Hormuz e Libano, il doppio gioco di Washington
Il crollo definitivo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran dopo lo scambio di missili del fine settimana sembra essere stato per il momento scongiurato, anche se la notizia della ripresa dei colloqui nella giornata di martedì a Doha è stata solo in parte confermata dal governo di Teheran. La tregua stabilita con il “memorandum d’intesa” resta in ogni caso appesa a un filo, con l’amministrazione Trump che ne ha violato i termini, praticamente subito dopo la firma, in violazione almeno di due condizioni essenziali per la Repubblica Islamica: il controllo dello stretto di Hormuz nei termini stabiliti dall’Iran e la cessazione delle operazioni militari israeliane, con conseguente ritiro, nel teatro di guerra libanese.
La via d’acqua condivisa da Iran e Oman è diventata l’elemento cruciale della vicenda, visto che risulta sempre più chiaro che la riapertura completa del transito alle navi commerciali, esattamente come avveniva prima dell’aggressione militare israelo-americana, è l’obiettivo numero uno di Washington. Una priorità che, secondo alcuni, ha spinto Trump a sottoscrivere una serie di altre “concessioni” a Teheran difficilmente applicabili o accettabili, non da ultimo a causa delle fortissime resistenze degli ambienti filo-sionisti in patria. Anche per il governo iraniano, la questione del controllo su Hormuz è decisiva, essendo diventata la leva strategica che ha consentito di rimescolare i rapporti di forza in Medio Oriente.
Il riaccendersi dello scontro militare tra USA e Repubblica Islamica è stato ampiamente documentato dalla stampa di tutto il mondo, a partire dal fuoco iraniano di giovedì contro un cargo che stava transitando attraverso lo stretto lungo la rotta che passa per le acque omanite. Le forze americane hanno colpito obiettivi in territorio iraniano, verosimilmente legati ai sistemi di comunicazione, e in risposta Teheran ha preso di mira nuovamente le basi militari di Washington, o ciò che resta di esse, in Bahrein e Kuwait. La pronta ritorsione iraniana ha confermato il nuovo principio strategico basato appunto su operazioni di rappresaglia immediate e di intensità superiore alle provocazioni degli Stati Uniti, così da evitare che Washington detenga il controllo dell’escalation e la normalizzazione delle violazioni unilaterali del cessate il fuoco.
Qualche osservatore ha fatto notare come gli attacchi iraniani contro imbarcazioni situate nelle acque dell’Oman siano essi stessi illegali perché il sultanato non ha ancora concordato ufficialmente con Teheran un sistema condiviso di gestione del transito. Il problema è tuttavia un altro. Trump ha sottoscritto e accettato – nel “memorandum d’intesa” – la condizione che prevede la “sola responsabilità” iraniana della predisposizione delle modalità con cui dovrà essere garantito il “passaggio sicuro delle navi commerciali” attraverso lo stretto di Hormuz. L’ex analista della CIA e blogger, Larry Johnson, ha spiegato che, “se gli USA avessero insistito per includere l’Oman e altri paesi del Golfo [Persico]… allora l’Iran sarebbe stato obbligato a consultarsi con questi ultimi. Invece, Trump ha accettato le condizioni iraniane e Teheran insiste nel sostenere che non ci debba essere nessun compromesso sui suoi diritti sovrani nella gestione del traffico attraverso lo stretto”.
In base al dettato del “memorandum”, perciò, l’avviso emesso dalla Repubblica Islamica a tutte le imbarcazioni interessate, di coordinare il transito con le proprie autorità navali, appare pienamente legittimo. Domenica, il ministro degli Esteri Araghchi è stato infatti perentorio nel mettere in guardia le forze americane da “interferenze” nella gestione del passaggio attraverso lo stretto. Il capo della diplomazia di Teheran ha ricordato il testo stesso del “memorandum”, affermando che “lo stretto di Hormuz tornerà alle condizioni operative precedenti la guerra entro 30 giorni, in base a un modello di gestione stabilito dall’Iran”. Di conseguenza, “qualsiasi tentativo di creare sistemi di gestione [del transito navale] alternativi o di interferire [nella gestione iraniana] non faranno che complicare la situazione e ritardare la riapertura dello stretto”.
Che l’amministrazione Trump contraddica sé stessa su Hormuz non dipende solo dal fatto che gli Stati Uniti sono organicamente incapaci di mantenere un impegno preso. Ci sono piuttosto altri fattori che spiegano le ripetute violazioni americane del “memorandum” sottoscritto con l’Iran. Uno è da collegare alle pressioni domestiche sulla Casa Bianca. Ampi settori del Partito Repubblicano e di quello Democratico, sotto la regia della lobby sionista, stanno criticando duramente l’accordo temporaneo perché, stando al contenuto di esso, ratifica una sconfitta strategica virtualmente senza precedenti per Washington e, nel contempo, rafforza in maniera sensibile la posizione dell’Iran. Da qui, il riflesso dell’amministrazione repubblicana nello sfruttare qualsiasi inezia o evento scollegato dal “memorandum” per cercare di alzare la pressione su Teheran e allentare quella a cui è esposta sul fronte interno.
Ma la questione ha anche implicazioni più ampie. La Casa Bianca punterebbe a mettere l’Iran davanti al fatto compiuto dell’apertura di un corridoio di transito nello stretto di Hormuz attraverso le acque omanite. La scommessa è che l’Iran non sia disposto a rischiare di far saltare la fragile intesa, rinunciando ai vantaggi che promette, per rispondere a un’iniziativa che mira a riaprire gradualmente una parte della via d’acqua. La prospettiva di incassare benefici economici e finanziari dovrebbe, secondo Trump, spingere le autorità della Repubblica Islamica a più miti consigli, fino ad accettare una gestione del transito nello stretto che smentisce quella prevista dal “memorandum” e che, soprattutto, priverebbe Teheran di uno strumento decisivo per la difesa dei propri interessi, nonché per scoraggiare future aggressioni di USA e Israele.
La tempestiva ritorsione militare dopo gli attacchi americani del fine settimana chiarisce però senza incertezze la posizione iraniana. Il controllo sullo stretto è cioè un dato imprescindibile, soprattutto perché a Teheran si è perfettamente consapevoli della pressoché totale inaffidabilità americana, ovvero che le altre condizioni stabilite nel “memorandum” a proprio favore quasi sicuramente non verranno soddisfatte. Posta la questione in un altro modo: Trump vorrebbe forzare il ritorno allo status quo ante nello stretto di Hormuz, anche a costo di violare gli accordi sottoscritti, per scongiurare il rischio di un tracollo economico globale. Una volta ottenuto ciò, i negoziati potrebbero trascinarsi per mesi senza arrivare a nulla, mentre allo stesso tempo si cercherebbe di convincere l’Iran ad accettare i nuovi scenari sia con minacce militari sia attraverso qualche limitato incentivo economico-finanziario.
La stessa logica ingannevole è alla base dell’altra palese violazione dei termini del “memorandum” da parte di Washington, quella relativa al Libano. In questo caso si tratta della stipula del recente accordo tra Tel Aviv e Beirut, ufficialmente per gettare le basi di una normalizzazione dei rapporti bilateri, nella realtà per cedere di fatto la sovranità libanese al regime sionista e ratificare l’occupazione di parte del territorio del paese dei cedri. Il tutto con l’obiettivo supremo di disarmare Hezbollah e la Resistenza. Anche senza tornare alla questione della sudditanza verso Washington e Tel Aviv dei massimi vertici delle istituzioni libanesi, fino al limite del tradimento, ciò che qui interessa è il calcolo americano di sganciare il “file” libanese dalla vicenda diplomatica iraniana.
Anche in questo caso si tratta di una flagrante inadempienza del “memorandum”, che proprio al punto numero uno stabilisce come la cessazione dell’aggressione militare e la fine dell’occupazione sionista del Libano siano elementi integrali del cessate il fuoco tra USA e Iran. L’atteggiamento americano è in questo caso influenzato da quello del regime di Netanyahu. Il premier-criminale di guerra si rende conto che quella in atto è potenzialmente una ristrutturazione totale dei rapporti di forza nella regione, a tutto beneficio della Repubblica Islamica e contro gli interessi dell’entità sionista. Il campo di battaglia principale su cui si consuma questa sfida è proprio il Libano e qui Netanyahu intende giocare tutte le carte rimastegli per impedire questa evoluzione e, nella più ottimistica delle ipotesi dal punto di vista di Tel Aviv, per tenere in vita il progetto della “Grande Israele”.
Nella giornata di lunedì, in ogni caso, è circolata la notizia della ripresa dei colloqui tra Washington e Teheran, non in Svizzera, come già previsto, ma in Qatar. Il riesplodere del conflitto attorno al nodo di Hormuz avrebbe fatto in modo inoltre che il nuovo round di negoziati verterà su questo argomento piuttosto che sul nucleare iraniano. Ancora una volta è il governo americano ad avere fatto un passo indietro. Dopo avere annunciato lo stop alle operazioni militari del fine settimana, Trump ha scritto sul suo social Truth dell’appuntamento di martedì a Doha, mentre le autorità iraniane hanno assunto subito un atteggiamento più cauto, avvertendo che nulla è stato ancora deciso in questo senso.
Nonostante la consueta ostentazione di forza, il presidente americano resta impantanato in un dilemma di difficilissima soluzione. I tempi stringono per riaprire un corridoio navale che, in caso contrario, spingerà ai limiti la sopportazione delle economie mondiale, inclusa quella degli Stati Uniti. A preoccupare la Casa Bianca è soprattutto l’erosione delle riserve strategiche di petrolio, a cui si è attinto in queste settimane per contenere il più possibile il rialzo dei prezzi, e la progressiva carenza di diesel per alimentare settori chiave dell’economia e del sistema di potere americano: dal trasporto su gomma all’agricoltura, fino alle operazioni militari.
In parallelo, Trump deve fare i conti con un clima politico infuocato sul fronte domestico, dove la sensazione della resa dell’impero a causa della debacle iraniana appare sempre più netta. Con le elezioni di “metà mandato” ad appena quattro mesi di distanza, c’è quindi la necessità di archiviare la crisi iraniana o, quanto meno, di stabilizzare temporaneamente la situazione. L’incapacità strutturale di rispettare gli impegni, soprattutto se implicano un drastico ridimensionamento strategico, e la gestione simultanea di più fronti (Iran, Israele, politica interna) minacciano in definitiva di spingere la Casa Bianca verso il limite, col rischio di vedersi chiudere definitivamente anche il minimo spiraglio diplomatico esistente.

