USA-Iran, la guerra e il nodo di Hormuz
Il presidente americano Trump ha fatto definitivamente carta straccia di un “Memorandum d’Intesa” (MoU) con l’Iran che gli Stati Uniti avevano mostrato di non volere rispettare già all’indomani della ratifica il 17 giungo scorso a Versailles. L’escalation militare di questi giorni conferma infatti un salto di qualità significativo nell’intensità e negli obiettivi degli attacchi di entrambe le parti, complicando sensibilmente la ricerca di una via d’uscita diplomatica permanente. A livello razionale, la ripresa del conflitto su vasta scala fa intravedere un vicolo cieco per Washington non molto diverso da quello seguito alle due aggressioni registrate negli ultimi tredici mesi. Per questa ragione, molti osservatori si aspettano tutt’al più qualche settimana di guerra e un ritorno al tavolo delle trattative, anche perché le prospettive politiche ed economiche appaiono molto cupe già nel breve periodo. Tuttavia, gli Stati Uniti sono organicamente incapaci di mantenere un impegno, poiché per l’Impero è semplicemente impossibile ammettere la sconfitta strategica incassata e, finché le condizioni lo permetteranno, è probabile perciò che l’opzione militare continuerà a essere quella preferita, nell’illusione di poter piegare la Repubblica Islamica e il suo popolo.
La misura dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti è evidente anche solo dal progressivo ridimensionamento dell’obiettivo ufficiale della guerra, ovvero dal cambiamento della definizione di “successo” delle operazioni militari scatenate il 28 febbraio scorso. Dal cambio di regime si è passati in maniera relativamente rapida alla negazione della facoltà di possedere armi nucleari, per arrivare infine al ristabilimento dello status quo ante nello stretto di Hormuz. Una guerra, in definitiva, giustificata dagli sforzi per ricreare la situazione precedente alla stessa guerra illegale.
Sulla stampa “mainstream” in Occidente in questi giorni si sta cercando di minimizzare la rilevanza dell’ennesima riesplosione dello scontro armato tra USA e Iran. È possibile che questo atteggiamento risponda alla necessità di non alimentare il panico sui mercati e tra gli operatori economici. Il numero, la continuità e la profondità dei bombardamenti americani in territorio iraniano indicano però non una semplice ritorsione per attacchi contro imbarcazioni che cercano di attraversare Hormuz dal lato omanita, quanto la preparazione di una fase di maggiore intensità dell’aggressione. Le forze americane hanno anche colpito nelle scorse ore molto vicino all’installazione nucleare di Bushehr, mentre lo stesso Trump ha anticipato un attacco imminente contro un altro sito di questo genere ben nascosto nel sottosuolo di un’area montuosa del paese.
L’Iran, da parte sua, ha preso di mira, oltre alle solite basi USA in Kuwait, Bahrein e Giordania, anche il Qatar e, addirittura, l’Oman. Obiettivo dei missili sono tornati a essere anche gli impianti energetici di questi paesi. Riguardo all’Oman, dove sarebbe stato colpito un radar americano, l’azione ordinata da Teheran ha tutto l’aspetto di un messaggio molto chiaro, legato ai cedimenti delle autorità del sultanato alle pressioni di Trump per aprire una linea di passaggio attraverso lo stretto di Hormuz in violazione delle regole imposte dalla Repubblica Islamica. Il presidente americano ha inoltre notificato al Congresso di Washington la ripresa della guerra, così da far scattare nuovamente i 60 giorni in teoria previsti dalla Costituzione per condurre una guerra senza l’approvazione dell’organo legislativo. Lo scrupolo di Trump ha come obiettivo quello di contenere le polemiche politiche sul fronte interno, ma la natura illegale della guerra non cambia di una virgola, né vi sono rischi concreti per il presidente di un intervento per fermare l’aggressione da parte di un Congresso completamente anestetizzato.
È del tutto possibile dunque che un’ulteriore escalation da parte americana, ad esempio con bombardamenti su infrastrutture critiche in Iran, possa provocare una risposta altrettanto ferma da parte di Teheran con la distruzione degli stabilimenti petrolchimici dei regimi sunniti del Golfo, così come, tra l’altro, di “data center” e impianti di desalinizzazione. I danni economici che verrebbero causati a virtualmente tutto il pianeta si possono solo immaginare, tanto più se si aggiunge il quasi azzeramento del passaggio attraverso Hormuz dopo gli eventi di questi giorni. L’Iran ha infatti annunciato il provvedimento in via ufficiale, anche se Trump nella giornata di lunedì ha proclamato che l’America è diventata il “guardiano” dello stretto e lo resterà “per sempre”. Non solo, il presidente americano ha avvertito che sarà richiesto un tributo pari al 20% del valore del carico a bordo delle imbarcazioni che vi transiteranno. Poco sorprendentemente, martedì Trump ha fatto parziale marcia indietro, scartando l’idea del 20% per sostituirla con un’ipotesi altrettanto fantasiosa: “Vediamo con favore investimenti negli USA in cambio della protezione che garantiamo nello stretto di Hormuz”.
Gli Stati Uniti non hanno i mezzi per imporre questa realtà all’Iran e, infatti, il governo di Teheran ha subito ridicolizzato la sparata di Trump. La diatriba retorica ha però confermato ancora una volta come la via d’acqua contesa abbia assunto ormai un’importanza cruciale nella guerra in atto. Il controllo di Hormuz è infatti diventato l’oggetto di uno scontro che è di fatto per la facoltà di influenzare e modellare il futuro degli equilibri strategici del Golfo Persico, ma anche di tutto il Medio Oriente e di buona parte dell’economia mondiale.
In apparenza, il confronto tra USA e Iran si sta giocando sul senso del testo dell’articolo 5 del Memorandum d’Intesa, ovvero se l’Iran abbia il diritto di gestire secondo i propri metodi i traffici nel rispetto della libertà di navigazione oppure se Teheran debba semplicemente garantire il passaggio delle navi senza interferire. Nella realtà dei fatti, le implicazioni sono più ampie e la Repubblica Islamica sa perfettamente che si tratta di uno strumento di potere straordinario, in grado di fare da leva sugli Stati Uniti nell’ottica delle trattative diplomatiche e di agire da deterrente per future aggressioni, ma anche di ratificare lo status di potenza regionale e non solo.
Allo stesso tempo, Washington non può permettere che le ambizioni iraniane vengano soddisfatte, né intendono acconsentire a ciò le stesse monarchie del Golfo, quanto meno fino a che potranno impedirlo. Riconoscere questa autorità all’Iran significherebbe d’altra parte ammettere che questo paese ha vinto la guerra e che l’aggressione di USA e Israele ha fallito su tutta la linea. Questo riconoscimento era peraltro esplicito nel testo del MoU ed è quindi per questo che Trump sapeva da subito che le condizioni da egli stesso sottoscritte non sarebbero mai state rispettate.
In questa prospettiva, il ritorno all’azione militare è quasi inevitabile per la Casa Bianca. Trump o, più probabilmente, i “falchi” del suo entourage insistono nel proseguire e intensificare i bombardamenti per mettere in ginocchio l’Iran. I piani prevedono probabilmente qualche settimana di fuoco per causare danni materiali ed economici tali da far cambiare le posizioni al tavolo delle trattative, se mai dovesse riaprirsi. Il dettaglio non esattamente trascurabile ma non considerato dall’amministrazione repubblicana è che le condizioni per gli USA e l’Occidente sono cambiate da febbraio. È vero che le petroliere bloccate nel Golfo Persico dopo la chiusura di Hormuz a marzo si sono finalmente mosse verso le loro destinazioni, immettendo greggio sui mercati. La speranza di evitare contraccolpi prima delle elezioni di metà mandato è però illusoria.
Le scorte di petrolio in tutto il mondo si stanno esaurendo in fretta e anche negli Stati Uniti il rialzo delle quotazioni e la carenza di diesel e carburante per aerei si faranno sentire pesantemente di qui a poche settimane. Eventuali attacchi contro gli impianti petroliferi del Golfo da parte iraniana ridurrebbero ulteriormente la disponibilità di greggio, assieme ad altri componenti – zolfo, elio – cruciali per svariati settori, come quello agricolo e della produzione dei chip. Ma non è tutto. Le ultime ore hanno registrato anche un riacutizzarsi dello scontro tra il governo di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen e l’Arabia Saudita attorno alla rottura del blocco aereo imposto dalla seconda al primo. Riyadh, dietro autorizzazione americana, ha bombardato il territorio yemenita, mentre Sana’a ha risposto con i propri missili.
Il rischio saudita è altissimo, visto che Ansarallah potrebbe a breve chiudere a sua volta lo stretto di Bab el-Mandeb, col risultato di sospendere i traffici attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez. Per l’Arabia si tratterebbe di perdere la rotta alternativa usata finora per esportare petrolio solitamente trasportato via Hormuz. Per il resto del mondo, invece, altri ritardi nei trasporti marittimi, impennata dei costi logistici, ulteriore carenza di greggio e di altri beni cruciali. Un portavoce del governo di Sana’a ha avvertito che le forze armate yemenite stanno preparando esattamente questo scenario in risposta all’aggressione saudita.
Al di là della condotta più o meno irrazionale di Trump, della follia distruttiva dello stato ebraico e dell’inevitabilità della guerra nell’ottica americana, resta il dato oggettivo di un’America che si ritrova con scorte di missili al di sotto del livello di guardia. L’industria bellica americana, per quanti dollari incassi dal bilancio fuori controllo del Pentagono, non è semplicemente in grado di stare dietro alle richieste di un apparato militare impegnato a “presidiare” più fronti in tutto il pianeta. Inoltre, gli USA sostengono ad ogni attacco di avere distrutto installazioni militari fondamentali per le operazioni di Teheran, ma spesso gli obiettivi colpiti sono civili o strategicamente irrilevanti. L’Iran ha infatti da tempo nascosto il proprio arsenale in località sotterranee, disperdendolo oltretutto in un territorio sterminato.
Limitandosi alla questione di Hormuz, le forze armate e i Guardiani della Rivoluzione presidiano e hanno capacità di fuoco sullo stretto lungo una costa di centinaia di chilometri, ovvero da centinaia se non migliaia di postazioni. Gli Stati Uniti devono quindi far fronte a una miriade di potenziali bersagli, di cui molti oggettivamente fuori portata. Per contro, la ritorsione iraniana può concentrarsi su un numero ristretto di obiettivi, corrispondenti alla manciata di basi militari USA in Medio Oriente, colpite infatti puntualmente ad ogni ciclo. Il tempo e l’aritmetica bellica non sono insomma dalla parte della Casa Bianca, che rischia così di andare a sbattere contro lo stesso muro dopo avere deciso di chiudere l’unica strada percorribile per arrivare a una soluzione diplomatica ed evitare il baratro verso cui sta trascinando l’intero pianeta.

