Algeria, porta chiusa agli Emirati
La recente decisione dell’Algeria di rompere le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti non è un incidente improvviso, né l’ennesimo scontro tra due paesi con interessi divergenti. È piuttosto il punto d’arrivo di una crisi maturata nell’arco di quasi tre anni e che ad Algeri viene ormai letta come una questione di sovranità nazionale e sicurezza dello stato. Il 10 settembre il governo algerino ha convocato l’ambasciatore emiratino, concedendogli 48 ore per lasciare il paese, mentre dal giorno successivo ha chiuso il proprio spazio aereo a tutti i velivoli registrati negli Emirati, con l’unica eccezione dei voli commerciali diretti a e in partenza dalla capitale fino alla scadenza degli accordi bilaterali il 31 dicembre prossimo.
Il comunicato del ministero degli Esteri algerino ha parlato di “azioni provocatorie e ostili” portate avanti da Abu Dhabi e di una pazienza ormai esaurita dopo ripetuti avvertimenti rimasti senza risposta. Dietro questa formula diplomatica si nasconde però un atto di accusa molto più pesante: secondo Algeri, gli Emirati sono diventati un fattore destabilizzante in tutto il Nord Africa e nel Sahel e avrebbero cercato di interferire anche negli affari interni algerini.
Per anni, Algeria ed Emirati sono riusciti a convivere nonostante profonde divergenze geopolitiche. Abu Dhabi ha sostenuto il Marocco sul Sahara Occidentale, aprendo nel 2020 un consolato a Laayoune nei territori occupati, mentre Algeri continua ad appoggiare il Fronte Polisario e il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. Gli Emirati hanno inoltre normalizzato le relazioni con Israele attraverso gli Accordi di Abramo e sostenuto militarmente il generale Khalifa Haftar nella guerra civile libica, in aperto contrasto con la linea algerina. Fino al 2023, tuttavia, queste divergenze non avevano impedito la cooperazione economica e militare tra i due paesi. Le commissioni bilaterali continuavano a riunirsi e si parlava perfino di una possibile “partnership strategica”. È stato il progressivo intrecciarsi di tutti questi dossier a cambiare la percezione di Algeri.
La prima frattura è arrivata con il mancato ingresso dell’Algeria nei BRICS allargati. Ambienti vicini al governo hanno attribuito proprio agli Emirati un ruolo decisivo nell’affossare la candidatura algerina. Non esistono prove pubbliche di queste manovre, ma politicamente il significato è stato enorme. Il regime di Abu Dhabi ha smesso cioè di essere visto soltanto come un avversario in teatri esterni ed è diventato responsabile di una sconfitta diplomatica subita direttamente dall’Algeria.
Il deterioramento della situazione nel Mali ha poi accentuato la rottura. Con la caduta di Kidal nelle mani dell’esercito maliano e dei suoi alleati russi e la cancellazione degli accordi di pace del 2015 mediati dall’Algeria, il governo di quest’ultimo paese ha perso uno dei principali strumenti di influenza sul proprio confine meridionale. Gli Emirati, nel frattempo, hanno rafforzato la cooperazione militare con Bamako, finanziando iniziative di sicurezza nel Sahel e fornendo mezzi blindati alle forze armate maliane. Per la leadership algerina questa presenza è stata interpretata come parte di un’espansione dell’influenza emiratina nello spazio strategico africano.
È la stessa lettura che il presidente Abdelmadjid Tebboune ha espresso lo scorso mese di luglio con una frase destinata a diventare il manifesto della crisi: “Ovunque mettano piede, scorre sangue”. Il riferimento era esplicito ai conflitti in Libia, Sudan e Yemen, dove Abu Dhabi è accusata di sostenere attori armati coinvolti nelle guerre civili. Le accuse contro gli Emirati sul Sudan si sono rafforzate ulteriormente nelle ultime settimane, dopo che una missione delle Nazioni Unite ha parlato di reti esterne che riforniscono le Forze di Supporto Rapido nel Darfur con armi, addestramento e combattenti. Anche in Libia numerosi rapporti ONU hanno documentato negli anni il sostegno emiratino alle forze di Haftar.
La crisi è però diventata definitivamente interna quando Algeri ha iniziato ad accusare Abu Dhabi di interferire nella politica nazionale. Il governo sostiene che gli Emirati abbiano appoggiato il Movimento per l’Autodeterminazione della Cabilia (MAK), organizzazione separatista dichiarata terroristica nel 2021. Le autorità algerine non hanno reso pubbliche le prove di questi contatti, ma il tema è diventato centrale nella narrativa ufficiale. La Cabilia, regione amazigh dell’est del paese, rappresenta infatti uno dei punti più sensibili dell’unità nazionale algerina.
La tensione è esplosa anche sul piano mediatico. Nel 2025 Sky News Arabia trasmise un’intervista in cui uno studioso algerino definiva l’identità amazigh una “costruzione franco-sionista”. La reazione delle istituzioni fu durissima: per Algeri non si trattava di un semplice dibattito culturale, ma di un attacco all’identità nazionale attraverso una piattaforma emiratina.
Dietro la rottura emergono ad ogni implicazioni geostrategiche molto più ampie. Per l’Algeria, gli Emirati fanno ormai parte di un asse regionale che comprende Israele e Marocco. L’apertura del consolato emiratino nel Sahara Occidentale ha preceduto di poche settimane la normalizzazione tra Rabat e Tel Aviv. Da allora la cooperazione militare israelo-marocchina è cresciuta rapidamente, con sistemi di difesa, droni e produzioni industriali comuni a pochi chilometri dal confine algerino.
Parallelamente, Israele ha iniziato ad avvicinarsi al separatismo della Cabilia (LINK), mentre gli Emirati hanno consolidato la propria presenza strategica nel Corno d’Africa, soprattutto nel Somaliland attraverso il porto di Berbera. Agli occhi di Algeri, questi tasselli compongono una rete di influenza che dal Golfo attraversa il Maghreb e arriva fino al Sahel.
La rottura diplomatica non significa tuttavia un disimpegno immediato. Restano in piedi investimenti emiratini nei porti algerini, partnership industriali e accordi economici che richiederanno tempo per essere smantellati. Anche per questo i voli commerciali continueranno fino alla fine dell’anno.
La scelta di Algeri assume comunque un valore politico preciso: trasformare un rapporto ormai percepito come ostile in una questione di sicurezza nazionale. Dopo anni di accuse provenienti soprattutto dall’opinione pubblica e dal movimento Hirak (LINK), il sospetto verso Abu Dhabi è entrato ufficialmente nelle istituzioni dello stato. La crisi tra Algeria ed Emirati rischia così di aprire un nuovo fronte nello scontro per l’influenza sul Maghreb e sul Sahel, in una regione già attraversata dalla competizione tra monarchie del Golfo, Israele, Russia, Turchia e potenze occidentali.

