USA e UE, la finta distanza
La minaccia di Trump a Berlino e a Roma di ritirare una parte significativa del contingente militare USA, indicherebbe come si sia in presenza di un più generale e graduale disimpegno degli Stati Uniti dal teatro europeo. A leggere i numeri, però, l’impatto politico e operativo della decisione è minimo: i 38 mila soldati americani in Germania, diventeranno 33 mila nei prossimi 12 mesi. Per una Germania che sogna la vendetta contro la Russia e il dominio sul resto d’Europa c’è preoccupazione: durante la guerra fredda, gli Stati Uniti avevano in Germania 200 mila soldati, con un picco nel 1985 di 246 mila unità. Ma il piano di riarmo tedesco otterrà da questa mossa ulteriore impulso.
Il disimpegno non è una risposta alla mancata adesione alla guerra conto l’Iran. In realtà, senza la base britannica di Fairford (GB) o l’hub logistico di Ramstein (del cui uso Trump ha pubblicamente ringraziato Merz) l’attuale attacco sarebbe impensabile, perché una guerra come quella contro Teheran non si può fare dalle portaerei senza supporto a terra. Alcuni fanno notare la tempistica della decisione, successiva alla lunga conversazione telefonica intercorsa tra Putin e Trump, ma qui siamo nel campo dell’eurocentrismo monomaniacale.
La decisione di Trump rappresenta invece il primo step di un progetto politico-militare degli Stati Uniti, che ritengono che l’Europa, in particolare GB, Germania e Francia, possa svolgere il ruolo di cerniera militare anche senza i militari statunitensi, che resteranno comunque a garantire la direzione militare della NATO (e il mercato delle forniture per il complesso militar-industriali statunitensi).
Il taglio delle truppe era preventivato e non cambia molto in uno scenario bellico dove la fanteria va assumendo un ruolo relativo nei conflitti in favore della superiorità tecnologica dei sistemi d’arma. Ed è qui che arriva come una sciabolata il possibile rifiuto degli Usa di fornire ai tedeschi le capacità di missili a lungo raggio che sono cruciali per la minaccia alla Russia. La Germania produce zero missili balistici. È un nano nel settore, completamente dipendente dai sistemi Usa. In caso di conflitto con la Russia potrebbe essere azzerata in poche ore.
Per l’esperto militare Christian Mölling, “la possibile riduzione delle forze statunitensi dalla Germania non è principalmente una storia da 5.000 soldati. La questione chiave è la capacità che potrebbe non arrivare: i Long-Range Fires terrestri degli Stati Uniti come ponte per colmare il divario europeo nel Deep Precision Strike”. Sul piano operativo, la questione è più seria del numero di truppe”.
Il fatto è che a Washington ormai si contano persino nei dettagli i vettori balistici e i sistemi di difesa, perché l’Ucraina prima, la Palestina poi e l’Iran adesso, hanno ridotto ai minimi termini le scorte statunitensi, al punto che i vertici del Pentagono hanno lanciato ripetuti allarmi alla Casa Bianca.
È chiaro che il disimpegno statunitense dall’Europa ha nel ritiro di una parte del contingente USA solo un aspetto; c’è poi, molto più insidioso, quello relativo all’aumento della spesa militare europea a fronte della riduzione della spesa militare USA per il mantenimento della NATO. NATO che, a ben vedere, è sostanzialmente un ombrello militare calibrato sul Vecchio Continente, dal momento che nel Pacifico e nell’Oceano Indiano le alleanze militari statunitensi poggiano su organismi regionali con paesi satelliti.
Una parte dell’Europa fatica ad immaginarsi un abbandono sostanziale degli Stati Uniti, consapevole che, a fronte di una narrazione di propaganda che voleva gli USA a difesa delle democrazie europee, la verità è che sia stata proprio l’Europa ad aver rappresentato la prima fondamentale barriera a difesa del territorio statunitense. Ma il rinnovato vigore militarista tedesco su base espansionista, coerentemente con la sua orrenda eredità storica che va da Barbarossa fino al Terzo Reich, spinge gli USA a considerare l’Europa come autosufficiente nei confronti dell’altro nemico strategico, ovvero la Russia.
Ad ogni modo, Washington non ritiene di dover assumere come priorità una guerra con la Russia nei prossimi anni: non tanto perché condurrebbe alla sostanziale estinzione del pianeta e del genere umano e non solo perché visto l’equilibrio balistico Washington non riuscirebbe a vincere, anzi; ma perché la Russia non viene considerata una minaccia decisiva al dominio globale degli USA sui mercati e dunque una guerra non viene ritenuta conveniente per gli affari statunitensi, bensì molto pericolosa per la stessa sopravvivenza degli States.
Se quindi l’Europa sente tutto questo ardore bellico che funge da innesco per una vendetta storica che ne diverrà la tomba, può procedere da sola: gli USA non interverranno a sua difesa. L’Europa dovrà assumere su di sé il compito di garantire la supremazia occidentale sia nei confronti della Russia che nel teatro del Mediterraneo, mentre Israele assicurerà il suo dominio coloniale sul Medio Oriente e sul Golfo Persico, in collaborazione con le petro-monarchie. Un progetto che verrà sancito dalla firma degli Accordi di Abramo e che si fonda sul tentativo di limitare fortemente il ruolo economico, politico e militare dell’Iran.
Nelle considerazioni statunitensi si parte dalla constatazione di come Washington non sia in grado militarmente e soprattutto economicamente di sostenere diversi fronti aperti. Le difficoltà durissime alle quali è andata incontro in Iran e l’impossibilità di sconfiggere la Russia in Ucraina si aggiungono al timore di uno scatto politico e militare della Cina sulla questione Taiwan, che gli USA ritengono fondamentale per contenere la potenza cinese sul mercato dei semi-conduttori e per la stessa sopravvivenza dell’economia USA, che ha nelle nano tecnologie un elemento strategico assoluto. Indispensabile per il disegno di un mondo governato dall’intelligenza artificiale a sua volta dominata dalla potenza di calcolo quantistico oggi in disputa con Pechino. Ed è proprio in ragione della enorme quantità di energia necessaria per lo sviluppo civile e militare della IA che dal Venezuela all’Iran le mire USA sul petrolio altrui si manifestano senza decenza.
Le urgenze strategiche di Washington hanno nel teatro dell’Indo-Pacifico e nell’America Latina le priorità per la difesa del primato USA sul mondo, ovvero nel loro ruolo imperiale assoluto che si fonda anche sul dominio energetico globale. La Cina è il nemico principale, pur se non esclusivo: Pechino rappresenta sotto l’aspetto politico, tecnologico, commerciale, finanziario e diplomatico, una vera e propria alternativa globale di tipo sistemico e una leadership sempre più determinante per gli equilibri internazionali grazie ad una modalità di relazioni internazionali basate sul rispetto reciproco e la non ingerenza. L’alleanza tra Pechino e Mosca è il motore di una nuova idea delle relazioni internazionali.
La Cina, infatti, in alleanza strategica con la Russia, disegna un progetto generale di cambiamento dell’ordine globale che ridimensiona fortemente il ruolo dell’Occidente Collettivo, ormai impantanato in crisi economiche che non riesce a superare, conflitti militari che non riesce a vincere e contraddizioni politiche al suo interno che non riesce a sanare. Washington, che per circa 80 anni ha scelto l’Europa come terreno del possibile first strike di un eventuale conflitto con l’Unione Sovietica prima e la Russia poi e che, dal 1991, ha avuto nell’espansione ad Est della NATO il cuore della strategia di accerchiamento della Russia. Strategia miseramente fallita con la decisione russa di entrare in Ucraina.
E proprio l’Ucraina sarà il terreno dove si consumeranno le ultime iniziative diplomatiche russe prima che il Cremlino esaurisca la pazienza di attendere che l’Europa si armi e attacchi Mosca. Berlino dovrà preoccuparsi non poco. Quella che un tempo fu la locomotiva d’Europa oggi, per scelte suicide e ambizioni anacronistiche, è solo carrozza di coda.

