Libia, la pace sotto tutela
Dopo quindici anni di guerra civile, governi paralleli e mediazioni internazionali fallite, la Libia torna al centro di un nuovo tentativo di ricomposizione politica. Domenica scorsa, a Tripoli, i rappresentanti delle due principali fazioni che si contendono il potere hanno firmato un accordo che dovrebbe aprire la strada a elezioni presidenziali e legislative entro due anni, sotto un’unica autorità esecutiva. L’intesa, sostenuta dalle Nazioni Unite, arriva però mentre l’amministrazione Trump sta spingendo un proprio progetto di “conciliazione nazionale”, costruito attorno a un accordo tra gli uomini forti dell’est e dell’ovest del paese. Due percorsi che, almeno sulla carta, sembrano muoversi nella stessa direzione, ma che nella sostanza rispondono a logiche molto diverse.
La firma è avvenuta nella sede della Missione ONU di supporto in Libia (UNSMIL), dopo che il cosiddetto comitato “4+4” aveva approvato una prima bozza dell’accordo a Tunisi il 20 agosto. Il documento stabilisce che entro ventiquattro mesi dovranno essere organizzate elezioni legislative e presidenziali e che, nel frattempo, verrà costituita un’autorità esecutiva unificata incaricata di accompagnare la transizione. Il comitato è composto da quattro esponenti della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, espressione della Libia orientale, e quattro membri dell’Alto Consiglio di Stato, organismo collegato al Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli. Un equilibrio studiato per coinvolgere direttamente i due poli che dal 2014 governano porzioni diverse del paese.
L’accordo prevede inoltre che, se Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato non dovessero ratificarlo entro un mese, il testo diventerà comunque un documento costituzionale sostenuto dalle parti firmatarie e riceverà l’appoggio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una clausola che testimonia quanto sia fragile il consenso interno e quanto le Nazioni Unite temano un nuovo blocco istituzionale. Resta infatti forte lo scetticismo sulla possibilità che questa intesa venga davvero applicata. Il nodo non è soltanto arrivare alle urne, ma decidere chi controllerà il paese durante il periodo di transizione, comprese le immense risorse petrolifere e gli apparati di sicurezza. È proprio su questo terreno che tutti i precedenti tentativi di mediazione sono falliti.
Per comprendere l’attuale situazione bisogna tornare al 2011, quando la NATO intervenne militarmente contro il governo di Muammar Gheddafi trasformando una protesta armata in un’operazione di cambio di regime. Quella presentata come una “rivoluzione democratica” produsse invece il crollo dello stato libico, la dissoluzione delle istituzioni e la proliferazione di milizie armate sostenute da potenze straniere con interessi spesso contrapposti.
Dopo la caduta e l’assassinio di Gheddafi sembrò aprirsi una breve stagione politica. Nel 2012 il Consiglio Nazionale di Transizione consegnò il potere al Congresso Generale Nazionale eletto, l’unico vero passaggio istituzionale pacifico della Libia post-2011. Quella fase durò tuttavia pochissimo. Le divisioni tra le fazioni nate durante la guerra si trasformarono rapidamente in conflitto aperto. Nel 2014 il generale Khalifa Haftar consolidò così il controllo della Cirenaica e di Bengasi, mentre a Tripoli si affermava un’autorità rivale riconosciuta dalla comunità internazionale. Da quel momento la Libia è rimasta spaccata tra due governi, due parlamenti, due sistemi amministrativi e una miriade di gruppi armati.
L’offensiva lanciata da Haftar contro Tripoli nel 2019, durata quattordici mesi, rappresentò il punto più alto dello scontro militare. Il cessate il fuoco del 2020 congelò il fronte intorno a Sirte senza risolvere alcuna delle cause politiche del conflitto. Gli accordi sponsorizzati dall’ONU, da Skhirat nel 2015 fino al processo di Ginevra del 2021, hanno creato nuove strutture istituzionali ma hanno lasciato intatto il sistema di potere costruito durante gli anni della guerra.
La responsabilità di questo caos ricade innanzitutto sugli stessi paesi occidentali che hanno promosso e sostenuto l’intervento del 2011. Distrutto deliberatamente lo stato libico, Washington, Londra, Parigi e gli alleati della NATO non hanno costruito alcun vero percorso di ricostruzione nazionale, limitandosi a gestire gli equilibri tra gruppi rivali e interessi regionali. Il risultato è stato un paese permanentemente frammentato, nel quale ogni iniziativa diplomatica ha finito per consolidare nuove divisioni invece di eliminarle.
Il nuovo accordo del comitato “4+4” nasce proprio dal tentativo dell’ONU di superare gli ostacoli che fecero saltare le elezioni del 2021. Tra le novità figurano regole che consentono ai cittadini con doppia nazionalità di candidarsi alla presidenza, purché rinuncino alla cittadinanza straniera prima dell’insediamento, e permettono ai militari di concorrere alle elezioni dopo aver lasciato il loro incarico. Disposizioni che sembrano costruite anche per rendere possibile una candidatura di Khalifa Haftar o del figlio Saddam, figura sempre più centrale nello schieramento orientale.
Resta però da capire come questo percorso delle Nazioni Unite possa conciliarsi con quello promosso dagli Stati Uniti. Per mesi l’amministrazione Trump, attraverso il consigliere Massad Boulos e il segretario di Stato Marco Rubio, ha lavorato a una soluzione parallela che punta a riunificare il paese attraverso un accordo diretto tra Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli e riconosciuto dall’ONU, e Saddam Haftar.
ll progetto americano segue una logica eminentemente pragmatica e fondata sullo scambio di interessi. In cambio di investimenti statunitensi nel settore energetico e della riunificazione di alcune istituzioni economiche e militari, Washington propone una spartizione del potere che lascerebbe Dbeibah alla guida del governo e affiderebbe a Saddam Haftar la presidenza di un nuovo Consiglio Presidenziale rafforzato.
Più che accompagnare una transizione democratica, questo schema sembra voler stabilizzare un equilibrio favorevole agli interessi strategici degli Stati Uniti. La Libia possiede le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, controlla una parte decisiva delle rotte energetiche del Mediterraneo ed è un crocevia fondamentale tra Europa, Sahel e Medio Oriente. Per la Casa Bianca assicurarsi un’influenza diretta sulle istituzioni libiche significa rafforzare la propria presenza in un teatro dove operano anche Russia, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
Le criticità di questo piano sono evidenti. Innanzitutto manca un fondamento giuridico riconosciuto dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si basa esclusivamente sul sostegno politico dell’attuale amministrazione americana. Inoltre non prevede alcun meccanismo capace di obbligare i futuri dirigenti a lasciare il potere una volta concluso il periodo di transizione. Come ha osservato l’analista libico Mustafa Fetouri sul sito del network russo RT, “l’iniziativa affronta la Libia come un’azienda da ristrutturare, non come uno stato sovrano”.
Anche sul terreno politico il progetto americano incontra resistenze. Diverse milizie e autorità della Libia occidentale hanno già respinto qualsiasi accordo che legittimi la famiglia Haftar, mentre gli attori regionali continuano a difendere le proprie sfere d’influenza senza impegnarsi apertamente nel piano di Washington.
L’intesa firmata domenica rappresenta dunque un passaggio importante, ma non ancora decisivo. La Libia ha già conosciuto numerosi accordi salutati come “storici” e rimasti lettera morta. Se il processo promosso dall’ONU riuscirà davvero a prevalere sulle manovre parallele delle potenze straniere sarà uno dei principali fattori che determineranno il futuro del paese. Per i libici, dopo quindici anni di guerra e di ingerenze esterne, la vera sfida resta sempre la stessa: ricostruire uno stato sovrano, sottraendo il destino del paese agli interessi di chi ha contribuito a distruggerlo.

