Iran: Trump rompe il Memorandum
Dalla firma sul “Memorandum d’Intesa” (MoU) con l’Iran, ma il presidente Trump ha affermato mercoledì che le trattative con Teheran sono “tempo perso” e, per quanto lo riguarda, il documento che ha ratificato il cessate il fuoco nominalmente in atto è ormai “finito”. Il capo dei negoziatori della Repubblica Islamica, Mohammad Bagher Qalibaf, ha elencato da parte sua in un post su X le inadempienze del MoU registrate finora da parte americana: Violazione del sistema di gestione del traffico nello stretto di Hormuz predisposto dall’Iran; continue minacce di nuovi attacchi; reimposizione delle sanzioni; attacchi missilistici nel sud del paese; aggressione incessante di Israele contro il Libano. Queste accuse corrispondono a fatti oggettivi che contravvengono al dettato del MoU. L’impazienza di Trump nei confronti di Teheran e la minaccia di interrompere i già complicatissimi negoziati dipendono quindi dall’indisponibilità iraniana non a discutere in buona fede e secondo gli impegni presi, bensì ad accettare la sottomissione alle imposizioni di una potenza che ha di fatto perso, dal punto di vista strategico, la guerra di aggressione scatenata il 28 febbraio scorso.
Trump ha toccato l’argomento Iran durante i lavori del vertice NATO in corso ad Ankara. Le parole che hanno assestato un nuovo pesantissimo colpo al “Memorandum” fanno seguito alla risposta militare iraniana ai bombardamenti americani di alcuni siti nel territorio della Repubblica Islamica nella notte tra martedì e mercoledì. La terza violazione di maggiore peso del MoU da parte degli USA è a sua volta collegata agli attacchi registrati a partire da lunedì contro almeno tre imbarcazioni commerciali che cercavano di attraversare lo stretto di Hormuz nelle acque territoriali dell’Oman sotto scorta della marina americana. Secondo il comunicato rilasciato dai Guardiani della Rivoluzione, il fuoco iraniano avrebbe colpito 85 obiettivi militari americani in Kuwait e Bahrein. La ritorsione decisa da Teheran è coerente con la dottrina stabilita dalle autorità iraniane per mantenere il controllo dell’escalation ed evitare la normalizzazione delle violazioni degli accordi da parte della Casa Bianca: rispondere a qualsiasi attacco in maniera tempestiva e con un’intensità maggiore rispetto all’iniziativa del nemico.
Oltre agli Stati Uniti, anche i regimi del Golfo Persico e gli alleati NATO hanno condannato le operazioni militari iraniane, ma nessuno di loro si è preoccupato di citare il mancato rispetto degli impegni da parte americana. Il punto 5 del “Memorandum” prevede che l’Iran abbia facoltà di gestire i preparativi per garantire il libero transito navale nello stretto di Hormuz. Nel testo firmato da Trump non vi è traccia né di un qualche ruolo degli USA nello scortare le petroliere attraverso la via d’acqua né del divieto fatto a Teheran di organizzare il flusso navale nel periodo che dovrebbe teoricamente portare a un accordo di pace definitivo. In gioco, se mai, c’è un’intesa con l’altro paese che ha sovranità su Hormuz, l’Oman, ma le discussioni di quest’ultimo con l’Iran sulla questione non hanno ancora prodotto risultati definitivi.
Il mantenimento del controllo sullo stretto è nientemeno che cruciale per l’Iran, in quanto elemento chiave per fare leva sui nemici e ottenere soddisfazione delle proprie richieste in fase di negoziato. Detenere il controllo della navigazione qui significa infatti avere il potere di influire sulle sorti dell’economia mondiale. Le operazioni iraniane per scoraggiare il passaggio delle navi commerciali lungo la rotta omanita, senza ottenere autorizzazione da Teheran, determinano come minimo un rallentamento dei tempi diplomatici, così da rimandare anche la riapertura completa dello stretto. Ciò avvicina pericolosamente il momento critico per una catena di approvvigionamenti energetici – e non solo – già messa a dura prova negli ultimi mesi. In altre parole, gli scambi di artiglieria e la possibile rottura dei negoziati avvicinano drammaticamente una crisi economica con effetti catastrofici. Il punto è perciò se Trump sia disposto ad accettare uno scenario critico per virtualmente tutto il pianeta da qui a poche settimane.
I segnali di un possibile naufragio del MoU erano peraltro già evidenti anche prima dei fatti di questi giorni. Le autorità iraniane avevano in più occasioni avvertito che il mancato rispetto da parte americana delle condizioni previste dal cessate il fuoco avrebbe causato una rottura e il ritorno all’opzione militare. In particolare, la totale indisponibilità del regime sionista di cessare attacchi e occupazione in Libano, come previsto appunto dal “Memorandum”, restava il fattore più esplosivo in questa prospettiva. Martedì, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha ribadito che non ci saranno altre trattative se Trump insisterà nel minacciare l’Iran oppure nell’ordinare bombardamenti.
Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, vero organo decisionale oggi in Iran, ha da parte sua chiarito che non c’è ancora una posizione definitiva circa la ripresa delle discussioni con gli emissari della Casa Bianca dopo la pausa per lasciare spazio ai funerali solenni della Guida Suprema, Ali Khamenei, assassinato assieme a vari membri della sua famiglia da Stati Uniti e Israele all’inizio della guerra di aggressione. Il progressivo consolidarsi della linea dura a Teheran e la più recente escalation militare hanno fatto ipotizzare a qualcuno l’imminente ritiro dai negoziati proprio da parte dell’Iran. Se così fosse, l’uscita di mercoledì di Trump sulla “fine” del MoU potrebbe essere un’azione preventiva per dare l’impressione di avere il controllo della situazione.
Le parole del presidente potrebbero tuttavia non essere seguite da misure concrete, come spesso accade. Il comando militare USA in Medio Oriente aveva dichiarato ufficialmente che le operazioni di martedì notte in territorio iraniano erano state completate, lasciando intendere, almeno per il momento, che l’escalation non sarebbe proseguita. Le forze iraniane hanno però da parte loro alzato il livello dello scontro e i bombardamenti sui paesi del Golfo che ospitano basi americane sembrano essere proseguiti più a lungo e con maggiore intensità rispetto alle ritorsioni registrate dopo le due precedenti violazioni del MoU da parte americana.
Da qualche settimana, si susseguono comunque le voci di manovre in corso per riportare in Medio Oriente soldati e armi a sufficienza per programmare una ripresa degli attacchi militari su vasta scala contro l’Iran. Questa ipotesi si sposa con un’interpretazione del “Memorandum” come espediente per prendere tempo, ridurre i rischi per la tenuta dell’economia globale ed evitare una batosta per il Partito Repubblicano nelle elezioni di metà mandato a novembre, per poi rilanciare l’aggressione nella speranza di un esito diverso da quello attuale. Molti dei punti previsti dal MoU sono apparsi d’altronde subito difficilmente accettabili per gli Stati Uniti, sia per le resistenze del fronte sionista sia perché avrebbero implicato l’accettazione di una sconfitta strategica di portata storica.
In questa prospettiva, la stessa eventuale ripresa dei negoziati sembra un modo per rimandare la resa dei conti. L’atteggiamento americano resta ad ogni modo difficile da decifrare. La situazione virtualmente senza via d’uscita in cui si è infilato Trump porta quasi per inerzia verso il riesplodere della guerra, visto che la cessione di fatto all’Iran del controllo sugli aspetti chiave della crisi in atto ha implicazioni strategiche disastrose per Washington. La Casa Bianca ha in quest’ottica anche revocato la sospensione delle sanzioni unilaterali sulle esportazioni di petrolio iraniano martedì, proprio a seguito degli attacchi registrati contro le navi che cercavano di passare Hormuz dal lato omanita.
La decisione, anch’essa in violazione del MoU, ha un impatto limitato dal lato pratico, dal momento che Teheran ha sempre venduto il proprio petrolio anche con le sanzioni in essere e continuerà perciò a venderlo, sia pure con qualche complicazione in più. Dal punto di vista simbolico, però, l’iniziativa americana ha un peso non indifferente, perché indica appunto una continua erosione delle fondamenta del “Memorandum”. Non solo, poche ore dopo le prime dichiarazioni da Ankara, Trump ha anticipato che altri bombardamenti sull’Iran potranno avvenire nella nottata di mercoledì e minacciato la reimposizione del blocco navale, ma allo stesso tempo ha lasciato aperta la porta del negoziato. Sono seguite poi altre affermazioni sconnesse e contraddittorie che è quasi inutile citare, ad esempio sulla necessità di “de-nuclearizzare” l’Iran, quando questo paese già non possiede armi nucleari, o sull’inaffidabilità del governo di Teheran, mentre proprio gli USA hanno iniziato a trasgredire l’accordo sottoscritto ancora prima che l’inchiostro asciugasse sul documento.
La situazione in Medio Oriente resta dunque in pieno fermento. Le prossime ore daranno forse qualche indicazione sulla possibile ripresa della guerra o se prevarrà la prudenza. Anche in questo secondo caso, la calma è destinata a essere di breve durata. Le posizioni restano in larga misura inconciliabili e nessuna delle due parti ha pagato ancora un prezzo sufficiente per convincersi a ridimensionare le proprie ambizioni né ha ottenuto un successo strategico chiaro da potere imporre nuovi equilibri nella regione.

