USA, la tentazione del nucleare
Il Dipartimento della “Guerra” degli Stati Uniti starebbe preparando nuovi piani segreti per l’impiego in combattimento di armi nucleari “tattiche” – o a basso potenziale – in modo da superare le ovvie restrizioni derivanti dall’utilizzo di quelle considerate “strategiche”. Il dibattito sull’argomento è tutto fuorché inedito e si risolve sostanzialmente nella questione se una guerra nucleare possa essere vinta senza provocare l’estinzione dell’umanità. Il fatto che simili argomenti siano tornati a essere oggetto di discussioni da parte dei governi è un segnale abbastanza chiaro della gravità della crisi geopolitica che il pianeta sta vivendo. Che gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump, nello specifico, stiano valutando il ricorso ad armi nucleari tattiche è un ulteriore motivo di allarme, soprattutto perché si ricollega a ipotesi emerse in maniera non ufficiale in questi mesi proprio in riferimento alla guerra di aggressione contro l’Iran.
Alcuni giornali americani hanno scritto nei giorni scorsi dell’intenzione da parte del Pentagono di rivedere il contenuto della strategia nucleare USA, cioè i termini e i limiti entro cui il presidente avrebbe facoltà di ordinare alle forze armate di fare uso di armi nucleari. La posizione formale degli Stati Uniti a questo proposito viene stabilita dalle cosiddette “Nuclear Posture Reviews”, che sono rapporti periodici scritti e aggiornati in base all’evoluzione del clima internazionale e all’emergere di nuove minacce alla sicurezza americana. Più concretamente, gli studi che portano alle versioni aggiornate della dottrina nucleare sono dettati dalla necessità di ricalibrare l’uso potenziale dell’arsenale militare in base ai cambiati obiettivi dell’imperialismo americano o alle diverse circostanze che ne limitano il raggiungimento.
La notizia del processo di revisione in atto al Pentagono appare ancora più preoccupante per il fatto che i possibili nuovi termini di impiego delle armi nucleari tattiche non verranno resi pubblici. Dal 2010, le tre “Nuclear Posture Reviews” redatte dalle amministrazioni che si sono succedute sono sempre state messe a disposizione del Congresso, dei media e del pubblico. Il trucco per giustificare questa segretezza è stato spiegato dal suo ideatore, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, alla commissione Difesa del Senato. La ragione è cioè che la revisione condotta dall’amministrazione Trump sarebbe limitata, senza richiedere la stesura di una nuova dottrina nucleare.
Secondo Colby, l’obiettivo è di sviluppare “opzioni limitate, razionalmente implementabili” per gestire un’escalation (nucleare) senza innescare attacchi (nucleari) incrociati non controllabili. Quello che i vertici del Pentagono chiedono è dunque un ventaglio di opzioni che prevedano l’uso limitato di armi nucleari tattiche in conflitti regionali o circoscritti, evitando il ricorso a quelle ad alto potenziale concepite per un conflitto su vasta scala. Questo piano si collega direttamente alla tesi, consolidata fin dai tempi della Guerra Fredda, relativa alla necessità di dotarsi di armi nucleari tattiche più flessibili, poiché la dottrina tradizionale della “Mutua Distruzione Assicurata” (MAD) offre al presidente degli Stati Uniti solo opzioni estreme.
Nello specifico, secondo i fautori di questa linea, se un avversario (come la Russia o la Cina) dovesse impiegare un’arma nucleare a basso potenziale in un contesto regionale, una risposta strategica totale americana risulterebbe sproporzionata e quindi non percorribile, lasciando di fatto gli USA senza la possibilità di una risposta calibrata. Fissare nella dottrina nucleare l’alternativa dell’uso di armi tattiche consentirebbe invece di tenere il conflitto all’interno di determinati limiti, ovvero di evitare un’escalation catastrofica. Seguendo questa logica, sostengono i vertici militari, la sola possibilità teorica di implementare opzioni nucleari tattiche da parte degli Stati Uniti agisce da deterrente contro i nemici, visto che essa basterebbe a scoraggiarne l’uso da parte di questi ultimi.
Questa rassicurazione lascia tuttavia molto perplessi scienziati e attivisti. In primo luogo, il concetto di “limitato” riguardo alle armi nucleari e alle conseguenze rovinose che provocano, al di là del loro potenziale, è a dir poco opinabile. Gli Stati Uniti hanno ad esempio nel loro arsenale circa 200 bombe a caduta libera nucleari tattiche con potenziale esplosivo che varia da 0,3 a 170 kilotoni. Un centinaio di esse è tra l’altro dispiegato in cinque paesi europei, tra cui l’Italia. La Russia, a sua volta, ne avrebbe quasi duemila, che arrivano fino a 170 kilotoni. Per avere un’idea della loro potenza distruttiva, basti ricordare che la bomba sganciata dagli Stati Uniti su Hiroshima nel 1945, che uccise all’istante più di 70 mila persone, era da 15 kilotoni.
L’obiezione più logica all’impiego di armi tattiche è ad ogni modo che una qualsiasi detonazione nucleare può innescare un’escalation di attacchi e contrattacchi fino ad allargare la guerra dal punto di vista geografico e per quel che riguarda la qualità delle armi atomiche impiegate. Cioè, uno scontro iniziale con armi tattiche può facilmente condurre all’uso di quelle strategiche. C’è poi da considerare l’aspetto psicologico della questione. Una volta rotto il tabù nucleare, anche con ordigni tattici, si rischia di legittimarne l’impiego, rendendo di fatto impossibile fermare l’escalation fino allo scoppio di una guerra strategica su vasta scala. La costruzione di armi nucleari tattiche “utilizzabili” rende inoltre più probabile il loro impiego. Se i leader di governo pensano di avere a disposizione opzioni “pulite” o circoscritte, diminuisce quel muro psicologico e politico che per decenni ha frenato l’uso dell’atomo.
Il Congresso americano sta già valutando stanziamenti da destinare alla produzione di missili che rispondono alle esigenze della dottrina delineata dal sottosegretario Colby. Anche se il Pentagono non ha chiesto espressamente denaro, la commissione Difesa del Senato intende raccomandare, nel bilancio del prossimo anno, fondi per nuovi missili nucleari tattici lanciabili da terra, aria e mare. L’obiettivo è di renderli disponibili per le forze armate entro il settembre 2032 e operativi nel 2034.
I rischi derivanti dai piani dell’amministrazione Trump sono moltiplicati dal venir meno, negli ultimi anni, dei trattati bilaterali stipulati durante e dopo la Guerra Fredda tra USA e Russia sul controllo delle armi nucleari. L’ultimo a scadere senza essere rinnovato è stato lo scorso mese di febbraio il New START, che ha lasciato le due potenze nucleari senza un trattato legalmente vincolante sulla limitazione dei rispettivi arsenali strategici per la prima volta da oltre mezzo secolo. A ciò si deve anche aggiungere che questi trattati riguardavano solo le armi nucleari strategiche, mentre quelle tattiche non sono mai state oggetto di restrizioni concordate, così che hanno potuto già proliferare anche negli scorsi decenni.
Un ulteriore fattore di rischio è infine lo stallo attuale nel quadro della guerra di aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica. Le operazioni con armi convenzionali ordinate da Trump a partire dal 28 febbraio non hanno piegato l’Iran. Anzi, la guerra si è trasformata in un boomerang, creando una situazione virtualmente senza uscita per Washington e gettando le basi di uno stravolgimento degli equilibri di potere in Medio Oriente, a tutto svantaggio degli Stati Uniti. Questo pantano ha gettato la Casa Bianca in una profonda crisi, tanto da far pensare al possibile ricorso appunto a un’arma nucleare tattica.
Un’opzione, quest’ultima, che secondo la stampa viene valutata o è stata valutata dal presidente e dal Pentagono, nel disperato tentativo di ristabilire la superiorità militare USA sull’Iran e di rompere l’impasse, per poi dichiarare vittoria in quella che è finora una guerra dagli esiti disastrosi. Alla luce degli eventi odierni, quindi, il pericolo dello sdoganamento delle armi atomiche a basso potenziale non sembra essere tanto quello di provocare una guerra tra potenze nucleari, per lo meno nel breve periodo, quanto che esse vengano usate contro nemici teoricamente di livello inferiore ma che non possono essere sconfitti con mezzi convenzionali, come sta accadendo con l’Iran.
Le conseguenze sarebbero quindi devastazione su vasta scala e stragi di civili in un paese che non ha le capacità di rispondere in maniera proporzionata; scenari cioè in nessun modo ammissibili secondo il diritto e la morale, ma in realtà perfettamente accettabili per i due complici dell’aggressione – Trump e Netanyahu – già responsabili di sanguinosi massacri di civili e del genocidio palestinese in corso.

