Alaska, la guerra del voto
Le macchinazioni dell’amministrazione Trump per sabotare le elezioni di “metà mandato” della prossima settimana, che prospettano una pesante sconfitta per il Partito Repubblicano, hanno assunto contorni bizzarri nel voto per un seggio al Senato di Washington nello stato dell’Alaska. Ad appena una dozzina di giorni dall’apertura delle urne, il dipartimento di Giustizia ha cioè presentato un’istanza davanti a un giudice federale dello stato sostanzialmente per impedire la certificazione dei risultati, ma solo nell’eventualità che il candidato repubblicano di punta, il senatore in carica Dan Sullivan, dovesse uscire sconfitto.
La vicenda riguarda una controversia in atto da mesi e inasprita dalla posta in gioco in Alaska, dove il seggio repubblicano è uno di quelli maggiormente a rischio e, quindi, potenzialmente decisivo per stabilire il controllo del nuovo Senato federale. Il nodo della questione è la presenza sulle schede di un altro candidato omonimo del senatore uscente. Quest’ultimo non appartiene ad alcun partito e sostiene di rappresentare una piccola comunità di pescatori della località di Petersburg, dove svolge la professione di insegnante. Secondo la Casa Bianca, si tratterebbe di una manovra orchestrata con la collaborazione dei democratici per confondere gli elettori e togliere voti al senatore Sullivan.
Sulle schede, i due candidati sembrano tuttavia ben distinguibili. Quello repubblicano è individuabile come “Sullivan, Dan S. (Registrato come Repubblicano), In Carica”, mentre il suo omonimo come “Sullivan, Daniel J. Jr.”. Non solo, il sistema elettorale dello stato dell’Alaska consente scelte multiple. I voti per i candidati con meno consensi, dopo un primo conteggio, vengono redistribuiti in base alle preferenze espresse, fino a che un candidato non ottiene la maggioranza. In base a ciò, gli elettori potrebbero eventualmente votare per entrambi i Sullivan. Daniel J. Sullivan Jr. si era conquistato il diritto ad apparire sulle schede per il voto di martedì prossimo grazie al risultato ottenuto nelle primarie aperte dell’Alaska, che prevedono un’unica lista su cui appaiono i nomi di tutti i candidati, indifferentemente dal partito di appartenenza, e con i primi quattro che accedono alle elezioni generali.
Il caso dei Sullivan era inoltre già passato attraverso il sistema dei tribunali dell’Alaska. A giugno, le autorità elettorali dello stato avevano inizialmente rimosso Daniel J. Sullivan Jr. dalle primarie, ma un tribunale statale e poi la Corte Suprema dell’Alaska avevano ribaltato questa sentenza, legittimando la sua presenza sulle schede. Oltre che tra i due Sullivan, gli elettori potranno scegliere anche tra la candidata democratica, l’ex deputata Mary Peltola, e un altro repubblicano: Gerald Heikes.
Questa settimana, il presidente Trump ha fatto sapere di essere stato egli stesso a dare l’ordine al ministro della Giustizia (“Attorney General”), il suo fedelissimo Todd Blanche, di presentare un’ingiunzione contro l’eventuale certificazione della vittoria di Mary Peltola. Blanche, da parte sua, ha spiegato – per così dire – le ragioni dell’iniziativa legale in un’intervista molto accesa alla CNN. Per cercare di dare un senso alle azioni dell’amministrazione, il ministro della Giustizia ha spiegato che l’iniziativa legale serve a garantire che il risultato delle elezioni per il seggio al Senato dell’Alaska non sia compromesso dalla confusione creata dalla presenza di due candidati di nome Dan Sullivan sulle schede. In altre parole, se il senatore repubblicano in carica dovesse perdere, per Trump e i suoi l’unica spiegazione sarebbe l’indistinguibilità dei due candidati agli occhi di alcuni elettori, ovvero che coloro che hanno votato per l’insegnante di Petersburg sono stati ingannati perché intendevano in realtà votare per il suo più famoso omonimo. Come ciò sia verificabile, non è dato sapere.
La polemica si è ad ogni modo arricchita di altri particolari man mano che ci si avvicina alla data del voto. L’altro senatore dell’Alaska, Lisa Murkowski, anch’essa repubblicana, il cui seggio non è però oggetto di voto in questa tornata, ha ad esempio condannato apertamente la condotta del dipartimento di Giustizia e assicurato che gli elettori dello stato sapranno distinguere chiaramente i due candidati con lo stesso nome. È evidente che anche molti esponenti del partito di Trump ritengono controproducente una causa legale senza nessun fondamento. Infatti, i legali di Mary Peltola e del comitato elettorale democratico del Senato hanno presentato a loro volta un’istanza per fermare quella dell’amministrazione Trump, diventata subito uno dei temi più sfruttati in questa fase finale della campagna elettorale.
Nelle ultime ore ci sono poi stati altri sviluppi. Il New York Times ha pubblicato mercoledì una storia nella quale sostiene di avere avuto accesso a chat interne allo staff della campagna elettorale di Peltola e del comitato democratico che sostiene i candidati del partito, dove si discuteva dell’opportunità di reclutare candidati in grado di sottrarre voti al senatore in carica Sullivan, come appunto l’omonimo di quest’ultimo. Trump ha preso la palla al balzo per chiedere la rimozione di Mary Peltola dalle schede elettorali e la sua incriminazione. L’ex deputata democratica ha però negato di avere avuto qualsiasi contatto con Daniel J. Sullivan Jr. L’appello di Trump è stato comunque accolto giovedì dal governatore dell’Alaska, il repubblicano Mike Dunleavy, che ha annunciato l’apertura di un’indagine su Mary Peltola.
In molti hanno fatto notare che il sostegno in qualsiasi forma a candidati più o meno oscuri o ritenuti non in grado di vincere, ma capaci di togliere voti ai rivali, è pratica piuttosto comune sia tra i democratici che i repubblicani. Queste tattiche sono a dir poco discutibili, ma non costituiscono un reato negli Stati Uniti. Proprio in Alaska, tra gli altri stati, esattamente a questo scopo gruppi vicini ai repubblicani hanno favorito la candidatura per un seggio alla Camera dei Rappresentanti del democratico con precedenti penali, Eric Hafner, il quale non ha nessun legame con lo stato. Secondo la testata on-line Alaska Beacon, i due principali partiti e le organizzazioni vicine ad essi “hanno già speso milioni di dollari in tutte e tre le competizioni nazionali che si terranno in Alaska martedì prossimo per promuovere candidati spoiler”.
Esperti e commentatori intervenuti sui media hanno in genere sottolineato come la causa intentata dal dipartimento di Giustizia difficilmente sarà tenuta in considerazione. Come già spiegato, la questione dei due Sullivan era già passata attraverso una causa e due ricorsi, fino a essere finalmente risolta dalla Corte Suprema dell’Alaska. Soprattutto, la Costituzione americana attribuisce ai singoli stati la facoltà di organizzare le elezioni, così che il governo federale non ha nessun potere in questo ambito. La Casa Bianca sta però da tempo cercando di rivendicare il controllo su modalità e operazioni di voto, al preciso scopo di interferire a favore del Partito Repubblicano o di manipolarne l’esito.
Un esempio recente di queste manovre è l’ingiunzione emessa contro la California per obbligare le autorità elettorali dello stato a congelare le schede di circa ventimila elettori che, secondo il governo, non avrebbero la cittadinanza americana e che, quindi, voterebbero senza averne diritto. La California ha risposto spiegando che molti degli elettori segnalati sono in realtà cittadini americani e che, comunque, non vi sono i tempi necessari a condurre indagini approfondite. Il dipartimento di Giustizia ha a sua volta minacciato di denunciare penalmente i funzionari responsabili se dovessero esserci casi confermati di voti illegali.
La favola degli immigrati irregolari che si recano ai seggi in massa per favorire il Partito Democratico viene propagandata regolarmente da Trump e i suoi uomini, anche se non vi sono prove, in molti decenni di elezioni, che questi episodi siano stati qualcosa di più di casi rarissimi e isolati, non certo tali da influenzare i risultati. Il fatto che simili accuse non abbiano fondamento e potrebbero essere perciò facilmente respinte dai tribunali non esaurisce la questione né riduce i rischi. L’obiettivo della stessa causa relativa ai due Sullivan in Alaska non è tanto l’intervento della giustizia, nel caso l’esito del voto sia sfavorevole al candidato repubblicano, ma serve piuttosto a creare un clima nel quale i risultati del “midterm” possano essere messi in discussione perché inficiati da irregolarità diffuse, ancorché inesistenti, e già segnalate dal governo.
Cause, denunce, polemiche e altro, per quanto senza fondamento, puntano a convincere i sostenitori del presidente che un’altra elezione è stata “rubata” dai democratici e, quindi, a mobilitare gruppi di estrema destra provocando il caos, tanto da giustificare un intervento del governo, possibilmente con il dispiegamento dei militari, per fermare la certificazione dei candidati vincenti e annullare del tutto le elezioni. Più precisamente, per creare uno scenario simile a quello che si stava materializzando dopo le presidenziali del 2020 e che sarebbe culminato, in quel caso risolvendosi in un fallimento, nell’assalto al Congresso di Washington il 6 gennaio 2021.

