Trump rilancia, l’Iran contrattacca
Puntuale come sempre è arrivata lunedì la risposta militare iraniana al bombardamento americano che nella serata di domenica aveva colpito, secondo la versione ufficiale del Pentagono, dispositivi di lancio sull’isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Quello che è stato il primo attacco USA dallo scorso mese di luglio rischia nuovamente di innescare una pericolosa escalation, anche se è improbabile che la Casa Bianca intenda tornare a una guerra ad alta intensità in tempi brevi. La nuova recente offensiva lanciata per soffocare l’economia della Repubblica Islamica sembra infatti confermare questa interpretazione. Resta da vedere se a Teheran saranno disposti a concedere tempo al nemico o se verranno valutate misure più aggressive, così da mettere pressione all’amministrazione Trump sia sul piano militare sia, soprattutto, su quello economico ed energetico.
Il Comando Centrale USA ha al solito invertito i termini della questione, caratterizzando un’operazione che rientra nel quadro della guerra criminale di aggressione, iniziata a fine febbraio, come un’azione difensiva. Le postazioni iraniane sull’isola di Larak sarebbero state cioè prese di mira poco prima del lancio di missili con mine navali da posizionare nella via d’acqua ultra-contesa nel Golfo Persico. Il governo di Teheran, da parte sua, ha legittimamente denunciato l’ennesima violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iran. Nell’operazione americana sarebbero rimasti uccisi un numero imprecisato di soldati e civili.
Se il raid doveva testare la determinazione iraniana nel continuare a rispondere colpo su colpo all’aggressione, Washington ha avuto immediata soddisfazione. I Guardiani della Rivoluzione hanno subito agito con un’iniziativa di “auto-difesa” fatta di bombardamenti contro le postazioni militari USA in Giordania da dove sarebbe partita l’offensiva di domenica. Poco dopo, fonti militari hanno anche aggiunto che un attacco separato avrebbe avuto come obiettivo la base americana di Al Menhad, negli Emirati Arabi. A cadere sotto il fuoco iraniano, sempre secondo una dichiarazione dei Guardiani della Rivoluzione, è stato ancora una volta anche un drone a lungo raggio “MQ-9”.
Fonti militari USA nel Golfo e i regimi interessati dal contrattacco iraniano hanno sostenuto che praticamente tutti i missili e droni in arrivo sono stati intercettati e abbattuti. Queste rassicurazioni sono da prendere come minimo con le molle. Fin dall’inizio della guerra si susseguono dichiarazioni simili tra gli alleati di Washington, salvo poi l’emergere di prove definitive della distruzione su vasta scala di infrastrutture militari americane provocata dalla Repubblica Islamica.
L’apparente ostentazione di forza americana è con ogni probabilità soltanto tale, visto che, come accennato all’inizio, risulta chiaro da qualche tempo il passaggio dall’azione militare alle pressioni economiche. È di pochi giorni fa infatti l’annuncio di una nuova campagna fatta di sanzioni, secondo Washington senza precedenti, nel tentativo di fare implodere il governo di Teheran o convincerlo ad accettare i termini di resa della Casa Bianca. Più nello specifico, l’obiettivo dell’isola di Larak si collega direttamente alle discussioni che Iran e Oman stanno intrattenendo per creare un meccanismo di gestione dei traffici nello stretto di Hormuz. Un’azione che contraddice perciò la pretesa trumpiana, ripetuta per tutto il mese di agosto, del controllo imposto dagli Stati Uniti su questa via d’acqua.
Che la strategia americana sia di evitare un’escalation militare lo ha confermato un recente rapporto del Washington Post, che ha rivelato come vari ufficiali di comando in Europa, Asia e America Latina abbiano invitato il segretario alla Difesa Hegseth ad astenersi da operazioni su vasta scala contro l’Iran. Una richiesta dettata dal preoccupante assottigliamento di uomini e mezzi nelle rispettive aree di competenza per via delle necessità crescenti nel teatro di guerra mediorientale. Notizie come quest’ultima testimoniano degli effetti rovinosi che la guerra sta producendo su chi l’ha provocata.
Un altro aspetto critico per la Casa Bianca è il progressivo smantellamento delle infrastrutture militari che formano la rete USA alla base della proiezione del potere americano in Medio Oriente. Una dinamica da ricondurre agli attacchi ordinati da Trump, i quali finiscono in ultima analisi non per ottenere lo scopo prefissato, ovvero rivendicare il controllo dell’escalation da parte americana, bensì per eroderne la posizione nella regione. In altri termini, i contrattacchi iraniani, seppure restino al di sotto della soglia che farebbe scattare una guerra totale, smontano pezzo per pezzo la presenza militare di Washington, costringendo i vertici del Pentagono a spostare i propri “asset” sempre più lontano dall’area delle operazioni. Le implicazioni di ciò sono evidenti, come ad esempio l’aumento delle difficoltà logistiche nelle azioni svolte in un teatro su cui, come sostiene Trump, gli Stati Uniti avrebbero il controllo e il ripensamento strategico da parte degli alleati circa l’effettiva utilità dell’ombrello protettivo americano.
Anche se il quadro generale resta fortemente incerto, senza soluzioni che appaiano al momento percorribili, molti analisti ritengono che il conflitto potrebbe trascinarsi almeno per svariate altre settimane senza oltrepassare il livello di guardia. Ciò riguarda in primo luogo proprio gli Stati Uniti. Anche la stessa presunta offensiva economica sbandierata nei giorni scorsi dal segretario al tesoro Bessent e dal presidente appare più come propaganda che sostanza. Oltretutto, non è chiaro come nuove sanzioni possano riuscire laddove hanno fallito per almeno due decenni.
È possibile di conseguenza che Trump punti ad alzare progressivamente le pressioni su Teheran ma facendo attenzione a non innescare reazioni che portino al precipitare della crisi economica globale. La linea sottile che la Casa Bianca si vede costretta a seguire rischia tuttavia di saltare a causa delle frustrazioni del presidente per lo stallo della situazione e per la fiera resistenza iraniana. Di tanto in tanto si presenta così la necessità di alzare il livello dell’aggressione, come accaduto domenica, col pericolo di spingere la Repubblica Islamica ad adottare misure militari più distruttive o a forzare un aggravamento della crisi energetica internazionale.
Il calcolo di Trump è legato in primo luogo all’appuntamento delle elezioni di metà mandato a inizio novembre. Attraverso manipolazioni dei mercati e altri espedienti, i contraccolpi della guerra di aggressione continuano a rimanere per molti versi gestibili e l’obiettivo è perciò di non forzare la mano fino a dopo un voto che si annuncia già complicato per il Partito Repubblicano. Alla chiusura delle urne, quali che siano i risultati, è altamente probabile che gli Stati Uniti finiranno per tentare un’altra offensiva militare di elevata intensità.
Sul fronte opposto, l’Iran intende far salire il più rapidamente possibile il costo dell’aggressione per gli USA, ma allo stesso tempo calibra le proprie risposte sulle azioni americane, alla luce dell’imperativo di non alienare ulteriormente i vicini arabi e di evitare la destabilizzazione totale delle rotte energetiche, che andrebbe contro gli interessi del suo principale partner strategico, ovvero la Cina. Resta il fatto, in ogni caso, che la leadership politica e militare della Repubblica Islamica mantiene una certa fiducia, dettata dalla formidabile resistenza mostrata in sei mesi di conflitto e dal fallimento totale da parte americana nel raggiungere gli obiettivi prefissati.
Che Trump opti per la guerra o le sanzioni, in definitiva, le probabilità di piegare l’Iran restano minime. La palla resta quindi sempre nel campo americano per decidere come uscire da una guerra criminale che si sta rivelando infinitamente più complicata e pericolosa di quanto immaginato a Washington e Tel Aviv.

