Le radici dell’ecologismo latinoamericano
Nella seconda metà del XX secolo, la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) e la teoria della dipendenza hanno gettato le basi cruciali per una teoria economica con una prospettiva latinoamericana, che non poteva più limitarsi a replicare, senza un’analisi critica, i concetti provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Tuttavia, mancava ancora una visione propria del rapporto tra l’umanità e la natura. Questo vuoto è stato colmato dall’economia ecologica, emersa anche nei paesi sviluppati.
In effetti, dalla fine degli anni ’80, autori come Nicholas Georgescu-Roegen, Herman Daly, Robert Costanza, Kenneth Boulding, Karl William Kapp e il professore spagnolo Joan Martínez Alier si sono concentrati sulla natura come fonte limitata di risorse direttamente interconnesse con la vita umana, non semplicemente come risorsa ambientale o fattore di produzione. Hanno creato strumenti tecnici come l’Analisi del Flusso di Materiali (AFM) e la misurazione dell’Impronta Ecologica, con calcoli in tonnellate, energia o ettari di terreno. Hanno riconosciuto che le relazioni tra centri e periferie (https://t.ly/cEI_-) non si limitano al semplice scambio monetario ineguale di beni, ma rappresentano piuttosto un commercio ecologicamente ineguale che smantella le risorse naturali nelle periferie a vantaggio dell’accumulazione nei centri. Hanno postulato la Giustizia Ambientale e il Debito Ecologico, una richiesta di riparazioni, compensazioni e pagamenti per la distruzione ecologica nel Sud del mondo. Ho considerato che questo debito ecologico fa parte del Debito Storico per l’appropriazione indebita o la distruzione di beni culturali, architettonici, artistici, documentari e persino archivistici, perpetrata proprio in regioni come l’America Latina (https://t.ly/YxAym).
Tuttavia, l’ecologismo latinoamericano affonda le sue radici nelle grandi civiltà indigene. Innanzitutto, va considerato che le civiltà Maya, Azteca e Inca incarnavano i progressi ancestrali delle culture che le avevano precedute, la cui agricoltura risale a circa 7.000-10.000 anni fa. Queste civiltà consideravano la terra, gli animali, le piante, l’acqua e tutta la natura, compresi il cielo e i corpi celesti, come esseri viventi e, al tempo stesso, divini. In pratica, i loro sistemi economici dipendevano dalle risorse fornite dalla natura e dall’equilibrio e dal rispetto con cui queste risorse dovevano essere trattate per garantire la vita e il benessere degli abitanti. Per questo motivo, esistevano rituali per la semina e il raccolto, era vietato abbattere alberi senza rispettare le esigenze della comunità ed erano previste punizioni per chi arrecava danno agli animali o alle risorse naturali.
I Maya, che abitavano foreste umide e terreni calcarei, svilupparono il sistema della milpa per la coltivazione di mais, fagioli e zucche; gestirono con cura l’utilizzo dei pozzi di acqua dolce (cenotes) e impiegarono tecniche per combinare l’agricoltura con la conservazione delle foreste. Gli Aztechi, che vivevano nelle regioni lacustri, coltivavano su isole galleggianti artificiali (chinampas) progettate per preservare tutte le risorse disponibili. Gli Inca sfruttarono le diverse zone ecologiche delle Ande, utilizzarono un sistema di terrazzamenti ed erano esperti nella rotazione delle colture. In tutte e tre le civiltà, le relazioni reciproche non erano solo sociali, ma anche legate alla natura, alla quale offrivano doni.
Il lavoro comunitario era la pietra angolare dell’economia e la base del valore dei beni negli scambi, da non confondere con il “commercio” di merci. Presso gli Inca, l’unica civiltà al mondo in cui, inoltre, non esistevano né “denaro” né “libero mercato”, il sistema dell’ayni (reciprocità tra famiglie) funzionava all’interno degli ayllus (gruppi di parentela), mentre la minka o minga era dedicata a lavori di interesse comunitario e la mita al lavoro forzato per lo Stato, che in tal modo otteneva i beni necessari alla redistribuzione. Presso gli Aztechi, erano organizzati i calpullis, dove le famiglie condividevano la terra, dedicando il tequio al lavoro obbligatorio per progetti destinati al bene comune e alla manutenzione delle chinampas (giardini galleggianti). Analogamente, tra i Maya, il lavoro comunitario era fondamentale per la manutenzione delle milpa (campi di mais) e per la creazione delle aguadas (lagune modificate), dei chultunes (un tipo di cisterna sotterranea artificiale) e per la cura dei cenotes (pozzi naturali). L’utilizzo di strumenti rudimentali e l’assenza di animali da soma e da lavoro (i lama, le vigogne e gli alpaca dell’Impero Inca non erano adatti a queste attività) imponevano un lavoro letteralmente manuale e collettivo.
In tutte le civiltà menzionate, la popolazione partecipava al lavoro produttivo, con compiti distribuiti in base all’età, alle capacità fisiche e alle differenze tra uomini e donne. Così, come nel caso degli Inca, le terre concesse come tupus alle famiglie venivano coltivate dalla comunità quando la famiglia non poteva occuparsene a causa di malattia, invalidità o assenza degli uomini dovuti all’obbligo di svolgere la mita (una sorta di servizio militare). La proprietà privata non si sviluppò in questa vita comunitaria, sebbene le gerarchie sociali beneficiassero del lavoro collettivo, espresso come tributo basato sul valore del lavoro, e controllassero il potere in modo stratificato, organizzando stati che garantivano l’approvvigionamento di cibo e beni alla popolazione in circostanze impreviste. Tra gli Inca, esisteva un sistema di tambos (magazzini) per immagazzinare i prodotti e ridistribuirli nelle varie regioni del vasto impero.
Questi ammirevoli sistemi economici furono devastati dalla colonizzazione spagnola. Tuttavia, le comunità che rimasero e resistettero continuarono a praticare i loro rapporti ancestrali, rafforzando la reciprocità comunitaria, che sopravvisse anche durante la formazione delle nuove repubbliche dopo l’indipendenza, almeno in America Centrale e nella regione andina sudamericana. Questa sopravvivenza permise a José Carlos Mariátegui (1894-1930) di formulare i suoi concetti di socialismo andino. E, in tempi recenti, l’ecologismo latinoamericano, basandosi su quella lunga storia di comunicazione tra natura e umanità ereditata dalle comunità indigene, ha sviluppato il principio del Buen Vivir (Sumak Kawsay), come guida per costruire uno Stato che non si limiti al “benessere”, come era stato concepito per la vita europea dopo la seconda guerra mondiale, ma che stabilisca uno Stato del Buon Vivere.
La Costituzione ecuadoriana, approvata tramite referendum popolare nel 2008, è pionieristica a livello mondiale nel proclamare i diritti della natura e nel riconoscere il Sumak. Kawsay, principi che sono stati consolidati anche nella Costituzione boliviana del 2009. Ma entrambi gli ordinamenti giuridici sono stati calpestati da governi di estrema destra che hanno riproposto slogan neoliberisti, il primato dell’impresa privata, il libero mercato e l’allineamento con la Dottrina Donroe degli Stati Uniti .
In definitiva, per superare le condizioni di sottosviluppo in America Latina è necessario tenere conto delle radici della teoria economica che sta emergendo nella regione con il pensiero della CEPAL, la teoria della dipendenza, la visione dei centri e delle periferie, persino il progressismo e, senza dubbio, il suo ecologismo che ha una lunga origine storica.

