Libia, la svolta turca nel Mediterraneo
La ratifica dell’accordo marittimo con la Turchia da parte del parlamento della Libia orientale apre una nuova fase negli equilibri del Mediterraneo, provocando le immediate proteste di Grecia, Egitto e Israele. La decisione, approvata martedì all’unanimità dopo anni di opposizione, rappresenta una vittoria strategica per Ankara e un colpo agli sforzi delle potenze regionali che hanno cercato di limitarne l’influenza, anche facendo leva sulla divisione politica della Libia. Dietro la disputa sulla delimitazione delle acque si muovono infatti interessi energetici, ambizioni militari e il tentativo turco di consolidare una posizione dominante tra Nord Africa e Medio Oriente.
L’intesa era stata sottoscritta nel novembre 2019 dal governo di accordo nazionale di Tripoli, allora riconosciuto internazionalmente, e dalla Turchia di Erdogan. Il memorandum stabilisce una delimitazione delle rispettive aree di giurisdizione marittima nel Mediterraneo orientale, creando una continuità strategica tra le coste turche e libiche che Ankara utilizza per sostenere le proprie rivendicazioni sulla piattaforma continentale e sulla zona economica esclusiva (ZEE). Quest’ultima può estendersi fino a 200 miglia nautiche dalle coste e attribuisce allo stato interessato diritti di sfruttamento delle risorse, comprese quelle energetiche presenti nei fondali. Il problema è che la linea concordata da Ankara e Tripoli attraversa aree rivendicate anche dalla Grecia e da Cipro, riducendo drasticamente gli effetti che Atene attribuisce alla presenza delle proprie isole, soprattutto Creta e Rodi.
La questione si inserisce in una disputa di lunga data. La Grecia sostiene che anche le isole debbano generare diritti sulla piattaforma continentale e sulla ZEE, mentre la Turchia contesta che le isole greche possano produrre effetti così estesi da restringere sensibilmente le aree marittime spettanti alla costa anatolica. Ankara non aderisce alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, della quale invece la Grecia è parte. Il memorandum turco-libico è stato contestato proprio perché, secondo i suoi oppositori, ignora i diritti marittimi delle isole greche e cipriote e non può pregiudicare quelli di paesi terzi. La ratifica libica rafforza dunque la posizione politica turca, ma non cancella le controversie giuridiche né rende automaticamente opponibili agli altri stati le delimitazioni concordate bilateralmente.
La reazione di Atene era stata, del resto, prevista fin dalla firma dell’accordo. Nell’agosto 2020, la Grecia aveva concluso con l’Egitto un’intesa per delimitare parzialmente le rispettive zone economiche esclusive, in una linea che contraddiceva quella concordata l’anno precedente tra Ankara e Tripoli. L’accordo greco-egiziano riconosceva gli effetti marittimi di isole importanti come Creta e Rodi, pur senza attribuire lo stesso trattamento a tutte le isole minori. Il Cairo aveva lasciato margini per eventuali negoziati con la Turchia, ma il risultato era stato comunque quello di contrapporre due differenti concezioni della geografia marittima del Mediterraneo orientale. Già nel 2019, intanto, Grecia, Cipro, Egitto e Israele avevano consolidato la cooperazione energetica regionale attraverso il Forum del gas del Mediterraneo orientale, successivamente istituzionalizzato con sede al Cairo. Ankara, esclusa da questo circuito, aveva risposto costruendo un’intesa diretta con la Libia e contestando l’assetto che rischiava di marginalizzarla nella distribuzione delle risorse.
La svolta attuale è tanto più significativa se si considera che la Libia orientale era stata fino a poco tempo fa uno dei principali avversari della Turchia. La guerra scatenata nel 2011 dall’intervento occidentale e della NATO, culminata nella caduta e nel brutale assassinio di Gheddafi, ha distrutto le strutture dello stato libico senza produrre un nuovo ordine politico stabile. Da allora, il paese è rimasto attraversato da conflitti armati, governi concorrenti e centri di potere territoriali. Oggi, il governo guidato da Abdul Hamid Dbeibeh opera a Tripoli, mentre nell’est Khalifa Haftar esercita il potere militare attraverso le forze armate a lui fedeli e dispone di un sistema politico-amministrativo rivale, sostenuto dal parlamento di Bengasi. Il processo di unificazione nazionale è rimasto bloccato, nonostante ripetuti tentativi diplomatici e l’impegno delle Nazioni Unite.
In questo quadro, la Turchia aveva sostenuto militarmente il governo di Tripoli quando, nel 2019, Haftar aveva lanciato la sua offensiva per conquistare la capitale. L’intervento di Ankara, con la fornitura di armamenti, personale militare e combattenti alleati, aveva contribuito a rovesciare le sorti del conflitto. Haftar aveva invece beneficiato del sostegno di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, mentre la Grecia si era schierata contro l’intesa marittima turco-libica. La contrapposizione sembrava destinata a consolidare due campi regionali antagonisti. Negli ultimi anni, tuttavia, la Turchia ha progressivamente riavvicinato le proprie posizioni a quelle del Cairo e di altri attori regionali, mentre la famiglia Haftar ha iniziato a considerare Ankara non più soltanto come un avversario, ma anche come un interlocutore indispensabile.
Il percorso verso la ratifica è stato preparato da una serie di iniziative diplomatiche e militari. In agosto, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha visitato sia Tripoli sia Bengasi, incontrando Haftar e i suoi figli, Saddam e Belkacem, oltre all’allora presidente del parlamento Aguila Saleh. Ankara ha presentato queste iniziative come parte della propria politica per una “Libia unica”, volta a superare la divisione tra est e ovest attraverso rapporti con entrambi i centri di potere. Anche il capo dei servizi d’intelligence turchi, Ibrahim Kalin, ha lavorato al rafforzamento dei contatti con la leadership orientale e la sua visita a Tripoli in coincidenza con il voto parlamentare ha alimentato le interpretazioni secondo cui la ratifica fosse parte di un’intesa politica più ampia.
Un passaggio rilevante è stato il cambio alla guida del parlamento orientale, con la sostituzione di Aguila Saleh, contrario all’accordo, da parte di Al-Salhin Abdelnabi al-Obeidi. Nel giugno 2025 era stata istituita una commissione tecnica incaricata di esaminare il memorandum; nel frattempo, i rapporti tra Ankara e Saddam Haftar, considerato uno dei principali aspiranti alla successione del padre, si sono intensificati. Per la famiglia Haftar, l’apertura alla Turchia offre vantaggi che Grecia ed Egitto non possono garantire nella stessa misura: cooperazione militare, forniture di armamenti, investimenti e soprattutto sostegno diplomatico in vista di una futura sistemazione istituzionale della Libia. Le trattative per un accordo politico sostenuto dagli Stati Uniti, che potrebbe riunificare le amministrazioni rivali e condurre a nuove elezioni, costituiscono un ulteriore incentivo a diversificare le alleanze.
La ratifica ha però provocato una reazione negativa proprio in Egitto, tradizionale sostenitore di Haftar. Il ministero degli Esteri del Cairo ha dichiarato mercoledì che il memorandum è “nullo e privo di qualsiasi effetto giuridico”, sostenendo che la sua approvazione non produce conseguenze legali per l’Egitto e viola i suoi diritti sovrani sulla ZEE e sulla piattaforma continentale. La presa di posizione conferma la volontà egiziana di difendere l’accordo del 2020 con la Grecia e di impedire che la nuova intesa rafforzi le rivendicazioni turche. Atene ha a sua volta ribadito che il memorandum è illegale e privo di fondamento, mentre Israele ha accusato Ankara di destabilizzare il Mediterraneo orientale. Anche l’Unione Europea ha contestato l’accordo, richiamando il diritto internazionale del mare.
Per Israele, il problema va oltre la delimitazione delle acque. L’espansione dell’influenza turca minaccia un assetto regionale nel quale la cooperazione energetica e diplomatica con Grecia e Cipro ha rappresentato un contrappeso alle ambizioni di Ankara. Le tensioni tra Turchia e Israele sono già aumentate per le rispettive strategie in Medio Oriente, soprattutto in Siria, dove gli interessi dei due paesi rischiano di entrare ulteriormente in collisione. Sul versante greco, invece, la questione marittima si intreccia con la persistente divisione di Cipro e con una rivalità che coinvolge anche la sovranità sulle acque, lo spazio aereo e le risorse energetiche.
La decisione del parlamento orientale libico non risolve quindi la disputa sul diritto del mare, ma modifica in modo sostanziale gli equilibri politici che la circondano. Ankara ottiene un riconoscimento decisivo da parte di un campo che fino a pochi anni fa combatteva contro di essa, mentre Haftar cerca di ampliare i propri margini di manovra in vista di una possibile ricomposizione dello stato libico. Se il riavvicinamento dovesse tradursi in un accordo più ampio tra le autorità dell’est e quelle di Tripoli, la Turchia potrebbe consolidare una presenza ancora più incisiva in Nord Africa e nel Mediterraneo. Per Grecia, Egitto e Israele, la ratifica rappresenta invece un segnale che il tentativo di contenere Ankara attraverso alleanze regionali e la divisione libica potrebbe non essere più sufficiente.

