USA, Corea e il comando blindato
Una polemica relativamente accesa è emersa a livello pubblico nelle ultime settimane tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud attorno al trasferimento da Washington a Seoul del comando militare operativo (OPCON) in tempo di guerra delle forze armate del paese asiatico. La questione non è soltanto di natura tecnica o logistica, ma ha evidenti implicazioni riguardo alla sovranità stessa della Corea del Sud e, ancora di più, ai preparativi di guerra ben avanzati di Washington contro la Cina. Le tensioni tra i due alleati sono salite improvvisamente dopo le recenti dichiarazioni del comandante delle forze americane in Corea del Sud, il quale ha lasciato intendere che la Casa Bianca potrebbe rimandare il trasferimento del comando, nonostante quest’ultimo sia stato programmato e concordato da tempo.
Settimana scorsa, durante una conferenza nella capitale americana, il generale Xavier Brunson ha messo in dubbio la fattibilità di questa iniziativa a causa delle “cambiate condizioni” regionali. Il numero uno delle Forze Americane in Corea (USFK) ha parlato di “piani modificati” in base alla nuova realtà in Estremo Oriente, che comportano “nuovi standard” che gli USA devono “rispettare”. Il generale era stato ancora più chiaro durante un intervento precedente, nel quale aveva spiegato che la Corea del Sud non disponeva di adeguate capacità militari sul campo.
Lo stesso Brunson aveva affermato in un’udienza al Congresso lo scorso aprile che i vertici militari americani intendevano perfezionare il passaggio del comando militare sudcoreano alle forze indigene all’inizio del 2029, sempre che fossero state implementate le condizioni previste da una specifica “roadmap”. Per la stampa sudcoreana, la preferenza del governo sarebbe per l’anno 2028. Il presidente sudcoreano, Lee Jae-myung, vorrebbe quanto meno concludere il processo prima della fine del suo mandato, ovvero nel 2030. Un accordo sul trasferimento del OPCON in tempo di guerra a Seoul era stato raggiunto per la prima volta nel 2006, quando si decise di ultimarlo entro il 2012, ma la data sarebbe stata in seguito rinviata più volte.
L’assunzione del comando delle forze armate sudcoreane da parte americana risale alla guerra di Corea (1950-53), per decisione del dittatore installato da Washington, Syngman Rhee. Dal momento che il conflitto si risolse in una tregua e, fino a oggi, senza un vero trattato di pace, il controllo dei militari sudcoreani è rimasto da allora agli Stati Uniti. Solo il comando in tempo di pace è stato trasferito a Seoul nel 1994.
Le cambiate condizioni degli scenari asiatici, a cui i vertici militari americani fanno riferimento per ritardare o sospendere indefinitamente il controllo di Seoul sulle proprie forze armate, sono in sostanza le manovre di Washington per preparare una guerra su vasta scala contro le “minacce” all’egemonia mondiale degli Stati Uniti, a cominciare dalla Cina. La guerra in Asia orientale, in altre parole, non è più solo un’ipotesi teorica, ma una realtà che potrebbe concretizzarsi in un futuro molto ravvicinato. Ragione per cui il Pentagono ritiene cruciale il mantenimento del comando diretto su forze che dovrebbero svolgere un ruolo cruciale in questo stesso conflitto.
Nel dibattito pubblico, la minaccia che agitano sia Washington sia Seoul è quella della Corea del Nord. La propaganda ufficiale descrive d’altra parte il regime di Pyongyang come un soggetto irrazionale e imprevedibile, che da un momento all’altro e senza ragioni potrebbe scatenare un attacco sul vicino meridionale, teoricamente anche con gli ordigni nucleari di cui dispone. Nella realtà, il fattore nordcoreano è collegato direttamente a quello cinese. Ovvero, la presenza militare americana in Corea del Sud e le pressioni che negli ultimi decenni sono state esercitate sulla Corea del Nord, che sono a tutti gli effetti la ragione principale della corsa agli armamenti di Pyongyang, sono imprescindibili dalla rivalità strategica USA-Cina e, di conseguenza, dai preparativi di guerra contro Pechino.
Le dichiarazioni del generale Brunson non sono state accolte positivamente a Seoul. Il ministro della Difesa, Kang Shin-chul, ha fatto sapere che il governo ha espresso una protesta formale in risposta all’accusa della mancata preparazione delle forze armate sudcoreane. Un anonimo esponente governativo, citato dalla stampa locale, ha spiegato invece che i dubbi di Washington derivano dal fatto che il Pentagono “continua ad aggiungere nuovi requisiti” a quelli stabiliti per il passaggio di consegne del comando operativo. “Molti al ministero della Difesa” sudcoreano “sono [perciò] frustrati dal continuo spostamento degli obiettivi” da parte americana. La logica conclusione l’ha tratta la portavoce dello stesso ministero, Chung Binna, secondo la quale l’intenzione americana dietro a questo atteggiamento è di non trasferire il comando alle forze di Seoul.
Questa tesi va probabilmente molto vicino alla verità ed è da collegare, come già spiegato, alla guerra in preparazione contro la Cina. C’è però almeno un altro aspetto da considerare in rapporto all’irrigidimento delle posizioni americane, sia pure anch’esso strettamente connesso ai piani bellici di Washington. A chiarirlo è stato a fine settembre uno dei sottosegretari alla Difesa USA, Elbridge Colby, nel corso di un intervento davanti alla commissione Forze Armate del Congresso. Colby ha ammesso che le discussioni relative al trasferimento del comando OPCON a Seoul sono un’occasione per spingere la Corea del Sud a implementare “miglioramenti generazionali” delle proprie capacità militari. Il Pentagono punta in definitiva a incentivare un drastico aumento delle spese militari sudcoreane in cambio della concessione del comando sulle operazioni in tempo di guerra, sempre con l’obiettivo di preparare nella maniera più efficace possibile un confronto diretto con Pechino.
Le proteste del governo di Seoul e l’insistenza per formalizzare il passaggio del comando OPCON nei prossimi anni non comportano in ogni caso un ripudio delle mire anti-cinesi degli Stati Uniti o delle manovre contro la Corea del Nord. La Corea del Sud è allineata agli interessi strategici americani fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso e le amministrazioni che si sono succedute dopo l’istituzione di un sistema politico democratico hanno evidenziato in larga misura differenze solo di natura tattica in politica estera. Tuttavia, il Partito Democratico oggi al governo ha tradizionalmente un orientamento più favorevole al consolidamento di relazioni economiche e commerciali con la Cina, così come si è storicamente adoperato per l’apertura di un dialogo con Pyongyang.
Ciò ha indubbiamente un peso nei piani del governo del presidente Lee, ma nei calcoli di quest’ultimo ci sono con ogni probabilità almeno altri due fattori da considerare. Il primo è il tentativo di usare la rivendicazione del controllo totale sulle proprie forze armate come uno strumento per contenere le tensioni sociali interne. Nel concreto: per dirottare le frustrazioni dovute ai problemi economici e sociali sul fronte esterno, vale a dire alimentando gli istinti populisti o sovranisti attraverso la “pretesa” di comandare i militari sudcoreani in caso di guerra.
Il secondo ha a che fare invece con la necessità di rivalutare i contorni dell’alleanza con gli Stati Uniti in conseguenza delle scosse causate dalle iniziative dell’amministrazione Trump in questi due anni. Anche la Corea del Sud, come altri paesi, mette in dubbio l’affidabilità americana alla luce sia delle tensioni esplose in altre parti del globo (Europa, Canada) sia di quelle registrate proprio sull’asse Washington-Seoul. Esempi emblematici sono i dazi imposti all’export sudcoreano e il recente ridimensionamento di un’importante esercitazione militare congiunta. La polemica sul OPCON nasconde quindi gravi tensioni, destinate ad aumentare nel prossimo futuro in parallelo all’indebolimento della posizione internazionale degli Stati Uniti e ai tentativi di invertire la tendenza, imponendo i propri interessi strategici sia sui nemici sia, sempre più spesso, sugli alleati storici.

