da Riyadh.
La parallela chiusura quasi totale dei due stretti da cui passa la gran parte del petrolio mediorientale suggerisce evidentemente che si tratti di un’iniziativa coordinata tra Sana’a e Teheran. Le pressioni su Washington, attraverso quelle esercitate sull’Arabia Saudita e l’economia globale, puntano a costringere l’amministrazione Trump a riconoscere il prezzo troppo alto da pagare per l’aggressione e, di conseguenza, ad accettare una soluzione negoziata del conflitto nei termini iraniani. Peraltro, le armi a disposizione non risultano esaurite. Il governo di Ansarallah sta giocando con estrema razionalità le proprie carte, così da limitare al minimo le reazioni dei vari attori regionali coinvolti.
La chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb e del Mar Rosso riguarda infatti solo l’Arabia Saudita, mentre per il resto i traffici non sono per il momento ostacolati, quanto meno a livello ufficiale. Le cose potrebbero però cambiare se Teheran e Sana’a dovessero decidere di affondare definitivamente il colpo. Questa tattica ha permesso finora di non far precipitare del tutto la situazione, tenendo fuori dalla guerra gli Stati Uniti, quanto meno in maniera diretta, così come Turchia e Pakistan, protagonisti di un recentissimo accordo con Riyadh nell’ambito della sicurezza.
È indiscutibile che questi tre paesi siano molto riluttanti a farsi imbrigliare in un ginepraio senza uscita. A questo proposito, ne sa qualcosa soprattutto la Casa Bianca, con Trump che a inizio 2025 era stato umiliato dagli “Houthis” dopo una breve e infruttuosa campagna aerea per cercare di impedire i bombardamenti contro Israele come ritorsione per il genocidio a Gaza. Alla fine era stata sottoscritta una tregua e l’impegno americano si è da allora limitato all’assistenza ai sauditi in termini di informazioni di intelligence. L’erede al trono saudita, Mohammad bin Salman, ha comunque nei giorni scorsi implorato Trump per intervenire nella guerra in Yemen, ma, secondo quanto riportato dalla stampa USA, quest’ultimo ha per il momento declinato.
L’atteggiamento americano aggrava quindi le ansie dei regimi arabi, a cominciare appunto da quello saudita, già in piena crisi per via degli sviluppi della crisi esplosa dopo l’inizio dell’aggressione contro l’Iran a fine febbraio. Come già hanno mostrato le operazioni condotte dalla Repubblica Islamica, l’ombrello protettivo degli Stati Uniti non garantisce più sicurezza e primato militare, da ottenere tradizionalmente con il mantenimento del sistema fondato sui “petrodollari”. Che questa nuova realtà venga rimarcata dalle azioni di quello che a Washington e Riyadh considerano un movimento di “ribelli” senza legittimità è dunque ancora più allarmante e ricco di conseguenze.
Gli eventi in corso sul fronte yemenita si intrecciano così indissolubilmente alla guerra contro l’Iran. Ciò è confermato anche dal vertice che avrebbe dovuto tenersi lunedì in Oman tra il governo ospitante, l’Iran e gli altri regimi del Golfo Persico. Domenica sera è circolata la notizia del rinvio a data da stabilirsi. Ci sono pochi dubbi che l’avanzata di Ansarallah abbia sconvolto i piani di molti nella regione, richiedendo tempo per valutare il quadro complessivo e le prossime mosse. L’evento avrebbe dovuto essere l’occasione per presentare l’accordo che Iran e Oman hanno raggiunto o starebbero per finalizzare sulla gestione dei traffici nello stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva comunque avvertito che, anche in presenza di un’intesa, il passaggio non sarà riaperto fino a quando gli Stati Uniti non soddisferanno le richieste della Repubblica Islamica.
Washington e gli alleati arabi si ritrovano per le mani un dilemma esplosivo, senza soluzioni favorevoli immediate, dopo l’offensiva di Ansarallah. Intensificare la guerra per sconfiggere militarmente le forze di Sana’a comporterebbe costi enormi e, come suggeriscono i precedenti, non darebbe con ogni probabilità i risultati sperati. L’alternativa è negoziare, ma il negoziato, oltre a richiedere il pagamento di un prezzo politico pesante, dovrebbe includere anche e soprattutto l’Iran, a cui Trump al momento non sembra avere alcuna intenzione di fare concessioni. L’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato in America e il costo sempre più alto dell’aggressione e dello stallo diplomatico potrebbero in ogni caso far cambiare i calcoli della Casa Bianca.
Resta il fatto, per quanto riguarda ancora lo Yemen, che l’eventuale liberazione di tutto il territorio e la resa delle forze sostenute dall’Arabia Saudita e, più marginalmente, dagli Emirati Arabi prospetta la realtà di un paese arabo svincolato dalla morsa di Washington e dei regimi del Golfo, con una politica estera indipendente, alleato dell’Iran e dedito alla causa palestinese. Non solo, anche dotato di armi efficaci, come si può constatare in questi giorni, e capace di controllare “colli di bottiglia” strategici per i traffici petroliferi globali. Questa prospettiva inquieta evidentemente i sonni dell’inquilino della Casa Bianca, dei vertici dell’entità genocida sionista e delle case regnanti del Golfo. Per questa ragione, una qualche soluzione definitiva alla crisi riesplosa violentemente negli ultimi giorni nella penisola arabica appare ancora molto molto lontana.

