Trump, la guerra nel portafoglio
Negli Stati Uniti il conflitto d’interessi non è più un sospetto da dimostrare o un comportamento da occultare. È diventato piuttosto un elemento strutturale del sistema di potere, esibito quasi senza imbarazzo. L’ultima dichiarazione patrimoniale del presidente Donald Trump offre infatti uno spaccato impressionante di un meccanismo nel quale chi decide la politica estera americana e autorizza guerre, riarmo e maxi-contratti del Pentagono risulta, contemporaneamente, investitore nelle stesse aziende che da quelle decisioni ricavano profitti miliardari.
Secondo i documenti finanziari resi pubblici nei giorni scorsi, i broker incaricati di gestire il patrimonio del presidente hanno acquistato nel corso del 2025 azioni di almeno una dozzina di colossi dell’industria bellica e della difesa per un valore complessivo compreso tra 9,7 e 24,3 milioni di dollari. Tra i principali beneficiari figurano Palantir, Lockheed Martin, General Dynamics, RTX (ex Raytheon), GE Aerospace, Boeing, Honeywell, Kratos Defense e L3Harris: praticamente l’élite del complesso militare-industriale statunitense.
La coincidenza temporale rende il quadro ancora più inquietante. Gli investimenti sono stati effettuati mentre l’amministrazione Trump ordinava nuovi attacchi contro l’Iran, rilanciava il riarmo americano con una richiesta di un bilancio della Difesa da 1.500 miliardi di dollari e avviava il reintegro degli arsenali svuotati dalle recenti operazioni militari. Tutte decisioni che si traducono automaticamente in nuovi ordini miliardari per le aziende presenti nel portafoglio finanziario del presidente.
Formalmente, i broker che amministrano il patrimonio di Trump non possono ricevere istruzioni dirette dal presidente o dai suoi familiari. Tuttavia il patrimonio presidenziale non è stato trasferito in un “blind trust”, lo strumento normalmente utilizzato per evitare qualsiasi interferenza tra interessi privati e funzioni pubbliche. Ciò significa che Trump può conoscere perfettamente la composizione dei propri investimenti e, soprattutto, adottare decisioni politiche destinate ad aumentarne il valore.
Il caso più emblematico riguarda Palantir. I broker del presidente hanno acquistato azioni della società per un valore stimato tra 1,6 e 3,9 milioni di dollari. L’azienda è uno dei principali simboli della militarizzazione dell’intelligenza artificiale e ha sviluppato il sistema Maven Smart System, impiegato per selezionare e colpire circa mille obiettivi nelle prime ventiquattro ore della guerra contro l’Iran. Parallelamente, Palantir ha ottenuto dall’amministrazione Trump un contratto da circa dieci miliardi di dollari per la gestione dei sistemi software e dei dati dell’esercito americano.
Il resto del portafoglio segue la stessa logica. Lockheed Martin produce gli F-35 e gli F-22 utilizzati nelle operazioni contro Teheran; General Dynamics realizza bombe e missili impiegati nei bombardamenti; RTX costruisce i missili Tomahawk e i sistemi di difesa antimissile destinati a essere rapidamente rimpiazzati dopo il loro utilizzo; GE Aerospace fornisce componenti essenziali per gran parte degli aerei militari americani e israeliani.
La guerra, in altre parole, produce una doppia fonte di ricavi. Prima attraverso il consumo degli armamenti durante le operazioni militari, poi con i giganteschi contratti destinati a ricostituire le scorte. Dopo il conflitto con l’Iran, il Pentagono ha infatti richiesto centinaia di milioni di dollari aggiuntivi per acquistare nuovi intercettori Standard Missile-3 da RTX, mentre Lockheed Martin si è vista assegnare un contratto da 35 miliardi di dollari per aumentare drasticamente la produzione dei sistemi THAAD in seguito alle perdite subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente.
L’intreccio tra politica e affari non si limita però agli investimenti finanziari. Boeing, altra società presente nel portafoglio del presidente, aveva concluso pochi mesi prima dell’attacco congiunto americano-israeliano contro l’Iran una vendita di caccia F-15 a Israele per oltre 8 miliardi di dollari. Lo stesso vale per numerosi altri contractor che operano contemporaneamente come fornitori del Pentagono e dell’apparato militare israeliano.
I mercati hanno naturalmente premiato queste aziende. Nel solo 2025 il titolo Palantir è cresciuto del 135%, Kratos del 188%, GE Aerospace dell’84% e RTX di oltre il 60%. Ad aprile è bastato persino un messaggio pubblicato da Trump sul suo social Truth, nel quale elogiava le capacità belliche di Palantir, per far salire immediatamente il valore del titolo in Borsa. Un presidente che commenta pubblicamente un’azienda nella quale possiede investimenti rappresenta, in qualsiasi ordinamento minimamente rigoroso, una situazione incompatibile con l’esercizio della funzione pubblica. Negli Stati Uniti, invece, l’episodio è passato sostanzialmente senza conseguenze.
L’aspetto forse più significativo dell’intera vicenda non è tuttavia il possibile vantaggio economico personale del presidente, quanto la normalizzazione di pratiche che in teoria dovrebbero costituire un clamoroso scandalo istituzionale. Negli anni passati Washington ha costruito gran parte della propria narrativa internazionale sulla lotta alla corruzione, sulla trasparenza e sul buon governo, utilizzando questi argomenti come strumenti di pressione contro governi stranieri. Oggi, invece, il presidente degli Stati Uniti può detenere partecipazioni nelle principali aziende che traggono profitto dalle guerre da lui autorizzate senza che il sistema politico, i grandi media o le istituzioni mostrino particolare interesse ad affrontare la questione.
La stessa risposta fornita da Trump fotografa efficacemente il livello di degrado raggiunto. Interpellato sui possibili conflitti d’interesse, il presidente ha liquidato ogni obiezione sostenendo di limitarsi ad affidare il proprio denaro a istituzioni finanziarie e di non sapere esattamente cosa acquistino i suoi broker. Una spiegazione che evita accuratamente il punto centrale: non importa chi materialmente esegua gli ordini di acquisto, ma il fatto che il titolare della politica estera americana possa beneficiare economicamente delle decisioni che egli stesso assume.
Paradossalmente è stato lo stesso Trump ad ammettere, in un’intervista rilasciata nei mesi scorsi, il vero cambiamento intervenuto nel sistema americano. Dopo avere inizialmente negato qualsiasi conflitto d’interessi, il presidente ha spiegato di avere semplicemente scoperto che “a nessuno importa”. Una frase che, più ancora dei milioni investiti nell’industria bellica, descrive lo stato della democrazia statunitense: la completa accettazione dei conflitti d’interesse come normale modalità di esercizio del potere.

