Non si vince al centro
La litania ormai logora del “si vince al centro” aveva (forse) un barlume di fondatezza trenta o vent’anni fa, ma oggi è senza dubbio una solenne sciocchezza. Se le opposizioni fantasticano di riportare alle urne quei cinque milioni di elettori che sono andati a votare al referendum per difendere la Costituzione ma che alle elezioni solitamente si astengono, farneticando di “popolo dei moderati”, il governo di Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.
L’Italia è stata per lo più democristiana per cinquant’anni, è vero. Anche nei successivi vent’anni di berlusconismo, inframmezzati da un paio di governi sedicenti di centro-sinistra (in realtà molto più di centro che di sinistra), probabilmente si può affermare che le elezioni si vincevano ottenendo i voti moderati. Il riferimento è a quel blocco sociale di professionisti, autonomi, quadri e talora impiegati, benestanti ma non ricchi, cattolici spesso per sentito dire, non troppo colti ma capaci di comprendere un testo scritto di media difficoltà, conservatori ma non fanatici.
Oggi queste classi sociali non sono più quelle di vent’anni fa e nemmeno di dieci anni fa. La crisi finanziaria e poi economica degli anni Dieci, la pandemia, le guerre e le scelte scriteriate della maggior parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno drasticamente modificato la stratificazione sociale e culturale dei cosiddetti ceti medi.
Le prossime elezioni politiche non si vinceranno al centro, perché i moderati non esistono più, o quasi. D’altronde, anche le elezioni del 2022 sono state vinte da chi, come Meloni e i suoi, ha fatto propaganda su posizioni estreme, connotate ideologicamente e apparentemente indirizzate a sovvertire l’ordine economico e culturale vigente.
Se i prezzi salgono, il welfare si restringe, i servizi si privatizzano, la scuola non funziona e per di più c’è il rischio di veder partire i propri figli per la guerra… Non c’è bisogno di scomodare Marx per capire che si è inevitabilmente attratti da idee radicali, per certi versi sovversive, capaci di rassicurare, ma anche di infondere speranza. È la struttura economica della società che in grande misura determina la sovrastruttura ideologico-culturale, piaccia o meno.
La destra italiana lo ha capito molto bene, la sinistra meno. E infatti si stupisce che Futuro Nazionale, il neonato partito del generale Vannacci, dichiaratamente ispirato al fascismo, sfiori l’8% nei sondaggi.
Allora, la disputa che sta tenendo in ostaggio il campo largo da mesi, e cioè l’annosa questione se includere o no la componente centrista di Italia Viva di Renzi (e altri cespugli della stessa pasta) appare davvero surreale. Non è certo puntando sul (discutibile) 2% di Renzi che si può pensare di vincere le elezioni del 2027, ma sui milioni di elettori abitualmente inclini ad astenersi ai quali bisogna fornire motivazioni sufficientemente valide per andare a votare. Ad esempio, parlando di sanità, scuola, salari, evasione fiscale, progressività delle imposte… E pace, naturalmente.
A PD, M5S e AVS basterebbe poco per guadagnare molto. Basterebbe delineare un modello di società in cui il welfare sia solido, le tasse progressive e pagate da tutti, la sanità universalistica, la sicurezza garantita dall’integrazione, la scuola fattore determinante di mobilità sociale e in cui non trovi stanza la possibilità di un futuro di guerra.
Aiuterebbe anche assumere l’impegno a ingaggiare con l’UE una lotta senza quartiere affinché si possano sforare i parametri del Patto di stabilità per costruire una società più giusta e non per comprare o fabbricare armi.
Se a destra vincono con il razzismo, il nazionalismo, la xenofobia, il fanatismo cattolico, il revisionismo storico, il culto del capo, l’avversione ai diritti universali e alla Costituzione antifascista, a sinistra si può vincere solo con la giustizia sociale, l’eguaglianza dei diritti, la solidarietà e l’integrazione, la cultura e ovviamente la pace. Oggi, tutte idee estreme, in effetti.
In una società in cui la forbice sociale è diventata enorme e in cui i ceti medi di una volta si sono quasi estinti, è ora che la sinistra faccia la sinistra e non più il centro, come Elly Schlein ha recentemente dichiarato.
Basta cinguettare ad esempio sui salari e sulla flat tax: si sostenga senza equivoci il salario minimo e l’abolizione di quella vergogna anticostituzionale che è la tassa piatta solo per le partite Iva (appena portata a centomila euro annui). Non si otterrà il voto di Confindustria e delle partite Iva certo, ma si otterrà quello dei lavoratori e di quei milioni di persone sulla soglia di povertà che – lavorando o meno – non arrivano a fine mese. Se non per motivi etici, per mero calcolo converrebbe chiedersi quali fasce sociali siano più nutrite.
Peraltro, è forse anche il momento di rivendicare che la sinistra non deve tutelare gli interessi della finanza, delle banche, di Confindustria, delle lobby delle armi e così via. Per questo, è sufficiente la destra di Giorgia Meloni che, a fronte di una propaganda fumosamente populista, nella realtà persegue gli interessi dei cosiddetti poteri forti, non esitando a fare vera e propria macelleria sociale.
Perciò, il suggerimento al Campo Largo è uno solo: schierarsi apertamente e senza infingimenti dalla parte delle fasce sociali più deboli, dei diritti universali, della democrazia e della pace. In una parola, della radicalità della Costituzione.

