NATO, l’orrore si compatta
La riaffermata unità di facciata esibita al vertice NATO di Istanbul ha nascosto le differenze di interessi dei suoi membri, ma non poteva che essere così. Per quanto diverse siano priorità e interessi di ognuno dei 32, la centralizzazione del comando a guida statunitense non è emendabile e obbliga alla compattezza tutto l’Occidente. Sul piano squisitamente militare (che è però ormai difficile distinguere da quello politico ed economico nel nuovo modello di guerre ibride di 4a e 5a generazione) non sono emerse innovazioni di prodotto. La Russia viene definita “nemico strategico” e la sua sconfitta militare continua ad essere l’obiettivo su cui centrare le politiche complessive dei paesi dell’Alleanza senza eccezione alcuna.
L’Ucraina è il luogo prescelto per un primo confronto militare con rischi di effetto globale. Washington ha ufficializzato il cambio di rotta nelle regole d’ingaggio del conflitto, archiviando, apparentemente, la stagione del sostegno a fondo perduto con lo stop alle forniture dirette e spazio solo a triangolazioni commerciali e intelligence strategica. Ma concede a Zelensky l’autorizzazione all’utilizzo dei missili USA per colpire il territorio russo con quello che comporta, ovvero una nuova escalation nello scontro, da tradurre in migliaia di morti.
La guerra della NATO alla Russia è ormai conclamata e dato che la sconfitta russa sul campo è impensabile, gli scenari prevedono solo due ipotesi, una irrealizzabile e una truffaldina: la prima, decisamente difficile da ipotizzare, prevede un accordo che “rispetti l’integrità territoriale ucraina”, dunque uscita delle truppe russe dai territori conquistati; nessuna possibilità di riuscita perché per Mosca si tratterebbe di una sconfitta politica forse peggiore di una militare.
L’altra prevede una ritirata parziale e un accordo di tregua sul modello di quello coreano; sembrerebbe di buon senso ma, come per gli accordi di Minsk, senza l’impegno a non entrare nella NATO sarebbe utile solo per dare il tempo all’Ucraina di ricostruirsi. Per Kiev viene previsto un ruolo da centro operativo internazionale per le operazioni di guerra globale. Si ritiene che l’esperienza cumulata in questi anni di guerra con la Russia sia particolarmente utile sul piano tattico e operativo e che l’odio ideologico per Mosca possa risultare un detonatore di primo livello per combattere la presenza russa ovunque nel mondo.
Lo Strategic Concept si esprime comunque nel disegno strategico di ampliamento verso Est; l’idea è di spostare gradualmente il centro delle operazioni NATO ed il relativo comando politico verso i paesi assetati di revanscismo russo fobico, come la Polonia e i Baltici, ai quali aggiungere appunto Ucraina, Romania e Moldavia nel ruolo di primi attaccanti e assegnando a Londra il coordinamento delle operazioni che, comunque, resterebbe in capo agli Stati Uniti per quanto attiene la direzione strategica.
Alla Russia, che ha dimostrato di saper fermare l’allargamento ad Est sul campo e l’inefficacia e la logica di minoranza delle sanzioni USA (149 paesi non vi hanno aderito) la NATO invia il seguente messaggio: non importa quale sia il tuo peso militare, storico, economico e politico; o abbandoni la partnership economica, politica e militare con la Cina che ci minaccia tecnologicamente ed economicamente e diventi una nostra alleata (colonia), o verrai coinvolta in una guerra permanente il cui livello è appeso alle circostanze, dove nessun piano può essere escluso.
Per l’accademico russo, Dmitry Trenin, “la strategia delle élites europee nei confronti di Mosca non ha più a che fare con la deterrenza, come durante la Guerra Fredda, ma il loro obiettivo è la distruzione della Russia in quanto potenza globale. Il sogno europeo la “soluzione finale al problema russo”, in modo che questo paese non rappresenti più “un fattore nella geopolitica eurasiatica”.
Trenin avverte tuttavia che le fantasie europee resteranno tali. La loro illusione dipende da “un errore di giudizio in base al quale Mosca accetterebbe sconfitta, umiliazione e disintegrazione piuttosto di fare ricorso all’arsenale di cui dispone”. Un arsenale che “non si limita alle armi nucleari”, anche se le provocazioni NATO potrebbero spingere la situazione fino al punto che questi ordigni dovranno essere impiegati. L’Europa, in altre parole, continua a scambiare la pazienza strategica del Cremlino per impotenza e remissività, ma il calcolo appare pericolosamente errato e denso di pericoli esistenziali per tutto il continente. Dunque il cosiddetto elefante nella stanza resta la domanda su cosa faranno gli USA nell’ipotesi di uno scontro aperto sul teatro europeo: resteranno a guardare o interverranno con la certezza di andare incontro alla reazione russa direttamente su suolo statunitense?
Il summit, che apparentemente ha ridotto i motivi di tensione tra i 32, ha ribadito come la missione storica dell’Alleanza resti immutata e corrisponda a due principi fondatori: il dominio occidentale sul mondo e quello statunitense sull’Occidente. Washington com’è noto, oltre a un sistema internazionale a sua salvaguardia, vi coglie anche l’utilità economica, dato che l’innalzamento delle tensioni comporta un aumento globale delle spese militari. Che se per tutti i paesi del mondo rappresentano una distrazione della spesa pubblica a danno del welfare, per gli USA sono il traino fondamentale per la loro tenuta sistemica.
Il core business militare in origine era stato la costruzione di un blocco militare come la cintura di sicurezza internazionale degli USA e dei suoi interessi globali. La NATO è stata ed è l’estensione della politica statunitense, l’anello di sicurezza dei suoi interessi. La narrazione che la voleva strumento grazie al quale gli Stati Uniti difenderebbero l’integrità territoriale e politica dell’Occidente è falsa; è invece sempre stata ed è tutt’ora lo strumento con il quale l’intero Occidente difende gli interessi e le prerogative di dominio degli Stati Uniti sull’intero pianeta. Nel modello tutti sono sacrificabili ma non gli USA e quindi gli ordini sono chiari: attaccare chiunque minacci la posizione degli Stati Uniti. Ma solo l’attuale scadente classe politica europea ha accettato di farsi schiacciare per favorire i vantaggi strategici statunitensi.
Dal vertice di Istambul emerge la riaffermazione aggiornata di un Occidente che, di fronte all’incremento del ruolo del Sud globale e alla crescita imperiosa delle economie emergenti, che determinano ormai il 44% del PIL mondiale e che risultano le uniche con indici di crescita, intende reagire disperatamente escludendo ogni forma di cooperazione e di gestione condivisa della governance globale. In quest’ottica non esita a dichiararsi pronto alla trasformazione del pianeta in un gigantesco teatro di guerra. C’è del resto la convinzione di non poter disegnare strategie di crescita che non abbiano nel contenimento o addirittura nella distruzione dei suoi competitor economici, politici, finanziari e militari.
C’è la consapevolezza del fallimento del sistema liberista del quale l’Alleanza è portatrice di interessi primari, primo fra tutti il saccheggio delle risorse altrui, il condizionamento delle politiche commerciali e finanziarie globali e il controllo dei flussi energetici. Un fallimento che si misura non solo in uno sviluppo distorto che aumenta solo le diseguaglianze ma che si coglie anche da ormai 10 anni nella crisi economica ciclica, quasi permanente, derivata dai giganteschi errori di programmazione economica, ultimo dei quali il green deal, prontamente accantonato dopo aver bruciato centinaia di trilioni di dollari ed euro e che obbliga ora alla rincorsa del fossile, che però si trova in abbondanza fuori dall’Occidente.
Idem dicasi per le terre rare, fondamentali per la produzione degli apparati tecnologici: non solo l’Occidente non ne possiede in quantità significativa, ma soprattutto non è in grado di estrarli e lavorarli come invece fanno cinesi e africani. Quindi sia sul terreno della produzione industriale classico di beni e prodotti finiti – dall’auto al tessile – che su quello ultratecnologico, il ritardo occidentale rischia di certificare una sconfitta strategica sui mercati per i prossimi 20 o 30 anni.
L’Occidente Collettivo ha affidato alla NATO il compito di colmare questa lacuna strategica in quanto leader e portavoce di quel sistema di regole che sottintendono l’Ordine Unipolare, sintesi politica del dominio anglosassone. I conti non torneranno perché il suo è un modello fallito, in rappresentanza di un occidente in totale decadenza, e che dopo il genocidio dei palestinesi è privo ormai di ogni legittimità etica e di ogni capacità di affascinamento valoriale per il resto del mondo, che invece lo percepisce come una pericolosa minaccia.
Il mondo nato nel 1989 si avvia ad essere sostituito da un mondo nuovo. Pensare di poterlo dominare senza la capacità di governarlo è illusione allo stato puro. Il mondo multipolare rischia però di doversi rivelare pagando uno spaventoso bagno di sangue con il quale gli sconfitti proveranno a dirsi vincitori, perché il messaggio che giunge da Istambul è proprio questo: nessun negoziato, per noi trattare significa la fine. Se volete scalzarci dal dominio del regno, dovrete farlo con la forza.

