Il G7 senza bussola
Forse mai come nel vertice G7 di questa settimana a Évian-les-Bains si è avuta la percezione dell’irrilevanza dei governi che formano un consesso teoricamente deputato a discutere e risolvere i problemi del pianeta. Con l’ospitalità del presidente francese Macron, i leader giunti nella località adagiata sul lago di Ginevra e, in particolare quelli europei, hanno infatti ribadito l’intenzione di continuare a investire su cause perse – vedi Ucraina – e di cercare di ritagliarsi un ruolo nei nuovi equilibri mediorientali che potrebbero uscire dal fragile accordo che ha chiuso per il momento la crisi tra Iran e Stati Uniti, nella quale non hanno di fatto svolto nessun ruolo. Identico discorso vale per le velleità evidenziate nel contrastare la presunta “minaccia” economica e militare cinese, mentre molto più seriamente vanno presi i piani ben avanzati per aumentare in maniera drastica i poteri di sorveglianza dei governi, in questo caso sotto forma di interventi per proteggere i minori dalle insidie della rete.
La tre giorni di Évian è stata apparentemente caratterizzata da una ritrovata armonia e (relativa) unità di intenti tra gli USA di Trump e gli altri sei paesi membri. Macron e i suoi colleghi sono sembrati quasi sorpresi nel constatare un certo allineamento da parte del presidente americano alle loro posizioni guerrafondaie e russofobe riguardo alla crisi ucraina. Una convergenza inattesa, dopo oltre un anno fatto prevalentemente di contrasti, che ha portato a una dichiarazione congiunta nella serata di martedì nonostante alla vigilia del vertice fosse stata programmata soltanto una “dichiarazione presidenziale” di routine.
Ciò non contribuisce evidentemente in nulla a un possibile serio rilancio del tavolo diplomatico per mettere fine alla guerra russo-ucraina. Anzi, le prospettive di un allentamento delle tensioni in Medio Oriente ha riportato l’attenzione di Trump sulla crisi in Europa orientale, con segnali, da parte di quest’ultimo, di un possibile coordinamento in sede G7 per rilanciare politiche e operazioni militari-logistiche che non farebbero che prolungare il conflitto. Nel documento ufficiale si è parlato infatti delle solite iniziative per rafforzare “le capacità difensive” di Kiev, per dotare il regime filo-nazista di Zelensky di missili a lungo raggio e, con i soliti toni illusori, di fare pressioni su Mosca per convincere Putin a negoziare in maniera seria.
Il tutto, in definitiva, come se quasi quattro anni e mezzo di guerra non siano esistiti. Un meccanismo di auto-inganno che si alimenta delle fantasie che da qualche tempo stanno circolando sui media ufficiali e tra i sostenitori dell’Ucraina, ovvero che “il vento sta cambiando a favore di Kiev”, come ha scritto recentemente in un post su X la presidente della Commissione UE von der Leyen. La situazione attuale sarebbe molto diversa da quella dello scorso anno sia sul campo di battaglia sia per la Russia, che si ritroverebbe sull’orlo della catastrofe sociale ed economica, o poco meno. Per questa ragione, l’unica strada è la moltiplicazione degli sforzi a sostegno dell’Ucraina. Peccato, però, che non ci siano prove tangibili di questa realtà, se non nelle regolari incursioni, prevalentemente con droni, delle forze armate ucraine in territorio russo, altrimente note come “crimini di guerra”, che prendono di mira in larga misura obiettivi civili.
A Évian è stato convocato inevitabilmente anche Zelensky al preciso scopo di amplificare la propaganda attraverso accuse molto dubbie circa il recente attacco russo contro una cattedrale ortodossa a Kiev e inviti vacui per un faccia a faccia con Vladimir Putin. Il sollievo europeo per l’atmosfera apparentemente distesa delle discussioni sull’Ucraina va collegato ai timori molto fondati che circolano da questa parte dell’Atlantico fin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a inizio 2025. Il presidente repubblicano aveva limitato drasticamente l’impegno finanziario americano a favore di Kiev, così che l’Europa si è da allora ritrovata a stanziare aiuti per tenere in piedi il regime di Zelensky, con il rischio però di vedersi tagliata fuori da un possibile accordo di pace sottoscritto da Trump e Putin.
Ciò ha fatto salire il livello di isteria dei vari Macron, Merz, Starmer e von der Leyen a livelli mai visti, spingendoli a fare qualsiasi cosa per sabotare il già complicatissimo processo diplomatico. Il vertice di Évian non ha in ogni caso aggiunto nessuna nuova misura concreta per l’Ucraina, ma, letteralmente poche ore prima, l’UE aveva annunciato l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, prevedibilmente inutili come le precedenti se non per il fatto che allontanano un poco di più la fine del conflitto e aggiungeranno altri morti sul campo per alimentare l’illusione di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia.
L’attitudine di Trump sarà comunque tutta da verificare. Inutile dire che coerenza e stabilità non sono esattamente tratti distintivi dell’inquilino della Casa Bianca. Le speranze europee potrebbero avere infatti breve durata se effettivamente il governo americano dovesse intensificare l’impegno per trovare un’intesa con il Cremlino. Si può d’altra parte ipotizzare che la clamorosa débâcle iraniana abbia convinto Trump a cercare di incassare una vittoria a livello internazionale, magari appunto mettendo fine alla guerra in Ucraina. In questo caso, i governi europei dovranno digerire condizioni umilianti o rilanciare la loro opposizione alla pace, col rischio di incrinare ulteriormente i rapporti transatlantici.
In linea generale, il clima dentro il gruppo dei G7 è molto diverso da quello offerto dalle apparenze. Ciò che prevale da tempo è una crescente tensione non solo tra Europa e Stati Uniti, ma anche tra gli stessi governi europei che in superficie sembrano concordare su temi come Ucraina, Iran, Cina o riarmo. Nella realtà dei fatti, il rapido disintegrarsi dell’ordine mondiale post Guerra Fredda sta spingendo i singoli paesi a posizionarsi nel migliore dei modi per assicurarsi posizioni di favore nella corsa all’accaparramento di mercati e risorse. Lontano dai riflettori, le divisioni sono innegabili, addirittura su questioni che in apparenza dovrebbero avere un consenso monolitico, come appunto la guerra in Ucraina e l’ipotesi di tornare a parlare prima o poi con Mosca.
Sulla stessa insensata campagna per il riarmo europeo, nonostante l’unità di intenti ostentata in pubblico, i vari governi sono determinati a percorrere strade almeno parzialmente diverse che corrispondono ai rispettivi “interessi” nazionali. Basti pensare alla recente notizia dell’abbandono del progetto congiunto franco-tedesco – con la partecipazione spagnola – per lo sviluppo di un caccia di sesta generazione (SCAF) a causa di differenze inconciliabili tra le necessità militari e strategiche di Parigi e Berlino. La presa d’atto di un futuro in cui l’Europa o i singoli paesi del vecchio continente non potranno contare sull’ombrella difensiva americana ha innescato insomma tensioni esplosive che si riflettono sia sui teatri internazionali di crisi sia sui fronti domestici, soprattutto, riguardo a quest’ultimo aspetto, per il fatto che gli assurdi piani di riarmo implicano spietate azioni di macelleria sociale.
La questione si collega direttamente alla situazione politica in cui versano svariati leader dei G7. Quelli europei, in particolare, sono sull’orlo delle dimissioni (Starmer), senza una maggioranza parlamentare (Macron) o fanno registrare livelli di impopolarità da record (Merz). Impopolarità che non è dovuta ai caratteri personali o ideologici dei singoli politici, ma che è in qualche modo strutturale e strettamente connessa con la necessità da parte di ognuno di essi di provare a salvare un sistema in crisi irreversibile e che richiede perciò iniziative che si scontrano frontalmente con bisogni e richieste della stragrande maggioranza delle popolazioni dei loro paesi.
Da qui la deriva autoritaria generalizzata che si registra da tempo in Occidente, con una stretta sul dissenso sempre più evidente e il perseguimento di politiche che raccolgono poco o nessun consenso al di fuori degli ambienti di potere, come i programmi forzati di riarmo, il virtuale azzeramento del welfare, il sostegno al regime genocida israeliano o il sostanziale appoggio all’aggressione americana contro l’Iran. Una questione, quella dell’involuzione anti-democratica, che è emersa proprio durante il vertice di Évian, come si accennava all’inizio, con la discussione sulle iniziative destinate in apparenza a proteggere bambini e minori dalle minacce che circolano in rete.
Facendo seguito a discussioni in corso da mesi e alle recenti iniziative di Australia e Gran Bretagna, anche in sede di G7 si stanno preparando misure che, tra l’altro, renderebbero obbligatoria l’identificazione di tutti gli utenti dei social network per dimostrare la loro età. È evidente che nessuno di questi governi ha il minimo interesse per il benessere dei minori e, infatti, questa messa in scena serve a giustificare un’intensificazione della sorveglianza di massa dietro le apparenze di leggi che, a prima vista, non possono che raccogliere ampi consensi. Tra attivisti dei diritti civili e osservatori indipendenti è d’altra parte ormai condivisa l’opinione che i governi occidentali stiano andando, grazie a questo meccanismo, verso l’implementazione della famigerata “identità digitale”, obiettivo ultimo anche se quasi mai dichiarato per cancellare definitivamente l’anonimato on-line e rafforzare i poteri dello stato nel tracciare, sorvegliare e reprimere ogni forma di opposizione e dissenso.

