L’Iran e il ricatto del nucleare
Per i governi europei, la guerra illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sembra essere un dettaglio irrilevante senza nessuna conseguenza sugli impegni di Teheran relativamente al suo programma nucleare civile. Questa assurda interpretazione degli eventi degli ultimi mesi è alla base dell’ennesimo tentativo di fare pressioni sulla Repubblica Islamica attraverso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Una strategia che implica il possibile deferimento al Consiglio di Sicurezza ONU del paese sotto attacco, come se le mancate verifiche dei siti nucleari da parte della stessa agenzia siano dovute all’ostruzionismo immotivato del suo governo e non appunto alla guerra di aggressione.
Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti intendono sfruttare politicamente l’ultimo rapporto dell’AIEA, nel quale si lamenta l’assenza di informazioni, fornite da Teheran, sullo status del materiale nucleare e delle relative infrastrutture che gli ispettori della stessa agenzia ONU non sono in grado di verificare da oltre un anno. I governi suddetti vorrebbero che l’AIEA mettesse il file nelle mani del Consiglio di Sicurezza, non tanto per ottenere un voto di condanna, di fatto impossibile per il veto che imporrebbero Russia e Cina, ma per trasformare per l’ennesima volta agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la vittima dell’aggressione nel colpevole. In questo caso, di avere occultato attività illegali di arricchimento dell’uranio.
AIEA e governi occidentali agiscono come sempre in maniera coordinata per usare strumentalmente il ruolo dell’agenzia e la disputa artificiosa creata attorno alla questione del nucleare iraniano. Il numero uno dell’AIEA, Rafael Grossi, lunedì ha recitato infatti un copione già pronto, avvertendo dei pericoli derivanti dalla chiusura del governo di Teheran. L’assenza di informazioni e il mancato accesso ai siti nucleari in teoria sottoposti a ispezione solleverebbero “dubbi di proliferazione” che “devono essere fugati con la massima urgenza”. L’Iran, perciò, è chiamato a ristabilire una “collaborazione efficace” con l’AIEA.
A giudicare dalla denuncia del diplomatico argentino, la Repubblica Islamica avrebbe dunque stabilito senza ragioni apparenti di chiudere la porta agli ispettori ONU, ma non serve una particolare perspicacia per comprendere che questa decisione è strettamente legata alla guerra. Per cominciare, come ha spiegato il direttore dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran Mohammad Eslami, il paese rimane in stato di guerra e la sicurezza dei suoi siti nucleari non può essere garantita. L’AIEA è tenuta a stilare un protocollo che spieghi come intende gestire questo aspetto nei siti sottoposti a bombardamenti da parte di USA e Israele. Non solo a partire dal 28 febbraio scorso, ma anche per quel che riguarda i danni causati dalla guerra del giugno 2025. Ciò, tuttavia, non è ancora avvenuto. Eslami fa notare in maniera del tutto legittima che i due aggressori vorrebbero che Teheran autorizzasse le ispezioni per verificare le condizioni delle infrastrutture colpite.
Il governo è anche vincolato da una legge approvata dal parlamento iraniano che regola le modalità con cui devono essere intrattenuti i rapporti con l’AIEA. Secondo quanto previsto da essa, i siti non interessati dai bombardamenti sono già stati oggetto di ispezione e sono perciò escluse altre attività di monitoraggio. Per quelli danneggiati si applicano invece le condizioni ricordate in precedenza da Eslami. La missione iraniana presso l’AIEA a Vienna ha ricordato da parte sua alcuni dettagli della situazione in un post pubblicato su X. Tra l’altro, si ricorda che era stata la stessa agenzia ONU ad avere inizialmente sospeso l’implementazione delle misure di “salvaguardia” previste dal protocollo concordato con Teheran, ritirando di conseguenza i propri ispettori “per ragioni di sicurezza” dopo l’aggressione militare di USA e Israele.
L’Iran sta inoltre sempre aspettando una presa di posizione chiara da parte dell’AIEA sull’aggressione. Prima anche solo di discutere di una possibile ripresa delle ispezioni, Grossi dovrebbe pretendere che Washington e Tel Aviv cessino gli attacchi e le minacce di bombardare i siti nucleari civili. È evidente che un’agenzia ONU che viene meno ai propri doveri non ha il diritto di chiedere a un paese sotto attacco di astenersi dal proteggere i propri interessi nazionali.
La legittimità della posizione iraniana dipende infine dal ruolo attivo che l’AIEA ha svolto a favore dell’aggressione militare di USA e Israele. Ci sono cioè da tempo sospetti ben fondati che l’agenzia ONU abbia consegnato ai due alleati-aggressori informazioni ultrasensibili che sono state poi usate per assassinare scienziati nucleari iraniani e per bombardare siti sottoposti a ispezione. Questo fatto rende drammaticamente ridicole le dichiarazioni di Rafel Grossi di lunedì in sede AIEA, dove ha spiegato che il ritorno degli ispettori in Iran avrebbe “effetti positivi” per il paese mediorientale.
L’intera vicenda non rappresenta in ogni caso solo un nuovo capitolo della lunga disputa internazionale attorno al nucleare della Repubblica Islamica. Ci sono al contrario anche riflessi sulla situazione di stallo venutasi a creare tra Washington e Teheran. Il ripristino puro e semplice dello status quo ante nei rapporti con l’AIEA risulta impossibile e, se mai la questione dovesse essere risolta, lo sarà nel quadro dell’eventuale soluzione che verrà concordata per mettere fine alla guerra in corso. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, lo ha confermato in questi giorni, spiegando che “la questione dell’accesso da parte dell’AIEA ai siti nucleari danneggiati [dai bombardamenti israelo-americani] sarà risolta solo come parte di un accordo [di pace] definitivo con gli Stati Uniti”.
Alla luce di ciò, l’insistenza sugli obblighi relativi al programma nucleare e la minaccia del deferimento al Consiglio di Sicurezza ONU appaiono come una delle modalità con cui l’amministrazione Trump punta ad alzare le pressioni sull’Iran, così da convincere i suoi leader ad accettare le condizioni di resa dettate da Washington. Vista la fermezza con cui minacce e intimidazioni vengono respinte, però, il ricorso ai “servizi” dell’AIEA rischia di produrre l’effetto contrario, ovvero aggiungendo – deliberatamente – un’altra disputa inestricabile a un negoziato già sufficientemente complicato.

