La guerra che logora Washington
Donald Trump ha minacciato di estendere i bombardamenti sull’Iran alle infrastrutture energetiche e civili del paese mediorientale, così da convincere una volta per tutte le autorità di governo ad accettare le condizioni di resa imposte da Washington. In maniera relativamente più velata, è stata sollevata anche l’ipotesi di un’invasione di terra o per lo meno di un blitz per prendere il controllo di una delle isole iraniane nel Golfo Persico che fungono da “hub” petroliferi, come quella di Kharg. Se si abbandona tuttavia la realtà parallela del presidente americano, le condizioni materiali che sostengono lo sforzo bellico degli Stati Uniti disegnano scenari diversi. La maggior parte degli osservatori indipendenti concorda nel ritenere che Trump abbia un’autonomia di tre o quattro settimane di fuoco relativamente sostenuto, dopodiché il consumo di missili, già al livello di guardia dopo la prima fase della guerra, rischia di diventare davvero problematico. Ma quest’ultimo, anche se cruciale, non rappresenta l’unico problema per il presidente.
Mentre l’escalation sembra sfuggire progressivamente al controllo delle parti in conflitto, le pressioni aumentano per implementare iniziative più efficaci che spezzino gli equilibri. Per Trump potrebbero essere il ricorso alle armi nucleari, la già ricordata invasione di terra o bombardamenti a tappeto per distruggere letteralmente la società iraniana. Tolta la prima delle tre ipotesi, viste le implicazioni che avrebbe, le altre provocherebbero un peggioramento della situazione per gli USA. Il tentativo di inviare truppe di terra, già di per sé di fatto impossibile durante l’estate mediorientale, farebbe dei militari americani un bersaglio comodo per le forze della Repubblica Islamica. Inoltre, l’aumento vertiginoso delle vittime metterebbe Trump in una posizione politica insostenibile.
Se il presidente americano darà invece seguito agli attacchi contro infrastrutture sensibili in Iran, Teheran ha già avvertito che farà lo stesso nei paesi arabi circostanti. La distruzione di obiettivi simili in Iran non determinerebbe necessariamente la resa. Al contrario, i Guardiani della Rivoluzione e le forze armate iraniane hanno la capacità di distruggere le installazioni energetiche e petrolifere dei regimi sunniti, con effetti devastanti sull’export di greggio. I centri produttivi e di distribuzione sono obiettivi già inquadrati e la loro messa fuori uso potrebbe azzerare l’uscita di petrolio dalla regione. Soprattutto se a ciò si aggiunge la chiusura appena annunciata dello stretto di Hormuz, i bombardamenti già avvenuti contro il terminal emiratino di Fujairah, che affaccia direttamente sul Golfo di Oman aggirando il collo di bottiglia conteso, e il possibile stop di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen ai traffici navali che passano dallo stretto di Bab el-Mandeb.
Il miraggio trumpiano
In linea generale, l’idea propagandata dalla stampa ufficiale in Occidente, sulla base delle sparate di Trump, che gli Stati Uniti abbiano le capacità di indebolire le difese iraniane fino al punto di forzare la riapertura di Hormuz non ha nessun fondamento nella realtà. È molto probabile, per cominciare, che i “pasdaran” dispongano di un numero molto elevato di imbarcazioni da guerra in grado di condurre operazioni fulminee ed efficaci nelle acque del Golfo Persico. Da considerare ci sono poi i droni subacquei. Oppure la possibilità di minare il passaggio marittimo, cosa che accadrà probabilmente a breve. Oltre a tutto ciò, la costa che si estende per centinaia di chilometri è montuosa e frastagliata, così da permettere alle forze iraniane di operare da moltissime postazioni virtualmente impossibili da smantellare per gli aggressori.
Va anche ricordato che le attività militari americane potrebbero diminuire sensibilmente man mano che la guerra prosegue. I media principali continuano a dare notizie dei bombardamenti USA accettando come fatto compiuto i risultati annunciati dal Pentagono. Al contrario, quelli iraniani sono sempre messi in dubbio, come se dovessero essere filtrati dalla propaganda. Fermo restando che in guerra la propaganda è un fattore inevitabile per tutte le parti coinvolte, i resoconti delle azioni iraniane devono essere presi molto sul serio, visto il precedente della prima fase del conflitto tra fine febbraio e aprile, dopo il quale erano circolati rapporti dettagliati anche di giornali occidentali sui danni molto più pesanti causati alle basi militari americane nel Golfo Persico rispetto a quelli ammessi inizialmente.
Chi controlla Hormuz?
I rapporti di forza venutisi a creare nell’area di guerra rendono totalmente inverosimile la pretesa di Trump di essere in controllo o di potere imporre il controllo sui traffici nello stretto di Hormuz. A confermarlo non sono solo le autorità iraniane, ma lo dicono gli stessi operatori marittimi. La Reuters ha scritto mercoledì che le compagnie di navigazione internazionali non intendono usufruire del piano di transito dallo stretto nominalmente predisposto dagli Stati Uniti. Il Comando Centrale USA (CENTCOM) sostiene che il passaggio è aperto, ma le navi non vengono avvistate. I comandanti e gli armatori sanno benissimo che persiste il rischio altissimo di essere bombardati dall’Iran, come sta avvenendo in diversi casi in questi giorni, e alcune rotte sono già state minate da Teheran.
Per contro, i dati diffusi dall’appena creata autorità iraniana per la gestione del traffico navale da Hormuz indicano che più di 200 imbarcazioni di altre nazionalità avevano richiesto il permesso necessario per il passaggio e la relativa copertura assicurativa nelle tre settimane trascorse tra la firma del “Memorandum d’Intesa” con gli USA e la ripresa dell’aggressione americana, con conseguente chiusura dello stretto. Il 79% delle richieste era stata approvata e circa il 40% di quelle relative all’uscita dal Golfo Persico era di compagnie cinesi e indiane. Questi numeri confermano come ci sia di gran lunga maggiore richiesta di stabilità in merito al transito da Hormuz rispetto ai timori per un controllo dello stretto da parte iraniana.
I messaggi del vice-presidente
Hanno suscitato un certo interesse sui media alternativi mercoledì le parole di JD Vance su Iran e Israele nel corso di un’intervista per il podcast del commentatore di destra Joe Rogan. Il vice-presidente americano ha affermato che “alcune persone” dentro il governo israeliano stanno “manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana” per fare in modo che la guerra con l’Iran “continui indefinitamente”. L’importanza della dichiarazione non sta, com’è evidente, nel concetto ovvio che esprime, ma appunto nel fatto che a dirlo sia stata la seconda personalità politica e istituzionale più importante degli Stati Uniti. Vance ha in sostanza ammesso due cose: che la guerra di aggressione contro l’Iran è in primo luogo una priorità di Israele e che Washington vorrebbe chiudere la disastrosa avventura iniziata il 28 febbraio scorso, ma lo stato ebraico si sta adoperando affinché ciò non avvenga.
In un sistema in cui pubblicamente si può dire tutto fuorché la verità, quando questa consuetudine viene meno, ci si trova di fronte molto probabilmente a una notizia importante. Gli interrogativi che solleva Vance con queste parole sono molteplici e la risposta a essi potrebbe rivelare molto di quello che non è noto sulla guerra in corso. Ad esempio: ci sono divisioni all’interno dell’amministrazione Trump circa la direzione del conflitto o sull’opportunità del conflitto stesso? Oppure, le divisioni sono tra Trump e Netanyahu e la Casa Bianca sta usando Vance per esprimerle pubblicamente?
Diplomatici e cialtroni
La figura di JD Vance resta in ogni caso quella su cui sembra possa poggiarsi qualche minuscola speranza per una soluzione diplomatica alla guerra. Della stessa opinione sarebbero anche le autorità iraniane, quanto meno secondo un’esclusiva pubblicata mercoledì dal sito investigativo americano Drop Site News, notoriamente con qualche importante contatto a Teheran. Una fonte anonima ha rivelato cioè che, durante i colloqui di fine giugno a Lucerna, i delegati del governo iraniano avevano passato un messaggio “privato” a Vance avvertendolo che la presenza continua dei due negoziatori di Trump, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner, avrebbe ridotto le possibilità di arrivare a un accordo tra le due parti.
Nel messaggio si spiegava che il duo era maggiormente interessato a sfruttare le informazioni riservate ottenute dai colloqui per ottenere profitti speculando sui mercati finanziari che a lavorare per un accordo. Il team iraniano era inoltre preoccupato per il fatto che Kushner trasmetteva ripetutamente informazioni sulle trattative al primo ministro-criminale di guerra israeliano Netanyahu. Già durante gli incontri indiretti tra USA e Iran precedenti l’aggressione del 28 febbraio erano emerse le perplessità iraniane e non solo, anche perché Witkoff e Kushner avevano fatto ben poco per dissimulare la loro quasi totale incompetenza sui temi da discutere. La rivelazione di Drop Site conferma in ogni caso il livello avvilente della “diplomazia” americana odierna e, ancora di più, il sostanziale disinteresse dell’amministrazione repubblicana per arrivare a un esito negoziato della crisi.
La scelta iraniana di comunicare direttamente a Vance i propri dubbi su Witkoff e Kushner indica però anche una manovra tattica ben precisa, diretta all’esponente del governo USA ritenuto maggiormente disposto a esplorare la strada della diplomazia. È impensabile però che a Teheran abbiano nutrito illusioni sul fatto che il vice-presidente si fosse adoperato per cercare di convincere Trump a cambiare rotta. Piuttosto, nell’iniziativa iraniana va ricercato forse il tentativo di dividere il fronte americano, inserendo un elemento di tensione attraverso un (limitato) dialogo con la personalità meno assimilabile alla galassia dei falchi dentro l’attuale amministrazione.
I risultati della scommessa iraniana sono per il momento scarsi, ma non è da escludere che, se le due parti dovessero tornare al tavolo delle trattative nelle prossime settimane, ci possa essere un rilancio su basi più solide, soprattutto alla luce del probabile peggioramento della posizione americana che si prospetta. JD Vance potrebbe forse assumere un ruolo ancora più importante nei colloqui per negoziare seriamente con Teheran, essendo motivato, se non altro, anche dalla prospettiva di una sua candidatura alla successione di Trump, per cui avrà assoluto bisogno, nei prossimi mesi, della maggiore stabilità possibile sia sul fronte internazionale sia su quello economico domestico.

