La strage dello spossessamento
Una nuova campagna di scavi ha restituito resti umani che coincidono con elementi del racconto storico sulla strage indigena di San Antonio de Obligado, in Argentina. A Cruz Alta, San Antonio de Obligado, nuovi scavi hanno permesso di recuperare resti ossei che, in prima istanza, apparterrebbero a due persone. Quasi 140 anni dopo la strage del 1887, il ritrovamento aggiunge una prova materiale a una memoria che le comunità qom e moqoit hanno mantenuto viva per generazioni.
I lavori sono stati disposti dalla Giustizia Federale di Reconquista e realizzati dall’Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF) e dal Colectivo Universitario de Investigación en Antropología Social (GUIAS). Gli scheletri sono stati rinvenuti in una posizione compatibile con quella di persone legate: entrambi avevano le mani dietro la schiena e uno presentava anche indizi compatibili con i piedi legati.
Il dato coincide con il verbale lasciato nel 1887 dal francescano Ermete Constanzi, che denunciò che l’11 marzo di quell’anno membri dell’Esercito fucilarono 16 indigeni – 14 uomini, una donna e un bambino – seppellendone i corpi nei pressi della riduzione.
Fondata nel 1884, San Antonio de Obligado era una riduzione indigena destinata a concentrare, evangelizzare e disciplinare le comunità qom e moqoit durante l’avanzata dello Stato nella regione del Chaco. La ricerca storica colloca l’origine del conflitto nel rapimento di una bambina indigena destinata al servizio domestico di Rudecindo Roca, allora governatore del Territorio Nazionale di Misiones e fratello di Julio Argentino Roca.
La causa procede come Processo per la Verità storica per crimini contro l’umanità. Ne parla Melisa Sánchez, archeologa formatasi presso l’Universidad Nacional de La Plata e componente del GUIAS. L’archeologa Melisa Sánchez spiega che cosa può rivelare l’antropologia forense, quali sono ancora i suoi limiti e perché questa ricerca riguarda anche terra, memoria e riparazione.
Il registro parrocchiale di Ermete Constanzi è una delle piste centrali della causa. Che cosa apporta quando viene incrociato con lo scavo archeologico e forense?
Per l’archeologia, disporre di documentazione dell’epoca è molto prezioso. In questo caso, lo scavo dialoga con archivi dei conventi, documenti dell’Esercito Argentino e soprattutto con una memoria orale che le comunità Qom hanno mantenuto viva per generazioni. Sono state loro a portare la denuncia davanti alla Giustizia Federale di Santa Fe, con l’assistenza legale dell’avvocata Cintia Chávez.
L’incrocio tra testimonianze, archivi e resti ossei fornisce un riscontro concreto al racconto orale. L’archeologia non sostituisce la memoria delle comunità, ma apporta prove che confermano ciò che denunciavano da tempo. Il caso costituisce inoltre un precedente perché si configura come il primo Processo per la Verità storica nel contesto dei popoli originari.
Che cosa possiamo sapere oggi delle persone i cui resti sono stati ritrovati?
Sappiamo che si trattava di sepolture individuali, non di una fossa comune. I corpi erano articolati e conservavano una disposizione anatomica coerente. Avevano le mani dietro la schiena e uno presentava anche indizi di avere i piedi legati. In laboratorio potremo stimare età e altezza e forse determinare la causa della morte, ma non siamo ancora in grado di stabilire se si trattasse di uomini o donne.
Finora non sono stati rinvenuti proiettili, bossoli o altri elementi metallici associati ai resti che permettano di confermare, sulla base delle prove forensi, che siano stati fucilati con armi da fuoco.
Per l’identificazione, il tempo trascorso impone limiti concreti. L’indice di abuelidad, sviluppato grazie al lavoro delle Abuelas de Plaza de Mayo, permette di stabilire legami fino a due generazioni. Qui sono trascorsi 139 anni e il DNA non consente di collegare persone attualmente in vita con questi resti. I documenti storici mostrano però cognomi che si sono mantenuti fino a oggi e le comunità locali si riconoscono discendenti di coloro che furono assassinati.
La ricerca storica menziona una richiesta attribuita a Rudecindo Roca per trasferire una bambina indigena e destinarla a mansioni di “servizio personale”. Quale peso ha questa documentazione?
Il suo valore è enorme. I documenti sulle pratiche dell’Esercito Argentino apportano elementi probatori e integrano i registri parrocchiali di Ermete. Orientano lo scavo archeologico e la prova materiale permette, a sua volta, di sostenere il racconto di quanto avvenuto.
Da una prospettiva critica e anticoloniale, mostrano i maltrattamenti inflitti alle popolazioni originarie, non solo nello spossessamento dei territori ma anche nell’appropriazione dei corpi delle donne e delle bambine a fini di sfruttamento. È indispensabile una prospettiva di genere e intersezionale: la strage di San Antonio ha origine, fondamentalmente, nel rapimento di quella bambina destinata alla servitù. Questo mostra come i corpi delle donne, delle bambine e delle popolazioni razzializzate siano stati strumentalizzati attraverso logiche di abuso di potere, maschiliste e razziste, con profonde radici coloniali.
Perché una ricerca sui resti umani parla anche di terra, memoria e riparazione?
“Le comunità Qom del nord di Santa Fe, in particolare quelle di Las Toscas e San Antonio, stanno compiendo un percorso che rafforza i loro diritti, la loro esistenza e la memoria. Rosa, della comunità Dalagay di San Antonio, e Ofelia, della comunità Anañaxag di Las Toscas, insieme ad altri membri delle comunità, sono state presenti durante gli scavi e hanno rappresentato per noi un grande sostegno.
Riteniamo fondamentale che la produzione di conoscenza antropologica metta in discussione i luoghi comuni nel sistema educativo. Dal 2023 è disponibile un libro che recupera le voci dirette delle protagoniste della strage. Portarlo nelle scuole è fondamentale per mettere a confronto la narrazione ufficiale: lo Stato argentino avanzò verso nord con la cosiddetta “Campaña al Desierto Verde”, su territori che non erano né deserti né disabitati.
Sento che questo esercizio di riparazione storica sia urgente e necessario, perché le attuali comunità Qom continuano a essere emarginate e attraversano situazioni di povertà strutturale e profonde carenze economiche, sanitarie ed educative.
Come lesbica, marrona e prima generazione universitaria della mia famiglia, il mio impegno nella ricerca e nei diritti umani è profondamente situato. Non concepisco l’antropologia in maniera astratta. Quando analizziamo la Strage di San Antonio da una prospettiva di genere e vediamo che, alla fine del XIX secolo, il detonatore fu il rapimento di una bambina originaria destinata alla servitù forzata, comprendo che non sto studiando il passato, bensì una matrice coloniale e razzista che continua a operare sui nostri corpi femminilizzati e razzializzati nel presente.
Abbiamo una responsabilità etica nei confronti dei diritti umani e dei territori locali: mettere la scienza al servizio della giustizia per decostruire quelle logiche coloniali che continuano a riprodursi e garantire che l’università pubblica restituisca alla comunità strumenti concreti di emancipazione”.

