AfD, il prezzo della crisi tedesca
La vittoria schiacciante dell’estrema destra dell’Alternativa per la Germania (AfD) nelle elezioni amministrative di domenica nella regione Sassonia-Anhalt non è il risultato di un’ondata di simpatie neonaziste tra la popolazione tedesca, nemmeno di quella dell’ex DDR. Né il partito che ha sfiorato la maggioranza assoluta nel parlamento statale del “Land” orientale è ad oggi un movimento di massa. Il successo storico del fine settimana è piuttosto la conseguenza del vuoto politico a sinistra – in Germania come altrove – e della devastazione economica e sociale causata da oltre tre decenni di controrivoluzione neoliberista, aggravata a partire almeno dal 2022 dalle scelte suicide operate dai governi guidati principalmente da CDU e SPD all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina.
L’esito del voto è stato nientemeno che catastrofico per il cancelliere federale Merz e il suo esecutivo. La CDU ha visto in pratica dimezzare la quota di consensi conquistata nel 2021, passando dal 37,1% a poco più del 17%. Il suo partner di coalizione a livello federale, la SPD, ha guadagnato invece circa mezzo punto percentuale, ma resta miseramente al di sotto del 10% in Sassonia. Quello che è indiscutibile è il messaggio recapitato contro il sistema politico consolidato, rafforzato da un’affluenza (78%) mai così alta dall’unificazione tedesca. L’AfD ha addirittura superato le previsioni dei sondaggi della vigilia, sfiorando il 44%. Nelle ultime elezioni regionali di cinque anni fa aveva ottenuto il 23,7%.
Questo risultato porta in dote 39 seggi nel parlamento statale sassone, tre in meno di quanti sarebbero necessari a governare autonomamente e per la prima volta in assoluto uno degli stati federati della Germania. Questo limite è però solo di natura tecnica. Non vi sono di fatto le condizioni per una coalizione delle altre forze politiche che possa escludere l’AfD. Nemmeno un accordo tra CDU, SPD, Verdi e Die Linke basterebbe a mettere assieme i numeri necessari. Oltretutto, la CDU è vincolata da una risoluzione interna che le vieta di collaborare in maniera diretta con il partito della “Sinistra”. L’ago della bilancia è teoricamente l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) della sinistra anti-sistema, che ha superato la soglia di sbarramento, assicurandosi 5 seggi (5,3%).
L’ex parlamentare di Die Linke, che dà il nome al partito, ha già respinto qualsiasi ipotesi di sostegno a un capo del governo statale espressione della CDU. In campagna elettorale aveva invece lasciato aperta la possibilità di trovare qualche intesa con l’AfD, principalmente sulle questioni economiche ed energetiche. Sia il partito di estrema destra sia la BSW auspicano un ritorno a relazioni normali con la Russia, allo scopo principalmente di ristabilire i flussi di gas naturale a basso costo verso la Germania, interrotti dopo l’invasione dell’Ucraina e la distruzione del Nord Stream. Questa collaborazione resta tuttavia anch’essa di non facile implementazione.
È possibile di conseguenza che al voto segua uno stallo politico prolungato. I vertici dell’AfD appaiono pronti per questa eventualità e hanno già avvertito di essere disposti a valutare un’altra elezione nei prossimi mesi se non dovesse essere trovata una soluzione per il governo del “Land” orientale. Ci sono pochi dubbi che una simile opzione potrebbe favorire ulteriormente l’AfD e screditare ancora di più i partiti tradizionali. Svariati osservatori ritengono in ogni caso realistica l’ipotesi di qualche defezione da parte della delegazione della CDU, all’interno della quale ci sono non poche affinità con la destra estrema.
L’AfD ha trovato da tempo terreno fertile nella ex Germania orientale e ciò per ragioni ben precise. Lo smantellamento della DDR e l’integrazione nei circuiti capitalistici hanno favorito un processo di deindustrializzazione e di regressione sociale a dir poco traumatico che ha lasciato la parte orientale del paese in una situazione di evidente inferiorità economica. Le “riforme” del welfare introdotte oltre due decenni fa e la nuova offensiva attualmente in atto, in primo luogo per drenare le risorse verso un massiccio piano di riarmo, hanno poi aggravato la situazione. Oggi, la Sassonia-Anhalt fa segnare un tasso di disoccupazione nettamente più alto della media nazionale tedesca. Si stima che solo dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, questo stato orientale che conta 2,1 milioni di abitanti abbia perso più di 11 mila posti di lavoro.
Non sorprende quindi che i temi economici siano stati in cima alla lista delle preoccupazioni degli elettori. E non sorprende nemmeno che a beneficiarne sia stato il partito che ha maggiormente attaccato il sistema di potere consolidato e, nel contempo, ha prospettato l’illusione di un rilancio dell’economia e del ripristino di livelli adeguati di spesa sociale. Il tutto accompagnato dalla promessa di mettere fine agli stanziamenti multimiliardari e al trasferimento di armi al regime di Zelensky che alimentano la guerra russo-ucraina, in aggiunta alla già ricordata ripresa delle forniture di gas russo.
Tutti i partiti in Germania appoggiano i piani economici e gli orientamenti di politica estera del governo Merz, inclusa in buona parte Die Linke, che, infatti, a livello locale sostiene o ha sostenuto amministrazioni a guida CDU e/o SPD. L’AfD ha quindi abilmente sfruttato questa situazione, ma con l’obiettivo di promuovere politiche ultrareazionarie. L’opposizione alla guerra è ad esempio puramente strumentale, visto che il suo programma prevede anch’esso un impulso alla militarizzazione, oltre che alla trasformazione della Germania in uno stato di polizia. Stesso discorso vale per l’economia e la spesa sociale. Le promesse di aumentare le pensioni e il welfare in generale si scontrano con l’impegno a far quadrare i conti e a ridurre il carico fiscale. Una contraddizione che alcuni studi ufficiali hanno rilevato, avvertendo che un eventuale governo dell’AfD che implementi le misure promesse causerebbe in Sassonia-Anhalt un buco di bilancio pari a 2,2 miliardi di euro all’anno.
Nonostante la piattaforma populista in ambito economico, l’AfD è d’altra parte un partito che ha come riferimento l’alta borghesia tedesca e il suo reale programma è oggettivamente controrivoluzionario. In altre parole, mira a contenere le tensioni sociali esplosive per incanalarle in direzione nazionalista e xenofoba, lasciando intatti i rapporti sociali odierni. Lo dimostra tra l’altro il fatto che l’AfD fa registrare un numero di donazioni erogate da ricchi finanziatori (sopra i 35 mila euro) inferiore solo a quelle della CDU. Svariati gruppi industriali e imprenditori miliardari figurano tra i sostenitori del partito, squalificando perciò a priori la tesi che esso sia in qualche modo a fianco di lavoratori e classe media.
L’ascesa politica dell’AfD è d’altronde il risultato di dinamiche oggettive che hanno a che fare con il drastico spostamento a destra degli equilibri politici negli ultimi decenni. Mentre politici e commentatori “mainstream” lamentano il ritorno del neonazismo in Germania o, talvolta, denunciano le scelte degli elettori in cabina elettorale, si evita scrupolosamente di parlare di come le politiche guerrafondaie e di classe in ambito economico e sociale siano inconciliabili con le forme di governo democratico e, esattamente come nel periodo tra le due guerre mondiali, rendano di fatto indispensabile per le classi dirigenti la riabilitazione del fascismo.
Il presunto argine costruito dai partiti tradizionali, al fine di escludere perennemente l’estrema destra dal potere, è utile per la propaganda ma nasconde una realtà che racconta di una classe politica molto più disposta a venire a compromessi con formazioni come l’AfD, tanto da avere fatto proprie molte politiche di quest’ultima, a cominciare da quelle anti-migratorie. L’offensiva promessa contro l’immigrazione clandestina, sull’esempio delle iniziative trumpiane in America, è un elemento centrale del programma dell’AfD, proprio perché serve a dirottare le frustrazioni dei tedeschi per la crisi economica dai veri responsabili a un capro espiatorio che rappresenta la parte più vulnerabile della società.
Questa finta resistenza opposta dai partiti tradizionali all’avanzata dell’AfD è evidente dalle manovre in corso per limitare le prerogative di un eventuale prossimo governo in Sassonia guidato dal partito di estrema destra. Indiscrezioni giornalistiche parlano di un “piano segreto” del governo federale, ma non per impedire che le misure più anti-democratiche del programma dell’AfD si concretizzino, bensì per evitare che l’offensiva anti-russa e il sostegno all’Ucraina vengano meno. L’intenzione è di fare in modo che un futuro governo dell’AfD nel “Land” orientale non possa ostacolare il movimento di truppe NATO verso la Russia in caso di mobilitazione. In altre parole, che non abbia nessuna possibilità di impedire la guerra rovinosa che Berlino sta preparando contro Mosca.
Ad ogni modo, la nettissima vittoria dell’AfD e del suo candidato alla guida della Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund, potrebbe mettere a breve la parola fine sul disastroso cancellierato di Friedrich Merz, virtualmente il capo di governo più impopolare della storia tedesca. I giornali prospettano già un possibile cambio al vertice del governo e della CDU, così da correre ai ripari in vista delle elezioni federali del 2029. Der Spiegel ha suonato l’allarme a questo proposito subito dopo il voto di domenica, pubblicando un editoriale dal titolo difficilmente equivocabile: “Merz è il leader sbagliato per la Germania”. Anche un eventuale cambio di leadership farebbe comunque poco per invertire la rotta, essendo l’interno sistema allineato alle priorità del capitalismo tedesco: guerra e rigore fiscale.
Da ciò deriva la crisi politica irreversibile che sta vivendo la Germania. Una crisi che potrebbe addirittura accelerare con gli imminenti appuntamenti elettorali a livello locale. Tra nemmeno due settimane si voterà in un altro “Land” orientale, Meclemburgo-Pomerania, e nella capitale. Nel primo, l’AfD è data prevedibilmente in vantaggio, mentre a Berlino fa segnare livelli di gradimento inferiori. Anche qui, però, potrebbe diventare un fattore politico determinante, essendo accreditata di un solido 18%, ovvero appena sotto la CDU e di fatto appaiata ai Verdi e a Die Linke.

