Russia-Germania, droni e propaganda
La vastità e la ferocia della nuova operazione di propaganda anti-russa scoppiata in Europa attorno al drone esplosivo trovato all’aeroporto di Lipsia a inizio agosto sembra essere la dimostrazione di come si sia in presenza di una molto probabile “false flag”, orchestrata a tavolino per cercare di rimediare a una situazione sempre più critica sia per il regime ucraino di Zelensky sia per l’UE e, in particolare, la Germania. Lo zelo e la rapidità con cui l’ultra-screditato governo del cancelliere Merz è arrivato alla conclusione delle responsabilità di Mosca in questo e in altri episodi parzialmente simili si scontra infatti in maniera clamorosa, anche se del tutto prevedibile, con la totale assenza di prove concrete presentate al pubblico. Oltre a ciò, anche solo un’analisi molto superficiale dei fatti conosciuti rende a dir poco risibili le conclusioni proposte dalla versione ufficiale di Berlino.
A dare una minima credibilità alle tesi sconclusionate esposte nel corso di una conferenza stampa tenuta martedì dai ministri tedeschi degli Esteri e dell’Interno – rispettivamente Johann Wadephul e Alexander Dobrint – è la collaborazione deliberata della stampa ufficiale, pronta ad assecondare gli input dei governi per scatenare una valanga di titoli e pseudo-analisi che avvertono della volontà del Cremlino di seminare il terrore nei cieli europei e non solo.
Secondo le autorità tedesche, il 4 agosto era stato rinvenuto un drone in un’area dell’aeroporto di Lipsia dove si trovava un cargo Antonov utilizzato da Kiev per trasportare armi dall’Europa all’Ucraina. A fianco del velivolo senza pilota vi erano anche 600 grammi di un potente esplosivo, probabilmente staccatosi dallo stesso drone. Convenientemente, non vi fu nessuna detonazione e l’incidente si risolse senza alcun danno. Giusto per creare l’impressione dell’esistenza di uno schema terroristico diretto da Mosca, anche altri casi sono stati resi noti, come quello di un secondo drone che sarebbe entrato in collisione con un diverso velivolo, utilizzato allo stesso scopo del primo, mentre completava le manovre di atterraggio. Anche in questa circostanza non si sarebbero registrati danni grazie al fatto che il drone non era esploso al momento dello scontro. Uno scenario insomma piuttosto sfortunato e insolito se si considera che a organizzare il tutto sarebbero stati organi dello stato che opera il programma di droni ad uso militare virtualmente più all’avanguardia del pianeta.
Se si dubitasse della buona fede degli esponenti del governo Merz, sarebbe evidentemente più logico pensare appunto a una “false flag” ucraina, anche per via della lunga serie di precedenti simili, nonché di atti di matrice terroristica, che contraddistingue il regime a partire almeno dal febbraio 2022. La location del fallito attentato era ad esempio ideale per organizzare un piano in grado di dare l’occasione ai politici europei di scatenare una nuova ondata di isteria russofoba, evitando ovviamente con cura di fare esplodere l’ordigno in questione, così da lasciare intatto il prezioso carico dell’Antonov parcheggiato a Lipsia.
Mercoledì, sempre le autorità tedesche hanno aggiunto un altro tassello alla già traballante ricostruzione degli eventi. Due sospetti sarebbero stati identificati come possibili responsabili del fallito attentato. Il primo è un uomo di origine russa con passaporto lettone e il secondo un bielorusso con passaporto russo. Altro particolare singolare sembra essere quindi la decisione dell’intelligence di Mosca, per Berlino responsabile dei fatti, di far viaggiare per l’Europa un proprio agente in missione con un passaporto russo. Vista la qualità delle “prove” raccolte dalla Germania, non sarebbe stata fuori posto la notizia del reperimento di un marchio o di una bandiera russa stampati direttamente sul drone o sull’esplosivo rinvenuti a Lipsia.
Fondamentale in questi casi è stabilire quale parte possa trarre maggiore beneficio dagli eventi. Di certo non la Russia. Il capitale investito in un attentato simile non avrebbe in nessun modo compensato le conseguenze politiche né di un fallimento né, tantomeno, di un “successo”. Oltretutto, le forze russe stanno colpendo regolarmente depositi di armi e linee di rifornimento in Ucraina, così da rendere insensata un’operazione come quella presumibilmente sventata il 4 agosto sul territorio di un paese europeo. Nelle ultime settimane, la Russia ha anche accelerato le operazioni militari, col risultato di avvicinare il regime ucraino al baratro. Attentati terroristici sono piuttosto prerogativa della parte più disperata, come appunto l’Ucraina, che per l’appunto ricorre regolarmente ad azioni di questo genere, la cui utilità strategica è pari a zero.
C’è comunque almeno un altro elemento che conferma come la storia sia stata costruita a tavolino dalla Germania e dai suoi partner europei per alzare le pressioni su Mosca. Riguardo ai sospettati che le autorità tedesche sostengono di avere individuato, entrambi sarebbero entrati dell’area Schengen con un visto turistico rilasciato dalla rappresentanza diplomatica italiana a Minsk, la capitale della Bielorussia, alla fine di aprile. Questo fatto, se fosse vero, costituirebbe una coincidenza straordinaria, visto che, guarda caso, solo lo scorso mese di luglio l’ultimo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia era stato approvato in forma attenuata proprio sulla questione della stretta ai visti turistici per gli ex militari russi a seguito di richiesta, tra gli altri, del governo italiano.
Il putiferio scatenato dal finto attentato di Lipsia serve dunque anche a superare queste resistenze, come ha confermato mercoledì il capo – per così dire – della diplomazia UE, Kaja Kallas. Quest’ultima ha avvertito che la facilità con cui i russi ottengono visti turistici europei rappresenta una minaccia mortale, perché verrebbero usati più o meno regolarmente per introdurre nell’area Schengen “sabotatori” intenti a portare a termine sanguinosi atti terroristici. L’intera operazione di propaganda è stata messa in piedi anche per coincidere con il vertice dei ministri degli Esteri UE che era in corso nei giorni scorsi in Irlanda, dove con ogni probabilità la decisione comune di procedere con una nuova escalation del confronto con Mosca era già stata presa. Su un piano più ampio, il caso di Lipsia ha innescato un’ondata di denunce contro attività di boicottaggio e interferenze russe di ogni genere, come sempre senza nessun fondamento: dall’intervento nelle elezioni in Italia del prossimo anno paventate dall’ineffabile Tajani al sabotaggio dell’industria bellica inventato dal governo danese.
Nell’immediato, il governo di Berlino punta anche a ostacolare le mire elettorali dell’estrema destra dell’Alternativa per la Germania (AfD), nettamente favorita nel voto di domenica nello stato orientale Sassonia-Anhalt, dove potrebbe per la prima volta ottenere una maggioranza per governare autonomamente. La crescita dell’AfD è da collegare anche e soprattutto all’attitudine meno ostile nei confronti di Mosca, con cui anzi il partito di ultra-destra intende normalizzare i rapporti, in primo luogo per ripristinare le forniture di gas naturale a basso prezzo alla base del boom economico tedesco che appare sempre più come un lontano ricordo.
Lascia ad ogni modo sbalorditi la differenza dell’atteggiamento tenuto dal governo tedesco nell’affrontare un evento senza nessuna conseguenza concreta e dai contorni molto dubbi rispetto all’atto di sabotaggio più grave avvenuto in Europa dalla seconda guerra mondiale. Quest’ultimo è evidentemente la distruzione del gasdotto Nord Stream nel 2022. Un attentato diretto al cuore della Germania e della sua economia, per il quale sono emersi elementi indiscutibili delle responsabilità di Ucraina e Stati Uniti. In questo caso, Berlino ha agito con passività se non velato ostruzionismo, allo scopo di tenere nascosta la realtà dei fatti.
A determinare la diversità dell’approccio sono considerazioni tutte politiche. Smascherare definitivamente le responsabilità nella distruzione di un’infrastruttura vitale per la Germania causerebbe gravi conseguenze nei rapporti con gli alleati, fino a rischiare di far cadere il castello di carte che tiene in piedi tutta l’operazione anti-russa in corso. Ingigantire la minaccia russa enfatizzando un episodio come quello di Lipsia soddisfa al contrario svariate necessità. La prima è quella di ricompattare il sostegno europeo al regime di Zelensky in un frangente di gravissima crisi a causa della drastica intensificazione dell’offensiva militare russa.
Un altro fattore sono i gravi affanni domestici del gabinetto Merz. La classe dirigente della Germania è in pieno fermento per implementare un piano di riarmo mai visto dai tempi del nazismo e l’obiettivo, proprio come nel precedente hitleriano, è esplicitamente la Russia, con cui Berlino prevede una guerra aperta entro il 2030. Merz è però anche il politico più impopolare della storia post-bellica del suo paese, non da ultimo a causa del disastro economico provocato dalle scelte collegate alla guerra ucraina. L’agenda è insomma la stessa da almeno quattro anni: alimentare paura e odio verso la Russia per distrarre l’opinione pubblica dai problemi economici e sociali interni, favorendo nel contempo un’agenda militarista e guerrafondaia fortemente osteggiata dalla grande maggioranza dei tedeschi.
L’incidente di Lipsia ha dato così l’occasione al governo tedesco di adottare una serie di provvedimenti che minacciano di rompere del tutto i rapporti bilaterali con Mosca. Dopo avere subito convocato l’ambasciatore russo al ministero degli Esteri, il governo Merz ha decretato la chiusura del consolato generale russo a Bonn e del centro culturale “Casa Russia” a Berlino. Altre iniziative mirano a ridurre gli ingressi di cittadini russi in Germania e a perseguire la cosiddetta “flotta fantasma” russa nei mari, ovvero a commettere veri e propri atti di pirateria.
Il Cremlino, da parte sua, ha subito annunciato ritorsioni che verranno ufficializzate nell’immediato futuro. Mosca ha inoltre rilevato l’assurdità di una delle dichiarazioni di Wadephul e Dobrint nella già citata conferenza stampa in cui hanno attribuito ufficialmente la responsabilità dei fatti di Lipsia alla Russia. In quell’occasione, il ministro dell’Interno aveva affermato che la Germania “non è in guerra [con la Russia]”, ma è “ogni giorno bersaglio di una guerra ibrida”. Berlino è il secondo fornitore di armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina, dopo gli Stati Uniti, e le sue forze armate sono coinvolte direttamente nelle operazioni contro la Russia, spesso dirette contro obiettivi civili. La pretesa del governo tedesco di essere un semplice spettatore della guerra provocata e in corso dal 2022, nonché vittima innocente del “terrorismo” russo, è semplicemente ridicola.
Sempre il governo russo ha infine fatto notare come la nuova escalation decisa da Berlino sia stata proclamata ufficialmente in una data – 1° settembre – che coincide con l’87esimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale. In quel giorno del 1939, le forze hitleriane invasero la Polonia, iniziando una carneficina che avrebbe causato almeno 70 milioni di morti, di cui 27 milioni di cittadini sovietici.

