Si scrive Fedorov, si legge Palantir
A luglio 2026, Volodymyr Zelensky ha rimosso Mykhailo Fedorov dal suo incarico di ministro della Difesa ucraino, in cui si era distinto per la spinta alla modernizzazione tecnologica e la gestione della flotta di droni. Il siluramento non è legato a illeciti penali, bensì a duri scontri interni con il capo di stato maggiore Oleksandr Syrsky e alla strenua opposizione di Fedorov alle reti di corruzione che storicamente infettano gli appalti militari ucraini. Si riconosce che l’ex ministro ha promosso riforme per contrastare le infiltrazioni criminali nei settori delle tecnologie militari del Paese.
Alla fine di agosto 2026, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha nominato Fedorov consulente esterno a titolo gratuito per l’innovazione della difesa, nello specifico su droni, sistemi radiocomandati e automatizzati senza pilota, e difesa aerea. Trattandosi di un ruolo istituzionale di consulenza strategica, la sua condotta penale è stata necessariamente considerata integra: dettaglio non scontato, data la notorietà delle dinamiche interne all’amministrazione Zelensky.
In qualità di consigliere esterno fuori organico, Fedorov non ricopre una carica nei ruoli stabili della Pubblica Amministrazione italiana. Non ha poteri decisionali sul bilancio della difesa, né l’autorità di comandare forze armate o accedere ai sistemi informatici riservati dell’Italia o dell’Alleanza Atlantica. Il suo staff ha esplicitamente chiarito che il nuovo incarico non comporterà il trasferimento o la divulgazione di segreti di stato ucraini. La legislazione italiana prevede infatti che l’accesso a informazioni classificate, protette da segreto militare, sia subordinato all’ottenimento del nulla osta di sicurezza, rilasciato dai servizi segreti italiani dopo severissimi controlli. Il ruolo di Fedorov si limita quindi al trasferimento delle competenze pratiche accumulate sul campo di battaglia.
Nonostante la legittimità formale, la nomina ha scatenato reazioni: la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha duramente contestato Roma definendo la scelta “ridicola” e “assurda”. Il ministro Crosetto ha replicato rivendicando la sovranità decisionale italiana e sottolineando il valore strategico di attingere all’esperienza di chi ha guidato la transizione tecnologica in un conflitto moderno.
Fedorov ha dimostrato una straordinaria capacità imprenditoriale. In breve tempo è riuscito a lanciare una startup per progetti bellici ucraini, un fondo di investimento nelle tecnologie per la difesa, piani per la produzione di missili a basso costo guidati da intelligenza artificiale e, ad aprile, una piattaforma digitale protetta che funge da vera e propria palestra virtuale per addestrare gli algoritmi militari.
L’apice di questo attivismo è l’annuncio ufficiale della sua nuova azienda che vede Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, come primo e principale investitore. L’impresa punta a capitalizzare l’esperienza bellica ucraina, trasformandola in prodotti e programmi informatici esportabili per Kiev e i partner occidentali. Il focus è centrato su sistemi avanzati per droni, robotica da battaglia, intelligenza artificiale per l’analisi dello spionaggio militare e sistemi digitali capaci di unire i dati dei radar per la difesa aerea.
La partnership con Karp non è casuale: Palantir è da anni uno dei pilastri tecnologici di Kiev, fornendo i programmi di analisi dati che guidano le strategie difensive contro la Russia. Subito dopo la rimozione di Fedorov dal governo a luglio, l’intesa si è tradotta in questo veicolo imprenditoriale privato.
Questa mossa aggiunge un pesante elemento di dibattito in merito al suo ruolo in Italia. Fedorov si ritrova contemporaneamente consulente del ministero della Difesa italiano e fondatore di una startup militare privata supportata da Palantir, azienda notoriamente simbiotica con gli apparati di sicurezza e lo spionaggio degli Stati Uniti.
Sebbene i due ruoli siano formalmente distinti, l’operazione conferma la centralità di Fedorov nell’ecosistema della difesa tecnologica transatlantica. In Italia, le norme stringenti sull’incompatibilità e il conflitto di interessi si applicano rigidamente al personale di ruolo e a chi esercita poteri amministrativi diretti. Essendo Fedorov un consulente a titolo gratuito e senza deleghe di spesa, la sua figura non ricade nei vincoli di incompatibilità professionale. Il potenziale conflitto non costituisce un illecito amministrativo automatico, a patto che egli non influenzi appalti specifici in cui Palantir o la sua startup siano concorrenti. Una condizione che, data la storica tendenza al servilismo atlantista della classe politica italiana – da sempre incurante dell’opinione pubblica, della sicurezza e delle tasche dei cittadini – appare quasi utopica.
L’Alleanza Atlantica non possiede una legislazione comune sul conflitto d’interessi dei singoli consulenti nazionali, ma si basa sulla sovranità degli Stati membri e sulla protezione dei dati classificati. Poiché Palantir è già profondamente radicata nel Dipartimento della Difesa americano e in altre forze armate occidentali, oltre al legame strettissimo con Israele che è ormai simbiotica sia col Pentagono che con la CIA per tacere di governo ed opposizione, l’adozione di metodologie simili da parte dell’Italia viene vista dall’alleanza come una convergenza strategica verso gli standard americani, piuttosto che come un’anomalia.
Il coinvolgimento di figure ucraine ai vertici tecnologici occidentali, pur non facendo il Paese formalmente parte dell’Unione Europea o delle alleanze occidentali, crea paradossi politici e giuridici spinti a forza dalla Casa Bianca. L’Ucraina beneficia di un livello di condivisione di informazioni satellitari, addestramento avanzato e integrazione operativa superiore a quello di alcuni membri effettivi. Ciò rappresenta un evidente cortocircuito delle regole di mutua difesa collettiva: Kiev gode dei vantaggi tecnologici e militari degli alleati senza che questi debbano attivare l’intervento militare diretto in caso di attacco. Un precedente in cui un Paese terzo viene assimilato militarmente per via tecnologica, bypassando gli iter diplomatici.
Allo stesso modo, mentre l’ingresso nell’Unione Europea richiede storicamente decenni di riforme strutturali, per l’Ucraina sono state attivate corsie preferenziali straordinarie dettate dall’emergenza bellica e dalla spinta di Washington. L’Unione Europea ha persino incluso Kiev nelle sue strategie industriali di difesa comune, permettendo a uno Stato esterno di partecipare all’acquisto congiunto di munizioni finanziato dal bilancio comunitario.
Questa asimmetria risponde alla logica strategica statunitense: gli Stati Uniti e le aziende della Silicon Valley utilizzano il teatro ucraino come un immenso ambiente di prova per le tecnologie di intelligenza artificiale applicate alla guerra. Dati e algoritmi vengono poi capitalizzati da aziende americane come Palantir per perfezionare i propri sistemi commerciali. Creare un’Ucraina militarmente e tecnologicamente insostituibile permette a Washington di legare a doppio filo la sicurezza dell’Unione Europea alle forniture e alle piattaforme informatiche americane, consolidando l’influenza transatlantica.
Di contro, l’esercito russo ha accelerato lo sviluppo dei propri sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento dei bersagli e la gestione dei droni. Mosca ha ripetutamente dichiarato in sede ONU che i satelliti commerciali occidentali, come le reti spaziali private che alimentano i software di Palantir utilizzati per scopi militari in Ucraina, costituiscono obiettivi legittimi di rappresaglia. Ciò sposta il confine della minaccia dallo scontro di terra alla guerra spaziale e infrastrutturale globale.
Palantir ha trasformato il conflitto in Ucraina in un vero e proprio laboratorio di guerra digitale in tempo reale, schierando programmi integrati che coordinano le spie sul campo e i flussi di fuoco. Tra questi spicca un software che unisce, incrocia e mappa in pochi secondi dati presi da sensori a terra, intercettazioni radio e segnalazioni dei cittadini. Un altro programma gestisce una rete di satelliti commerciali per scattare immagini ad alta risoluzione del fronte. C’è poi un’intelligenza artificiale dedicata esclusivamente ai droni, che calcola le rotte migliori scoprendo i punti ciechi dei radar nemici. Infine, la piattaforma principale viene usata persino per decidere dove sminare i terreni, incrociando la mappa dei vecchi bombardamenti con l’importanza economica dei campi agricoli.
La legge europea sull’intelligenza artificiale, pur essendo la prima normativa globale sul tema, presenta una fortissima limitazione strutturale: per espressa decisione dei trattati, questo regolamento non si applica ai sistemi sviluppati o utilizzati esclusivamente per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. E comunque per essere certi della sua assoluta inefficacia, basti dire che definisce chat gpt un motore di ricerca, quindi normale avvilirsi se si pensa che si tratta dell’unico vero strumento che avremmo potuto usare non per scongiurare, ma almeno per posticipare un pericolo sistemico per l’intera specie umana.
La sicurezza nazionale rimane competenza esclusiva dei singoli Stati, come Francia, Germania o Italia, entità dalla dubbia moralità e con una secolare tradizione di imperialismo e massacri ai danni di popoli tecnologicamente inferiori. L’Unione Europea non ha il potere legale di imporre standard etici o limitazioni all’uso di algoritmi nei sistemi d’arma nazionali o nei programmi militari comuni.
Aziende americane come Palantir o startup collegate alla difesa operano totalmente al di fuori di queste regole quando sviluppano tecnologie militari. Questo crea una frattura normativa drammatica: l’Europa regolamenta pesantemente l’intelligenza artificiale civile e commerciale per i propri cittadini, ma rimane totalmente dipendente da software militari esteri che sfuggono a qualsiasi controllo etico o trasparenza democratica.
L’efficiente ex ministro ucraino, visto da vicino, rischia di rivelarsi un enorme cavallo di legno da cui usciranno i soliti noti dei colossi tecnologici, pronti stavolta a prendere il controllo della guerra informatica. Un’operazione a discapito di una vecchia alleanza militare ormai obsoleta, che non risponde più agli interessi americani come in passato. Questo scenario evidenzia come il riarmo dell’Unione Europea non sia altro che una rapina legalizzata ai danni dei portafogli dei cittadini, a favore delle stesse industrie che li hanno licenziati: un drenaggio di fondi sottratti alle pensioni future che genererà un debito pubblico destinato a far collassare definitivamente lo stato sociale, per la sola felicità dei grandi fondi d’investimento. Il tutto per renderci, finalmente, “liberi”, ma dietro comoda sottoscrizione mensile.

