Iran, i dubbi dell’Impero
Due analisi pubblicate quasi in contemporanea da Foreign Policy e Politico fotografano un cambio di clima significativo all’interno dell’establishment statunitense: la guerra di aggressione contro l’Iran, voluta dall’amministrazione Trump, non sta rafforzando la leadership globale di Washington, ma rischia di accelerarne l’erosione. Non è tanto – o non solo – la questione della legalità internazionale o delle vittime civili a emergere nei due articoli, quanto piuttosto il discredito strategico e il disordine sistemico che questa scelta sta generando, con effetti potenzialmente duraturi sugli equilibri globali.
Secondo l’analisi di Foreign Policy, il conflitto con Teheran si sta rivelando un fattore di destabilizzazione che va ben oltre il piano militare. L’aumento dei prezzi energetici, le previsioni di rallentamento economico globale avanzate dal Fondo Monetario Internazionale e il peso crescente della spesa militare statunitense delineano uno scenario in cui i costi superano rapidamente i benefici. La guerra, inoltre, avrebbe ulteriormente indebolito quel sistema di regole che gli Stati Uniti hanno contribuito a costruire nel secondo dopoguerra, normalizzando l’uso della forza come strumento ordinario di politica estera.
Il punto centrale, tuttavia, non sono gli scrupoli per i massacri o la distruzione del sistema basato sul diritto internazionale, ma riguarda piuttosto la perdita di credibilità dell’Impero già in declino. L’intervento contro l’Iran – descritto come preventivo e privo di un chiaro fondamento giuridico – alimenta la percezione di una potenza che agisce in modo unilaterale e imprevedibile, minando proprio quell’ordine che Washington dichiara di voler difendere. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e la crescente militarizzazione di snodi energetici cruciali accentuano ulteriormente il senso di instabilità.
Anche sul piano delle alleanze, le crepe sono evidenti. I partner europei, in gran parte esclusi dal processo decisionale e contrari all’intervento, stanno accelerando il dibattito sulla cosiddetta “autonomia strategica”. Parallelamente, la necessità di spostare risorse militari verso il Medio Oriente ha ridotto la capacità statunitense di presidiare altri scenari, in particolare l’Indo-Pacifico, e alimentato inevitabilmente dubbi tra gli alleati asiatici circa la reale affidabilità di Washington.
Un effetto opposto a quello dichiarato riguarda poi i rapporti con i rivali strategici. Invece di isolare Teheran, la guerra ha favorito un maggiore coordinamento tra Iran, Russia e Cina, rafforzando un asse alternativo che si muove sempre più in sintonia e con l’ambizione di creare un ordine internazionale alternativo a quello dominato dall’Occidente.
A confermare il quadro di crescente preoccupazione è anche Politico, che paventa la progressiva perdita di influenza degli Stati Uniti su scala globale. Il conflitto con l’Iran si inserisce oltretutto in una traiettoria già segnata da tensioni commerciali e scelte unilaterali dell’amministrazione Trump, che hanno contribuito a creare una sorta di “separazione” tra Washington e ampie aree del mondo.
Gli effetti si avvertono in contesti molto diversi tra loro: dai paesi asiatici colpiti dall’aumento dei prezzi energetici, costretti a razionamenti e misure emergenziali, fino all’Europa, dove cresce la diffidenza verso una leadership americana percepita come instabile. Anche all’interno della NATO il sostegno appare più tiepido rispetto al passato, con diversi governi che lamentano di non essere stati consultati prima dell’avvio delle operazioni e altri che negano l’uso delle loro basi militari per le operazioni contro la Repubblica Islamica.
Le parole di un diplomatico asiatico citato da Politico sintetizzano bene il clima: la gestione caotica del conflitto e l’incertezza sulle sue conseguenze economiche alimentano frustrazioni e timori, mentre si aprono interrogativi di lungo periodo sulla tenuta delle alleanze, al di là dello specifico caso dell’attuale inquilino della Casa Bianca che appare sempre più fuori controllo. Non a caso, alcuni paesi stanno già riconsiderando il proprio grado di dipendenza dagli Stati Uniti, sia sul piano militare sia su quello economico.
Sul fronte energetico, la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi dell’Iran alle infrastrutture regionali hanno innescato una reazione a catena. Se nel breve periodo Washington può beneficiare della propria posizione di grande esportatore di petrolio e gas, nel medio-lungo termine molti paesi potrebbero accelerare la transizione verso fonti alternative. Europa e Asia puntano su rinnovabili, nucleare ed efficienza energetica, spesso guardando alla Cina come partner industriale privilegiato che primeggia in praticamente tutti questi settori. Un processo che, paradossalmente, potrebbe ridurre proprio l’influenza americana sui mercati energetici globali.
Anche sul piano diplomatico emergono segnali di difficoltà. Diversi cablogrammi del Dipartimento di Stato, citati da Politico, evidenziano la diffusione di narrazioni antiamericane in aree strategiche come l’Asia centrale, il Medio Oriente e il Sud-est asiatico. In alcuni casi, si tratta di campagne sostenute da attori rivali; in altri, di dinamiche interne amplificate dalle scelte di Washington. Il risultato è un indebolimento delle relazioni bilaterali e una crescente competizione per l’influenza.
Ma c’è un ulteriore elemento, meno immediato e forse più rilevante nel lungo periodo: la guerra sta contribuendo a rafforzare proprio l’Iran. Come osserva il professor Robert Pape sul suo blog ospitato da Substack, Teheran non è ancora una potenza globale al livello di Stati Uniti, Cina o Russia, ma si sta muovendo rapidamente in questa direzione. Il controllo – diretto o indiretto – dello Stretto di Hormuz rappresenta una leva strategica di prim’ordine, capace di incidere sull’intero sistema economico internazionale.
In un mondo in cui importatori ed esportatori dipendono da rotte energetiche sicure, la capacità di influenzare un “chokepoint” come Hormuz conferisce all’Iran un potere che va ben oltre la dimensione regionale. Né la superiorità militare statunitense, né eventuali operazioni navali possono garantire un passaggio sicuro senza rischiare un’escalation molto più ampia e costosa. È proprio questa combinazione di geografia favorevole e tecnologie relativamente accessibili a rappresentare la “novità strategica” iraniana.
In altre parole, la guerra rischia di produrre un effetto boomerang: mentre logora la posizione internazionale degli Stati Uniti, contribuisce a consolidare il ruolo dell’Iran come attore imprescindibile negli equilibri globali. Un esito che difficilmente potrà essere cancellato anche nella remota eventualità di un accordo diplomatico.
Alla vigilia della scadenza della fragile tregua prevista per mercoledì e con i colloqui diplomatici in Pakistan ancora avvolti nell’incertezza, il quadro resta estremamente fluido. Le analisi di Foreign Policy e Politico segnalano come, al di là della retorica ufficiale, crescano negli stessi ambienti decisionali statunitensi i dubbi sulla sostenibilità di questa strategia. In un contesto già segnato da tensioni sistemiche, l’imprevedibilità della leadership di Donald Trump aggiunge un ulteriore fattore di rischio, rendendo difficile anticipare le prossime mosse e, soprattutto, le loro conseguenze.

