Il bluff di Trump e il muro iraniano
Con una situazione sostanzialmente identica a quella di prima dell’inizio della tregua dieci giorni fa, Donald Trump non ha potuto che annunciare, a poche ore dalla scadenza, un prolungamento – questa volta a tempo “indefinito” – del cessate il fuoco con la Repubblica Islamica. Come in precedenza, il presidente americano aveva vomitato minacce apocalittiche e addirittura avvertito che non ci sarebbero stati probabilmente rinvii. Le bombe avrebbero perciò ricominciato a cadere sul territorio iraniano. A Teheran non hanno fatto però una piega, né le pressioni USA hanno modificato di una virgola le posizioni sul negoziato e su un possibile accordo. Quando il bluff di Trump è stato svelato, all’inquilino della Casa Bianca non è rimasto che ricorrere all’ennesimo “TACO” per evitare, almeno per il momento, l’innesco di una catastrofe economica globale.
Le armi spuntate
La tattica ormai logora di Trump ha seguito un copione ampiamente prevedibile. Gli inviati Vance, Witkoff e Kushner erano pronti con i loro bagagli a imbarcarsi per il Pakistan, in attesa che la minaccia di distruggere “centrali elettriche e ponti” avesse ottenuto i suoi frutti, convincendo gli iraniani a raggiungere i propri interlocutori a Islamabad e a fare concessioni in linea con la “proposta” americana di accordo per mettere fine alla guerra. I vertici della Repubblica Islamica hanno invece mostrato fermezza e indifferenza alle minacce. Nonostante l’emergere nei giorni scorsi di insolite divisioni tra il governo e i Guardiani della Rivoluzione, la risposta è stata chiara: nessuna trattativa sotto pressione e in presenza del blocco navale, vero e proprio atto di guerra e chiara violazione dei termini della tregua in vigore.
Dietro alla retorica ultra-aggressiva di Trump c’era in definitiva una supplica all’Iran di acconsentire a continuare i colloqui diplomatici, ovvero a concordare un’estensione dei tempi del cessate il fuoco. Teheran ha al contrario ribattuto che a dettare le condizioni non può essere la parte che sta perdendo la guerra e che tutto era pronto per una ripresa delle ostilità. Anzi, varie voci dall’Iran hanno avvertito che USA e Israele avrebbero trovato nuove sgradite sorprese riguardo alle operazioni militari. Le opzioni per la Casa Bianca erano a questo punto esaurite. Eventuali bombardamenti a tappeto contro le infrastrutture energetiche iraniane avrebbero fatto scattare attacchi simili contro i regimi arabi del Golfo Persico e contro Israele, con danni permanenti all’industria petrolifera mediorientale. Il risultato, come già anticipato, sarebbe stata una crisi prolungata a cui virtualmente nessun paese avrebbe potuto sfuggire.
Trump ha cercato allora di rimescolare le carte per proiettare un’immagine di forza invece inesistente. La leadership iraniana è “divisa”, ha assicurato, e in attesa di un “risposta univoca” della loro delegazione, la tregua resterà in vigore senza una scadenza fissa. L’illusione trumpiana è durata tuttavia poco. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha smontato le sicurezze americane, scrivendo su X che “l’estensione del cessate il fuoco decisa da Donald Trump non ha nessun significato”. L’Iran, in altre parole, valuterà senza nessun vincolo quali siano le iniziative da intraprendere – incluse quelle militari – in base alla situazione e alle mosse del nemico.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha aggiunto che “nessuna decisione definitiva è stata presa circa la partecipazione ai colloqui in Pakistan. La ragione [di ciò] sono i messaggi contraddittori, il comportamento imprevedibile e le azioni inaccettabili della controparte americana”. L’ostacolo principale resta il blocco navale imposto dagli Stati Uniti, per quanto tutt’altro che impenetrabile. Trump, nel suo messaggio di mercoledì con cui ha prolungato unilateralmente la tregua ha infatti confermato il blocco, auto-boicottando di fatto la ripresa dei negoziati con l’Iran.
I paletti iraniani
La sicurezza ostentata dall’Iran, nonostante le pesanti perdite in termini di vittime e distruzione di edifici e infrastrutture civili, deriva dall’impossibilità da parte degli aggressori di raggiungere anche uno solo degli obiettivi più o meno confusamente fissati all’inizio della guerra. Un’analisi pubblicata martedì sul sito del network Press TV spiega come la Repubblica Islamica non intenda in nessun modo rinunciare ai vantaggi strategici ottenuti da quasi due mesi di guerra. Il diritto all’arricchimento dell’uranio e le proprie dotazioni militari devono di conseguenza restare fuori da qualsiasi trattativa. Il nemico, spiega l’articolo, non è stato in grado di costringere l’Iran ad abbandonare al primo né di distruggere le seconde, così che non può avere senso rinunciarvi attraverso la diplomazia, soprattutto se si considera che Teheran parte da una posizione di vantaggio.
La sensazione è che la leadership iraniana intenda ribaltare una volta per tutte l’equazione che ha prevalso negli ultimi decenni, secondo la quale ogni minima concessione o segno di debolezza comporta richieste e pressioni crescenti, fino alla resa totale. Da ciò derivano le altre condizioni fissate per discutere seriamente con Washington, inclusa la cancellazione di tutte le sanzioni e il pagamento di un risarcimento per i danni inflitti dai bombardamenti, sia pure da riscuotere attraverso l’incasso di diritti di passaggio dallo stretto di Hormuz.
I missili in esaurimento
A consigliare Trump e il Pentagono di astenersi almeno per ora dal riprendere la campagna di bombardamenti indiscriminati sull’Iran sono anche considerazioni pratiche. Un recentissimo studio del think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS), ampiamente riportato dalla stampa americana, ha evidenziato come gli USA abbiano consumato una quantità eccezionale di missili e munizioni in poco più di 40 giorni di guerra. Secondo i dati approssimativi, la metà delle scorte di intercettori THAAD e Patriot è stata bruciata, assieme al 30% dei Tomahawk e al 20% dei JASMM. Questi ultimi due sono missili offensivi in dotazione delle forze armate americane. Anche i magazzini di altri missili “standard” da difesa e offesa sono state intaccate in percentuali che vanno dal 20% al 45%.
Ciò comporta problematiche di varia natura. La prima è economica, visto che questi ordigni hanno costi di produzione altissimi. Un singolo Tomahawk, ad esempio, a seconda della configurazione può costare da 2 a 4 milioni di dollari. Un altro problema è la lunghezza dei tempi per rimpiazzare le riserve in rapido esaurimento. Si parla cioè di anni a causa della struttura dell’industria bellica americana, basata su catene di approvvigionamento dominate da compagnie private. Questo aspetto si collega alla terza questione, ovvero il fatto che altri fronti restino scoperti e, più precisamente, l’impossibilità di sostenere un confronto militare anche di breve durata con una potenza come Russia o Cina, se mai dovesse esplodere nei prossimi mesi o anni.
JCPOA redux?
L’assenza di opzioni percorribili che non implichino un’umiliazione per Trump rende comunque del tutto possibile una ripresa della guerra. Qualche commentatore ritiene però che, come via d’uscita, la Casa Bianca stia lavorando a un accordo che ricalchi quello sul nucleare sottoscritto a Vienna nel 2015 (JCPOA). Per l’amministrazione repubblicana sarebbe in questo caso fondamentale ottenere condizioni “migliori”, visto che fu lo stesso Trump ad abbandonare in maniera unilaterale e senza ragioni valide l’accordo nel 2018. Una possibilità potrebbe essere la durata illimitata delle condizioni che vincolerebbero l’Iran a non cercare di realizzare armi nucleari.
Il vero dilemma non è però il nucleare, ma quei fattori che rendono la Repubblica Islamica un ostacolo all’egemonia di USA e Israele in Medio Oriente, assieme alla partnership di questo paese con Russia e soprattutto Cina, facendone uno snodo decisivo delle dinamiche multipolari che “minacciano” la posizione globale di Washington. Se anche Trump e il suo entourage dovessero prendere atto che ad oggi non ci sono le condizioni per distruggere l’Iran e acconsentire a qualche accordo temporaneo, resterebbero comunque incognite formidabili.
La prima è rappresentata da Israele e il regime genocida che lo governa. Netanyahu è totalmente fuori controllo e deciso a giocarsi il tutto per tutto pur di non fare passi indietro nella guerra su più fronti che ha in larga misura egli stesso provocato. Il boicottaggio di eventuali accordi o intese da parte israeliana è un’ipotesi totalmente realistica, per non parlare delle pressioni preventive che la lobby sionista esercita sull’intera classe politica USA.
Da considerare c’è anche la difficoltà ad accettare la sconfitta e un ridimensionamento delle ambizioni imperiali da parte americana. Questa attitudine si concretizza in una persistente tendenza a negare la realtà, evidente, tra l’altro, nella decisione di Trump di mantenere il blocco navale contro l’Iran anche con una tregua in vigore. Oppure nella decisione ribadita questa settimana dal segretario al Tesoro, Scott Bessent, di continuare a colpire l’Iran con misure economiche punitive. Tutte iniziative che, oltre a rischiare di diventare controproducenti, precludono la possibilità di trattative diplomatiche serie.
Non solo Trump
La versione ufficiale riguardo alla guerra di aggressione contro l’Iran ne riconduce le responsabilità quasi unicamente a Trump o, tutt’al più, alle ossessioni del regime di Netanyahu. La liquidazione del sistema di potere uscito dalla rivoluzione del 1979 in Iran è al contrario un affare bipartisan a Washington ed è confermato, tra l’altro, dalla totale passività del Congresso e di buona parte del Partito Democratico malgrado la natura oggettivamente illegale e criminale dell’aggressione militare lanciata il 28 febbraio scorso.
Un’ulteriore e clamorosa testimonianza di questa realtà è arrivata nel fine settimana dall’ex consigliere di Joe Biden, Amos Hochstein, il quale nel corso di un’intervista alla CBS ha rivelato che l’ex presidente democratico, se si fosse candidato e avesse vinto le elezioni nel 2024, avrebbe alla fine anch’egli attaccato militarmente la Repubblica Islamica. Hochstein, per la cronaca nato in Israele e con un passato nell’esercito di occupazione, ha spiegato che, oltre ad appoggiare la campagna di aggressione scatenata da Trump, se ci fosse stata un’amministrazione Biden bis, quest’ultima avrebbe preso la stessa decisione riguardo all’Iran tra la primavera e l’estate del 2025. Per questa eventualità c’erano state alla Casa Bianca “simulazioni”, poiché una guerra di aggressione “avrebbe potuto avere luogo anche sotto la nostra supervisione”.
Questa rivelazione non deve stupire più di tanto. L’Iran è una spina nel fianco dell’Impero da oltre quattro decenni e del ruolo di disturbo che svolge negli equilibri globali odierni si è già parlato in precedenza. Il consenso su questo argomento è perciò praticamente totale a Washington, anche se i democratici tendono come sempre a ostentare posizioni pubbliche più sfumate, principalmente per necessità elettorali. D’altra parte, se il partito oggi all’opposizione in America avesse voluto realmente esplorare un percorso di pace assieme a Teheran, Biden, una volta installato alla Casa Bianca, avrebbe potuto semplicemente riesumare l’accordo sul nucleare affondato da Trump. Nonostante la retorica e una serie di negoziati di facciata, non fu fatto invece nulla in questo senso e ben presto sarebbero state applicate nuove sanzioni contro l’Iran, aprendo così di fatto la strada all’escalation militare decisa da Trump e Netanyahu.

