Internet, la fine dell’anonimato
I governi di tutto il mondo si stanno muovendo per collegare l’attività e le opinioni espresse dagli utenti online alla loro identità reale, presentando questa scelta come una misura a tutela dei minori. Ma le implicazioni di una simile svolta vanno ben oltre l’obiettivo dichiarato.
Internet, a lungo considerato uno spazio di relativa libertà, sta entrando in una fase di profonda trasformazione strutturale, guidata da governi che si stanno muovendo in parallelo.
In diverse giurisdizioni è in corso un processo poco appariscente ma sempre più esteso. Le autorità stanno introducendo requisiti di verifica dell’identità per accedere ai servizi online e partecipare alle attività in rete. Queste misure vengono presentate come strumenti di tutela dei minori e, in diversi casi, sono già state recepite nella legislazione.
Da Canberra a Washington, da Londra ad Ankara e Abu Dhabi, i governi si stanno muovendo per porre fine all’era dell’accesso anonimo a Internet, introducendo per legge limiti di età e procedure di verifica dell’identità sia nelle normative sia nell’architettura delle piattaforme digitali. Si tratta di uno dei cambiamenti più significativi che il mondo digitale abbia conosciuto dalla sua nascita.
Una svolta coordinata
Il modello che sta emergendo collega i profili degli utenti a identità verificate, andando ben al di là della normale regolamentazione e modificando il modo stesso in cui si esercita la libertà di espressione online.
Nel momento in cui ogni contenuto pubblicato in rete diventa indissolubilmente associato a un’identità reale e viene registrato in un archivio permanente, il concetto stesso di privacy online viene radicalmente capovolto. L’anonimato non viene più considerato un diritto civile, ma un’attività da guardare con sospetto, se non apertamente illecita.
Questa tendenza ha subito una forte accelerazione nel Regno Unito nel 2025, dove oltre 12.000 persone sono state sottoposte a fermo o sanzionate per attività svolte online.
Una dinamica analoga si sta sviluppando anche negli Stati Uniti, dove stati come Florida, Utah e California hanno promosso normative locali che impongono forme di verifica dell’identità. Sul piano federale, invece, l’approvazione del Kids Online Safety Act (KOSA) è ancora oggetto di dibattito al Congresso.
L’Unione Europea ha intrapreso un percorso parallelo attraverso il Digital Services Act (DSA). Presentato come un quadro normativo per la regolamentazione dei servizi digitali, nella pratica ha assunto anche una funzione di controllo e applicazione delle regole. Danimarca, Grecia, Italia e Spagna sono state scelte come primi paesi in cui sperimentare sistemi di verifica dell’identità.
Nel 2026 il dibattito ha iniziato ad ampliarsi. L’attenzione si è progressivamente spostata dalla tutela dei minori alla regolamentazione dell’espressione politica. In Germania, all’inizio di maggio, il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato: «Voglio vedere i nomi reali di tutti coloro che esprimono opinioni contro di noi online. Non devono potersi nascondere dietro account anonimi».
Misure analoghe sono state introdotte in Turchia alla fine di aprile. Il Parlamento ha approvato controlli obbligatori sull’identità degli utenti e il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni. Dopo la pubblicazione della legge, avvenuta il 1° maggio, alle piattaforme sono stati concessi nove mesi per adeguarsi.
Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha definito Internet un «caos digitale», affermando che la normativa si applicherà alle piattaforme con oltre un milione di utenti. Le sanzioni previste per chi non rispetta la legge comprendono misure severe, tra cui multe, limitazioni della larghezza di banda e persino il blocco totale dell’accesso alla rete.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno adottato un proprio quadro normativo nel giugno 2026 con la Decisione di Gabinetto n. 106, che ha fissato per la prima volta nel mondo arabo un’età minima ufficiale per l’utilizzo dei social media. Le piattaforme saranno obbligate a integrarsi con il sistema di identità digitale UAE Pass oppure a implementare sistemi di verifica biometrica. È stato previsto un periodo di transizione di dodici mesi, mentre le misure sanzionatorie — comprese multe e possibili sospensioni del servizio — entreranno in vigore a partire dal luglio 2027.
Sebbene gli altri paesi del Golfo non abbiano ancora introdotto per legge limiti di età specifici o obblighi di verifica dell’identità, l’adozione di normative analoghe è considerata altamente probabile. Ciò vale soprattutto per gli stati che dispongono di infrastrutture digitali particolarmente avanzate, come Arabia Saudita e Qatar.
Le autorità stanno inoltre prendendo di mira il principale strumento utilizzato per aggirare questi nuovi confini digitali: le VPN. La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen ha dichiarato che le misure di verifica dell’identità non dovranno poter essere eluse attraverso l’uso delle VPN, in linea con iniziative già avviate in Francia e nel Regno Unito per limitare il ricorso alle reti private virtuali.
Questa stretta rappresenta una svolta ideologica di grande portata. Se in passato i leader europei criticavano le rigide restrizioni imposte dalla Cina a Internet in nome della libertà di espressione, oggi stanno adottando, all’interno dei propri confini, meccanismi di controllo analoghi.
La verifica dell’identità come condizione per accedere alla rete
Diverse proposte normative prevedono che gli utenti siano obbligati a verificare la propria identità entro termini prestabiliti, in alcuni casi anche di sole 72 ore. Il mancato adempimento potrebbe comportare la sospensione dell’account e la cancellazione dei dati associati.
La scelta si riduce così a due sole alternative: collegare la propria identità digitale alla propria identità legale oppure perdere l’accesso alla rete di contatti e ai contenuti accumulati nel corso degli anni.
Questo requisito finisce per trasformare l’intero passato digitale di una persona in uno strumento potenzialmente utilizzabile contro di essa. Una discussione politica avuta anni prima, una domanda pubblicata su un vecchio forum o un commento impulsivo scritto in gioventù potrebbero restare per sempre associati alla propria identità legale.
Inizialmente accessibile soltanto alle autorità pubbliche, questo archivio consultabile potrebbe in futuro essere messo a disposizione anche di compagnie assicurative e potenziali datori di lavoro. Inoltre, la condivisione transfrontaliera di questi dati potrebbe diventare una pratica ordinaria nell’ambito delle richieste di visto o di altre procedure legate ai viaggi internazionali.
Una domanda di visto potrebbe includere la richiesta del profilo digitale del richiedente nel suo paese d’origine, con sistemi automatizzati incaricati di analizzarne i contenuti prima ancora dell’intervento di un funzionario umano.
L’Unione Europea ha già imposto sanzioni nei confronti di alcuni giornalisti che si occupavano di determinate questioni geopolitiche, compresi professionisti che avevano espresso posizioni filopalestinesi o considerate in linea con la politica russa.
L’ambito della regolamentazione non riguarda soltanto i contenuti pubblici. L’Unione Europea continua infatti a portare avanti l’iniziativa denominata Chat Control, che mira a consentire la scansione delle comunicazioni private. Dopo la scadenza, nell’aprile 2026, di un’esenzione temporanea, il 2 luglio il Consiglio dell’UE ha avviato l’iter per ripristinare le disposizioni sul monitoraggio fino al 2028.
La questione ha suscitato una forte opposizione da parte delle organizzazioni che si occupano della tutela della privacy e di una coalizione di oltre 500 crittografi. Secondo questi esperti, imporre alle piattaforme la scansione preventiva dei messaggi comprometterebbe inevitabilmente la crittografia end-to-end, trasformando di fatto gli spazi di comunicazione privata in ambienti permanentemente sottoposti a sorveglianza statale.
La libertà di espressione sotto osservazione
Le autorità sostengono che queste misure riguardino esclusivamente i social media. Tuttavia, l’infrastruttura che si sta costruendo ha potenziali applicazioni ben più ampie. È infatti soltanto questione di tempo prima che impronte digitali, scansioni della retina e riconoscimento facciale diventino requisiti obbligatori per qualsiasi attività svolta online.
Una volta superata questa soglia, i controlli non si limiteranno più ai tradizionali precedenti penali: sarà il profilo digitale di ciascun individuo a diventare il principale elemento di valutazione della sua carriera professionale. In questo scenario, algoritmi di intelligenza artificiale potrebbero analizzare ogni traccia lasciata in rete, classificando preventivamente gli utenti come “a rischio” o “potenzialmente inclini a commettere reati”.
Secondo questa impostazione, un simile sistema finirebbe inevitabilmente per scoraggiare il dibattito pubblico: criticare le politiche dello stato, denunciare episodi di corruzione o semplicemente porre una domanda verrebbe registrato in modo permanente nel fascicolo digitale di ogni cittadino. Di conseguenza, le autorità non avrebbero più bisogno di reprimere direttamente la libertà di espressione.
Quando il prezzo del dissenso rischia di essere la distruzione di un’intera carriera costruita nel corso di una vita, l’autocensura finisce per affermarsi spontaneamente.
Un fenomeno analogo è già osservabile nel mondo reale. Lo scorso anno oltre 300 studenti internazionali coinvolti nelle proteste filopalestinesi nelle università statunitensi si sono visti revocare il visto e sono stati espulsi dal paese. Se manifestare pubblicamente può già avere simili conseguenze, le implicazioni di una tracciabilità digitale permanente potrebbero essere ancora più profonde.
La giornalista ed esperta di politiche tecnologiche Füsun Nebil ha inquadrato la questione in termini più ampi:
«Forse l’aspetto più importante di questo dibattito è che Internet non è più soltanto uno strumento di comunicazione: è diventato anche la memoria e l’identità digitale delle persone. Non basta che i governi citino motivazioni apparentemente legittime, come la tutela dei minori, il contrasto alla disinformazione o la lotta alla criminalità informatica. Dobbiamo discutere seriamente di come un ordine digitale che elimini completamente l’anonimato finirà, nel lungo periodo, per esercitare pressioni sulla libertà di espressione, sul pluralismo politico e sulla stessa cultura della critica sociale.»
Da forum aperto a spazio regolamentato
Internet ha funzionato a lungo come uno spazio in cui i cittadini potevano apprendere, confrontarsi e costruire idee attraverso il dibattito aperto, evolvendosi dai primi forum online fino agli attuali social network. Tuttavia, in un sistema nel quale ogni parola diventa un documento ufficiale e permanente, la sopravvivenza della satira, dell’umorismo e del confronto intellettuale viene messa in discussione.
In un contesto in cui una battuta fatta a 22 anni potrebbe essere utilizzata come prova contro una persona a 40 anni, Internet smetterebbe di essere un ambiente di esplorazione e si trasformerebbe invece in un enorme tribunale nel quale qualsiasi parola pronunciata potrebbe essere usata come elemento d’accusa.
Oggi i media tradizionali, come giornali e televisioni, sono spesso controllati o influenzati da gruppi di potere e interessi economici in molti paesi. Per questo motivo, le piattaforme social sono diventate gli spazi principali in cui i cittadini possono ancora scambiare liberamente idee e opinioni.
Tuttavia, l’introduzione dell’obbligo di verifica dell’identità rischia quasi certamente di ridurre la pluralità delle opinioni proprio negli ultimi ambienti rimasti relativamente aperti.
Nel giugno 2026 il governo britannico ha avviato una consultazione sulla regolamentazione della distribuzione dei contenuti su piattaforme come YouTube e TikTok. Le proposte prevedono, tra le altre cose, l’obbligo per gli algoritmi di dare priorità ai contenuti provenienti da emittenti pubbliche designate e da fonti autorizzate.
Ciò introduce una struttura gerarchica all’interno delle piattaforme digitali: alcuni contenuti e alcune fonti ricevono maggiore visibilità per effetto della progettazione stessa del sistema.
Vie di fuga e conseguenze impreviste
L’introduzione dell’obbligo di verifica dell’identità online potrebbe non soltanto modificare la natura delle piattaforme social, ma anche provocare un esodo di massa verso il dark web. Paradossalmente, le principali vittime di questo cambiamento potrebbero essere proprio i minori che queste leggi dichiarano di voler proteggere.
Quando i governi obbligano colossi tecnologici come Meta, X e TikTok a introdurre controlli sull’identità degli utenti, i cittadini comuni attenti alla propria privacy e, in particolare, i giovani potrebbero rivolgersi al dark web. Sebbene le principali piattaforme siano spesso criticate, i loro team di moderazione e i sistemi di intelligenza artificiale rimuovono attivamente la grande maggioranza dei contenuti dannosi.
Al contrario, le reti del dark web non dispongono di alcun controllo né di linee guida comunitarie. Quando un adolescente utilizza la rete Tor per aggirare le restrizioni, non si limita a comunicare con i propri amici: entra in un ambiente privo di supervisione, dove i rischi di sfruttamento sono esponenzialmente più elevati rispetto alle piattaforme sottoposte a monitoraggio.
Concentrazione dei dati ed esposizione ai rischi
L’accumulo di dati identificativi introduce un ulteriore livello di rischio. Grandi archivi contenenti informazioni biometriche e dati personali rappresentano obiettivi estremamente appetibili per gli attacchi informatici.
Nell’aprile 2026 sono emerse preoccupazioni riguardo alla EU Age Verification App, poco dopo la pubblicazione del suo codice sorgente. Ricercatori nel campo della sicurezza informatica hanno individuato alcune vulnerabilità nella sua struttura.
Esperti indipendenti, tra cui il consulente di cybersecurity Paul Moore e il crittografo francese Olivier Blazy, hanno immediatamente segnalato criticità architetturali e problemi di progettazione all’interno del sistema.
Rivolgendosi direttamente alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen attraverso X, Moore ha lanciato un duro avvertimento: «Davvero, @vonderleyen: questo prodotto sarà il catalizzatore di una gigantesca violazione dei dati prima o poi. È soltanto una questione di tempo».
Anche il fondatore di Telegram, Pavel Durov, è intervenuto nel dibattito, sostenendo che queste vulnerabilità di sicurezza siano il risultato diretto della progettazione stessa del sistema e non di un semplice errore: «L’app europea per la verifica dell’età era vulnerabile per costruzione: si fidava del dispositivo (ed è la fine immediata della partita)».
Un orizzonte sotto sorveglianza
Sebbene la verifica dell’identità su Internet possa apparire come una misura pensata per proteggere i minori, il fatto che conduca a un approdo sicuro o a un precipizio pericoloso dipenderà dal modo in cui verrà attuata. Se la soluzione si baserà esclusivamente sull’imposizione di divieti e sulla raccolta di documenti identificativi, la comunicazione libera verrà inevitabilmente spinta verso le reti del dark web, dove ogni forma di controllo diventa estremamente difficile.
La strada per proteggere i minori non consiste nel chiudere le porte del mondo digitale e consegnarne le chiavi al governo. Piuttosto, passa dalla capacità di garantire che Internet resti uno spazio aperto, nel quale i cittadini possano esprimere liberamente le proprie idee senza la pressione dell’autocensura, rendendo al contempo l’ambiente online più sicuro attraverso moderazione, educazione e trasparenza.
Altrimenti, entro il prossimo decennio potremmo ritrovarci davanti non a una generazione protetta dagli effetti dannosi di Internet, ma a una generazione cresciuta nell’assenza di regole del dark web.
di Onur Ozersin
fonte: The Cradle

