Yemen, il tramonto saudita
Il riaccendersi della guerra tra il governo di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen e il regime saudita non è semplicemente una continuazione del conflitto iniziato con l’aggressione di Riyadh nel 2015. Il primo si trova infatti in una situazione di gran lunga più favorevole, grazie sia a fattori di “crescita” interna sia al mutato clima regionale, mentre il secondo sembra avere moltissimo da perdere in uno scontro che minaccia di cancellare gli ambiziosi progetti coltivati scrupolosamente dal principe ereditario, Mohammad bin Salman (MbS), se non addirittura di disgregare del tutto un sistema di potere più fragile di quanto appaia in superficie.
Nella “nebbia della guerra” che sta inevitabilmente segnando questa fase delle operazioni militari, vi è la certezza del prezzo che l’Arabia Saudita sta già pagando a causa delle proprie scelte. La strategia di Ansarallah è quella di rispondere colpo su colpo, obiettivo per obiettivo, agli attacchi sauditi. Gli aeroporti del regno e le installazioni petrolifere sono infatti i bersagli sensibili più colpiti in queste settimane, con una precisione tale da rendere appunto proporzionalmente più onerosa la campagna di bombardamenti sullo Yemen condotta da Riyadh.
Ma più ancora dei pur ingenti danni materiali causati da Ansarallah, il regime di MbS si trova a fare i conti con le ripercussioni a breve e lungo termine della guerra. La chiusura dei principali aeroporti e gli annunci recenti di molte compagnie, che hanno cancellato i voli da e per l’Arabia Saudita, implicano una rapida a potenzialmente catastrofica perdita di fiducia nei piani di crescita e sviluppo del paese. In termini concreti, gli investitori internazionali prendono tempo e valutano altri progetti, mettendo in crisi la visione del regime per un sistema economico diversificato e proiettato nel futuro.
Nell’ottica dell’erede al trono, l’Arabia Saudita ambisce a diventare un centro nevralgico globale degli affari, del turismo e della logistica. Un’ambizione manifestatasi, tra l’altro, con gli sforzi per organizzare eventi internazionali in vari ambiti, non da ultimo quello sportivo, tanto da riuscire ad ottenere l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2034. Particolare impegno era stato dedicato anche alla promozione dell’aeroporto di Riyadh, così da renderlo il motore della crescita saudita, in grado di competere con gli “hub” regionali di Dubai e Doha.
La situazione critica che Riyadh sta vivendo a causa della guerra è testimoniata dagli indicatori fiscali ed economici dell’anno in corso, già penalizzati dai contraccolpi della guerra di aggressione contro l’Iran. Per il 2026 è prevista una contrazione del PIL ben superiore al 3%, anche se potrebbe ulteriormente peggiorare in caso di aggravamento della crisi sul fronte bellico. L’attività estrattiva, per un sistema che dipende in larga misura dall’export petrolifero, è poi in caduta libera, con un calo stimato di circa il 22%. Anche in questo caso, i numeri potrebbero peggiorare in maniera pesante, in parallelo alle operazioni di Ansarallah dirette contro pozzi petroliferi, raffinerie, oleodotti e stazioni di carico. I conti, di conseguenza, sono sempre più in rosso. Nella prima metà del 2026, quando cioè la guerra in Yemen non era ancora riesplosa, il disavanzo di bilancio saudita era di 42,7 miliardi di dollari, in aumento del 71% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Strettamente connesso ai rischi in termini di fiducia, investimenti e crescita economica è inoltre lo sconvolgimento degli equilibri strategici e della sicurezza che il regime credeva consolidati da decenni di alleanza con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita è uno dei principali acquirenti di armi ed equipaggiamenti militari americani, mentre in generale spende una quota enorme del proprio PIL per la difesa (6,5%). I sistemi che ha in dotazione sono estremamente sofisticati, quanto meno per gli standard occidentali, come quelli di difesa antiaerea Patriot e Thaad o i caccia F-15. Tutto ciò non ha potuto evitare attacchi devastanti, non solo da parte iraniana durante la fase più calda della guerra con gli USA, ma anche dallo Yemen.
Sul piano offensivo, poi, quello che risalta in seguito alle massicce operazioni saudite sono le ripetute stragi di civili e la distruzione di edifici senza importanza militare o strategica. L’impressione è in definitiva che le migliaia di incursioni registrate in territorio yemenita dallo scorso mese di luglio siano una reazione indiscriminata ai missili e ai droni di Ansarallah, i quali colpiscono invece molto spesso chirurgicamente obiettivi ultra-sensibili. Una relativa impotenza quella saudita che si riflette nel quasi disastro delle operazioni di terra. Estremamente restio a inviare proprie truppe oltre il confine yemenita, MbS può contare solo su forze mercenarie indigene, che fanno capo al governo-fantoccio “riconosciuto internazionalmente”, scioltesi come neve al sole nelle scorse settimane sotto l’avanzata delle forze guidate dal governo di Sana’a.
Poco incoraggianti per il regime saudita sono anche le prospettive di un intervento sostanziale di Pakistan e Turchia, con cui Riyadh ha sottoscritto recentemente un patto militare dai contorni non ancora del tutto chiari. Entrambi i governi sembrano intenzionati tutt’al più a fornire assistenza “difensiva”, non certo truppe o mezzi di attacco che li imbriglierebbero in un pantano virtualmente senza uscita nello Yemen. Stesso discorso vale per gli Stati Uniti. Trump in questi giorni è tornato a minacciare azioni dirette contro Ansarallah, ma la maggior parte degli osservatori ritiene si tratti dell’ennesimo bluff. Washington è già alle prese con la clamorosa débâcle iraniana e difficilmente ambisce al coinvolgimento in una nuova fase della guerra che, nella primavera del 2025, costrinse Trump a sottoscrivere una tregua umiliante.
Il regime di Mohammad bin Salman potrebbe in ogni caso dovere far fronte a maggiori rischi sul fronte interno rispetto a quello yemenita. L’Arabia Saudita si regge su un fragile equilibrio in cui clan e fazioni hanno di fatto ceduto il controllo del potere in cambio di stabilità e benessere economico. Il venir meno di queste condizioni minaccia di alimentare tensioni e spaccature, facendo salire le pressioni sul vertice di un sistema che, negli ultimi anni, ha accentrato drasticamente le leve del potere. Verificata o meno, è a questo proposito significativa la notizia circolata nei giorni scorsi che l’erede al trono si sposta in continuazione da un bunker all’altro con una massiccia scorta per la propria sicurezza personale.
In definitiva, in assenza di un negoziato tra le due parti, la guerra in corso nella penisola arabica prospetta, oltre a distruzione e stragi di massa, un baratro vero e proprio per l’aggressore saudita. Le forze di Ansarallah, da parte loro, possono contare su motivazioni e resilienza infinitamente superiori, tanto da sopportare condizioni economiche e umanitarie drammatiche. Il conflitto, tuttavia, non può essere separato dal fronte regionale più ampio, ovvero dallo scontro più o meno congelato tra USA e Iran. Senza una soluzione a quest’ultimo, che includa un qualche riconoscimento delle aspirazioni di Ansarallah, le speranze di de-escalation saudite rischiano di rimanere frustrate ancora a lungo.

