Il fascino delle “nuove destre” latinoamericane
L’emergere delle “nuove destre” in America Latina è un fenomeno di grande attualità che ha dato origine a numerosi studi da parte di diversi accademici della regione. Il recente volume The Far Right in Latin America (2026), curato da Cristóbal Rovira Kaltwasser, Carlos Meléndez, Talita Tanscheit e Lisa Zanotti, aggiorna il dibattito e lo amplia analizzando i casi di Argentina, Brasile, El Salvador, Cile, Perù, Uruguay, Colombia e Messico.
Storicamente, i concetti di “sinistra” e “destra” vengono associati alla Rivoluzione francese del 1789 e, più precisamente, alla collocazione occupata dai deputati nell’Assemblea Costituente. Tuttavia, nel XIX secolo in America Latina tali termini non erano utilizzati, poiché la vita politica era caratterizzata dal confronto tra liberali e conservatori, centralisti e federalisti, tra Chiesa e Stato, e tra “civiltà” e “barbarie”, un’idea resa celebre da Domingo Faustino Sarmiento.
Fu con l’avanzare del XX secolo che i primi partiti socialisti e comunisti si definirono come “sinistra”, collocando liberali e conservatori nel campo della “destra”. I governi di Juan Domingo Perón in Argentina, Lázaro Cárdenas in Messico e Getúlio Vargas in Brasile provocarono però un vero terremoto concettuale, poiché non si lasciavano classificare secondo la tradizionale distinzione tra sinistra e destra. Per questo motivo furono definiti “populisti”, un concetto che ha suscitato accese controversie. Questi leader non adottarono il criterio marxista della lotta di classe, contrapponendo invece il popolo all’oligarchia e promuovendo un forte intervento dello Stato nell’economia insieme all’ampliamento dei diritti sociali e del lavoro.
Tra il 1945 e il 1980 il sistema ideologico latinoamericano si consolidò in modo più netto. La Guerra Fredda e, soprattutto, la Rivoluzione cubana del 1959 ridefinirono le identità politiche: la sinistra venne associata ai progetti rivoluzionari, alle guerriglie e ai partiti marxisti, mentre la destra fu identificata con la difesa dell’ordine, della proprietà privata e del capitalismo. Il marxismo divenne il principale riferimento culturale delle scienze sociali e si ampliò il peso della sinistra nella società. Le destre sostennero i regimi militari anticomunisti, come avvenne nei Paesi del Cono Sud. Così, con il ritorno della democrazia rappresentativa, le destre politiche evitavano ancora di definirsi apertamente come tali, a causa del discredito derivante dal loro passato. Parallelamente si ampliò lo spazio dei partiti di “centro”, una categoria imprecisa che non consente di chiarire la collocazione politica o di classe della molteplicità di partiti e forze sociali che si riconoscono in essa.
A partire dagli anni Ottanta e Novanta si verificò una nuova svolta storica. Il crollo del modello sviluppista e la crisi del debito favorirono l’ascesa del neoliberismo, consentendo alle destre – in primo luogo agli imprenditori – di assumersi apertamente come tali, promuovendo privatizzazioni, apertura dei mercati, riduzione del ruolo dello Stato e flessibilizzazione, nonché precarizzazione, del lavoro. Le conseguenze sociali del neoliberismo furono disastrose. Per questo, dall’inizio del XXI secolo, si affermò la cosiddetta “marea rosa” dei governi progressisti latinoamericani, che misero in discussione il paradigma neoliberista, avviarono politiche economiche orientate al benessere sociale o al buen vivir e si identificarono come nuove sinistre.
È in questo contesto che emergono le nuove destre latinoamericane, oggetto di studio di numerosi ricercatori, tra cui Pablo Stefanoni, Ariel Goldstein, Waldo Ansaldi, Enzo Traverso, Daniel Feierstein, Torcuato Di Tella, Norberto Bobbio e molti altri. Seguendo le loro analisi, si può affermare, in termini generali, che le nuove destre difendono l’economia di mercato e la libera impresa; tuttavia, mentre la destra tradizionale o convenzionale accetta i principi della democrazia liberale, l’estrema destra (far right) li mette in discussione, senza riconoscere pienamente i vincoli dell’ordinamento democratico, accentuando così la polarizzazione sociale e rafforzando le tendenze autoritarie.
Le nuove destre non costituiscono un blocco omogeneo, ma presentano modelli differenti di organizzazione economica e politica. Il caso di Javier Milei, in Argentina, rappresenta un libertarismo radicale di ispirazione anarco-capitalista, che propone una drastica riduzione dello Stato e l’affermazione esclusiva dell’impresa privata. Nayib Bukele, in El Salvador, incarna invece un modello di capitalismo centralizzato e autoritario, nel quale la sicurezza pubblica legittima una significativa concentrazione del potere. In questa destra radicale rientrerebbero anche Jair Bolsonaro (Brasile), José Antonio Kast (Cile), Keiko Fujimori (Perù) e Abelardo de la Espriella (Colombia). Nella Repubblica Dominicana, Luis Abinader rappresenta invece la destra convenzionale – categoria nella quale possono essere inclusi anche Santiago Peña in Paraguay e Rodrigo Paz in Bolivia – fondata su un capitalismo tecnocratico e istituzionale orientato alla stabilità macroeconomica e all’efficienza della gestione pubblica.
Anche la base sociale di queste nuove destre è eterogenea. Essa comprende certamente il grande capitale imprenditoriale, ma anche settori della classe media e fasce popolari mobilitate attraverso i social network, i media tradizionali e perfino i discorsi religiosi neopentecostali, come avviene in America Centrale e in Brasile. L’ideologia dell'”imprenditorialità” contribuisce inoltre ad avvicinare l’idea di “libertà economica” ai settori popolari, informali e sottoccupati, i quali vedono nelle proprie microattività economiche il primo passo verso l’auspicata mobilità sociale. Parallelamente, il successo del modello securitario di Bukele ha trasformato la gestione repressiva dell’ordine pubblico in un punto di riferimento regionale nei contesti caratterizzati da elevata insicurezza. Si alimenta così l’idea che il “pugno di ferro” possa salvare tutti, indipendentemente dalle conseguenze per i diritti umani e la democrazia.
Applicando questi criteri al caso dell’Ecuador, è difficile collocare León Febres Cordero (1984-1988) nella destra tradizionale, poiché la sua esperienza si avvicina maggiormente all’estrema destra, pur senza raggiungere il livello rappresentato da Milei. Non a caso Osvaldo Hurtado descrisse quel governo nel suo libro La dictadura civil. Inoltre, studiosi ecuadoriani hanno dimostrato che è possibile parlare di un quarto “modello” di nuova destra latinoamericana: come reazione al “correismo”, dal 2017 si è costruita la seconda fase plutocratica del Paese, evolutasi in un capitalismo oligarchico con egemonia dinastica sotto il governo di Daniel Noboa, nel quale un’élite economica e politica consolida il proprio potere, subordina le istituzioni statali e organizza la governabilità attraverso uno stretto rapporto tra potere civile e militare, sotto la direzione delle strategie di sicurezza degli Stati Uniti rese operative mediante gli accordi di cooperazione militare sottoscritti.
In ogni caso, è ormai un tratto comune delle nuove destre latinoamericane presentarsi come alternative moderne, contestare i leader e i partiti del passato (la “casta”, secondo Milei), assumere un atteggiamento critico verso la gestione economica precedente, condurre una vera e propria “battaglia culturale” contro le sinistre (i “rossi”), attaccare il femminismo e i movimenti identitari (la sinistra “woke”), nonché, in alcuni casi, l’immigrazione (come in Cile e Perù). Esse rivendicano l’Occidente “giudeo-cristiano”, la famiglia tradizionale e la storia delle classi dominanti, arrivando perfino a rivalutare regimi come quello di Augusto Pinochet in Cile o di Jorge Rafael Videla in Argentina. Una volta al potere perseguitano gli oppositori, negano il pluralismo politico, criminalizzano la protesta sociale e, oggi, si subordinano alla cosiddetta “Dottrina Donroe” del Corollario Trump.
Le nuove destre rappresentano una sfida per il futuro dell’America Latina, poiché minacciano le democrazie e polarizzano la società, privilegiando la concentrazione del potere nelle mani di élite che non sono più disposte a consentire lo sviluppo di sistemi fondati sull’equità, sul rispetto dei diritti sociali e del lavoro, sulla redisuzione della ricchezza e sulla sovranità nazionale. Esse conducono una vera e propria lotta di classe contro i ceti medi, i lavoratori e le organizzazioni sociali e popolari.

