Le mani di Trump sull’Honduras
La crisi post-elettorale che sta interessando l’Honduras si inserisce inevitabilmente nelle manovre militari e diplomatiche dell’amministrazione Trump in America Latina – vedi soprattutto in Venezuela – a cui è stata data una codifica ufficiale con il recente e discusso nuovo documento strategico sulla sicurezza nazionale, che sposta appunto il “focus” della politica estera USA sull’emisfero occidentale. Dal voto del 30 novembre scorso, il piccolo paese centro-americano si ritrova ancora senza un presidente eletto, con i dati non ancora definitivi che indicano un testa a testa tra i due candidati conservatori, di cui uno nettamente preferito dalla Casa Bianca, e accuse di brogli e irregolarità diffuse. Quel che è certo è che le gigantesche interferenze del presidente americano hanno avuto un effetto determinante sul risultato delle elezioni, interrompendo bruscamente, salvo clamorose sorprese, l’inedito esperimento progressista honduregno degli ultimi quattro anni.
La presidente uscente, Xiomara Castro, ha parlato martedì di un “golpe elettorale” in corso nel suo paese, fatto di “minacce, pressioni e manipolazioni” del sistema di trasferimento dei dati di voto. Il suo partito LIBRE (Partito Libertà e Rifondazione) ha indetto proteste nei prossimi giorni per chiedere l’invalidamento del voto e, in parallelo, i fatti verranno denunciati presso gli organi internazionali, dalle Nazioni Unite alla Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), fino all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e altri ancora.
La candidata del governo in carica, l’ex ministra delle Finanze e della Difesa Rixi Moncada, secondo i risultati non ancora definitivi, si trova al terzo posto con poco meno del 20% delle preferenze. In testa, dopo un’interruzione del conteggio e la successiva ripresa, è il candidato appoggiato da Trump, Nasry “Tito” Asfura del Partito Nazionale, tradizionalmente espressione dell’oligarchia honduregna, con circa il 40,5%. Staccato di poche migliaia di voti è Salvador Nasralla, già vice-presidente nell’amministrazione Castro e candidato per l’altro partito dell’establishment, quello Liberale. La legge elettorale honduregna non prevede un secondo turno di ballottaggio nemmeno se il primo classificato non supera la soglia del 50% dei consensi. Nasralla era in leggero vantaggio prima della pausa “tecnica” di tre giorni delle operazioni di conteggio, annunciata dalla Commissione Elettorale Nazionale, composta da membri riconducibili ai tre principali partiti honduregni.
Anche Nasralla, che Trump ha bollato come “comunista borderline”, ha denunciato brogli e puntato il dito proprio contro la Commissione, dove siederebbero “i corrotti che ritardano il conteggio” delle schede. Nonostante il vantaggio di Asfura, oltre il 14% dei fogli di conteggio dei voti, che contengono migliaia di preferenze, evidenzierebbero “discrepanze” e devono essere quindi sottoposti a revisione. La Commissione Elettorale ha tempo fino al 30 dicembre prossimo per annunciare i risultati definitivi del voto.
Resta in ogni caso il fatto che Asfura era dato come il candidato sfavorito tra i tre principali aspiranti alla presidenza nei sondaggi pre-elettorali. L’intervento aperto di Trump, oltre che possibilmente le manipolazioni delle operazioni di voto e dei risultati, gli ha dato una spinta decisiva. Prima ancora delle iniziative e delle dichiarazioni del presidente americano, a influire sugli orientamenti degli elettori è stato il contesto regionale creato dai bombardamenti americani di decine di imbarcazioni nel mar dei Caraibi, assieme al potenziamento della presenza militare USA nell’area in previsione di una possibile guerra di aggressione contro il governo venezuelano del presidente Maduro.
È del tutto possibile che in molti in Honduras abbiano temuto una sorte simile a quella del Venezuela se fosse stata eletta la candidata del partito della presidente uscente. Xiomara Castro non poteva ricandidarsi alla presidenza per via del limite di un solo mandato previsto dalla Costituzione honduregna. Lo stesso presidente americano aveva chiarito che la vittoria di Asfura avrebbe messo al sicuro il paese, visto che i due avrebbero potuto “lavorare assieme per combattere i Narcocomunisti”, riferendosi con questa definizione a Rixi Moncada e, in parte, anche a Nasralla.
Nessun problema esiste quindi presumibilmente per Trump a collaborare con i “Narcocapitalisti”, malgrado la monumentale propaganda messa in atto per giustificare l’escalation militare in America Latina, ufficialmente diretta contro il traffico di stupefacenti in ingresso negli Stati Uniti. Trump, poco prima del voto in Honduras, aveva infatti concesso la grazia all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere in America per narcotraffico. Il suo Partito Nazionale ha legami storici documentati con il traffico di droga e Hernandez è a sua volta molto vicino al compagno di partito Asfura. Secondo alcuni osservatori, la liberazione di Hernández da un carcere federale del West Virginia può avere favorito lo stesso Asfura nel voto del 30 novembre, dal momento che il suo possibile ritorno alla vita politica ha probabilmente dato fiducia a una parte degli elettori del Partito Nazionale che ritenevano il loro candidato alla presidenza non all’altezza del suo predecessore.
In termini più concreti, Trump ha minacciato poi di azzerare gli aiuti americani destinati all’Honduras se fosse stato eletto un presidente diverso da “Tito” Asfura. Addirittura nel pieno delle operazioni di conteggio, quando Nasralla appariva in vantaggio, l’inquilino della Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione nella quale avvertiva che l’Honduras avrebbe pagato a caro prezzo quella che definiva come una contraffazione dei risultati delle presidenziali.
La candidata della sinistra ha da parte sua denunciato un fatto gravissimo che, più di tutti e se effettivamente verificatosi, potrebbe avere influenzato l’esito del voto. Rixi Moncada, in una intervista alla rete Telesur ha affermato che 2,5 milioni di honduregni, che percepiscono regolarmente rimesse da famigliari residenti negli USA, hanno ricevuto messaggi sui loro cellulari avvertendoli che un eventuale successo del partito LIBRE avrebbe causato il mancato trasferimento del denaro già nel mese di dicembre. Anche se non sono emerse finora prove concrete dell’iniziativa americana, è molto probabile che un certo numero di elettori honduregni orientati a votare per Rixi Moncada abbia dirottato la propria preferenza verso il candidato sostenuto da Trump nel timore di vedersi interrompere le rimesse dei parenti emigrati. Secondo alcune stime, le rimesse che arrivano regolarmente in Honduras dagli Stati Uniti ammontano a oltre nove miliardi di dollari all’anno. Per dare l’idea dell’importanza di questa cifra è sufficiente ricordare che il PIL del paese centro-americano nel 2024 è stato di poco superiore ai 37 miliardi di dollari.
Le interferenze americane non sembrano essere solo “esterne”, vale a dire sotto forma di pressioni, minacce e intimidazioni lanciate da Washington. Ci sono indizi che anche sul campo le operazioni di voto e i conteggi siano stati manipolati. Il membro della Commissione Elettorale in quota al partito LIBRE – Marlon Ochoa – ha denunciato una vera e propria cospirazione pianificata per consegnare la vittoria a Nasry Asfura. Ochoa ha reso pubbliche intercettazioni audio che lo dimostrerebbero, coinvolgendo, tra gli altri, anche la collega nella stessa Commissione riconducibile al Partito Nazionale, Cossette Lopez. Già prima dell’apertura delle urne era stato d’altra parte lanciato un allarme da parte delle forze governative, visto che una simulazione sulla funzionalità del sistema di trasmissione dei risultati elettorali preliminari aveva evidenziato fallimenti in oltre il 76% dei casi.
È comunque evidente che la situazione complessiva che ha portato alla crisi post-elettorale e al molto probabile ritorno al potere della destra in Honduras è dovuta, su un piano più ampio, alle promesse di cambiamento in senso progressista in parte mancate dell’amministrazione uscente. Se sono indiscutibili i miglioramenti registrati in vari ambiti, a partire da quello della riduzione del tasso di povertà, i centri tradizionali di potere e il controllo dell’economia da parte di una ristretta élite non sono stati toccati, sia per i tempi brevi in cui il governo di Xiomara Castro ha potuto operare sia, soprattutto, per la delicatezza del compito e gli ostacoli incontrati, non da ultimo proprio a causa della profonda influenza degli Stati Uniti nel paese centro-americano.
Influenza esercitata in particolare dall’importantissima base militare di Soto Cano che Washington occupa e che in passato è stata usata per svariate operazioni di destabilizzazione, come nel vicino Nicaragua. Lo stesso Honduras ha visto intervenire in varie occasioni le forze USA per orientare a proprio favore le vicende politiche interne. L’esempio più macroscopico è quello della rimozione nel 2009 dell’allora presidente Manuel Zelaya, marito dell’attuale presidente Xiomara Castro, perché colpevole di avere introdotto una serie di riforme politiche ed economiche a favore delle classi più povere. L’amministrazione Obama giocò in quell’occasione un ruolo tutt’altro che trasparente, chiedendo a livello pubblico il ristabilimento dell’ordine democratico ma appoggiando il golpe dietro le quinte. Negli anni successivi Washington avrebbe poi dato sostegno alla “narco-presidenza” del già citato Juan Orlando Hernández, consentendogli anche di ricandidarsi e vincere un secondo mandato nonostante i limiti costituzionali e i brogli elettorali ampiamente documentati.
Le operazioni in corso in Honduras si collegano dunque a quelle che riguardano il Venezuela e, come accennato all’inizio, rientrano nella svolta strategica che l’amministrazione Trump intende perseguire nel cambiato clima internazionale. Si è in presenza in altre parole di una riproposizione della “Dottrina Monroe” della prima metà del XIX secolo, con gli Stati Uniti concentrati a imporre i propri interessi nel “giardino di casa” dell’America Latina, da dove, almeno in teoria, ogni altro “competitor” deve essere tenuto lontano. Il paravento della democrazia e del diritto non fanno però più parte della retorica USA, ma i termini della questione restano, anche a livello formale, quelli della forza e dell’ingerenza negli affari interni dei singoli paesi. Una sorta di effetto domino, quello auspicato da Trump in America Latina, che potrebbe partire proprio dall’Honduras per poi interessare altri paesi da riportare forzatamente nell’orbita dell’Impero.

