Cuba, storia di amore e resistenza
La storia della resistenza di Cuba agli Stati Uniti ha inizio con la guerriglia dei barbudos contro il dittatore Batista, passando poi attraversando l’invasione di Playa Giron e un blocco totale che ha reso insufficiente, quasi inappropriato per una descrizione seria, il termine embargo economico.
La storia di Cuba non può essere letta senza quella dell’aggressività statunitense, che si era spartita con la mafia italiana, in particolare con la famiglia Genovese alla quale apparteneva Luky Luciano, il business sull’isola. Business che riguardava la prostituzione e il gioco d’azzardo, stimolati a Cuba perché proibiti negli USA. In un imbarazzante siparietto fatto di utili rimbalzi, si intensificava la repressione proibizionista negli USA per aumentare l’attrattiva di Cuba, dove tutto ciò che a Miami era illegale, a novanta miglia diveniva lecita.
Ma la storia dell’isola non può nemmeno essere letta senza quella umana e politica di Fidel Castro, l’uomo che ha intrecciato la lotta per la libertà di Cuba al suo progresso. Non solo la vittoria sulla dittatura e sull’invasione statunitense: Fidel ha trasmesso ai cubani l’idea su cui poggia la loro resistenza: che un piccolo Paese può decidere il proprio destino, anche contro una potenza enormemente più forte come gli Stati Uniti. Anche per questo la sua figura rimane così legata, nella memoria di tutti i cubani, alla sovranità e alla resistenza all’ingerenza straniera
E c’è un secondo lascito di Fidel, altrettanto importante: la rivoluzione deve tradursi in diritti sociali concreti. Fidel mise enormi risorse nell’istruzione, nell’alfabetizzazione e nella sanità pubblica; trasformò le difficoltà nel reperimento delle materie prime in ingegneria della fantasia e della conoscenza, ottenendo risultati di grande valore scientifico, tra cui vaccini e terapie neurologiche e ortopediche. Ancora oggi, Cuba esibisce dati straordinari su alfabetizzazione, percentuali di mortalità infantile e aspettativa di vita. Sono ai primi livelli al mondo, superiori a quelli statunitensi. . In questo senso quella di Cuba è una storia d’amore per la sua libertà e per il suo avvenire, una storia che resiste e che resistendo insegna.
Il blocco, un crimine di guerra
Quella del blocco, invece, è la storia di un crimine di guerra lungo quasi 65 anni e che è costato a Cuba più di 150 miliardi di dollari in danni. Tale cifra supera i mille miliardi se si calcola la svalutazione del dollaro rispetto all’oro nel corso dei decenni, con un impatto medio di circa 5 miliardi di dollari all’anno nei periodi più recenti. In compenso ha arricchito oltremisura la comunità cubanoamericana della Florida guidata dalla FNCA, che è il centro organizzativo del terrorismo contro Cuba.
Le principali voci di cui si compone riguardano l’energia e i carburanti, di difficoltà estreme nell’importazione di petrolio e derivati, a causa di frequenti blackout alla rete elettrica. La sanità, dove alla sua storica eccellenza si frappongono ostacoli nell’acquisto di medicinali salvavita, apparecchiature elettromedicali e persino materiali di base come siringhe e cateteri di derivazione petrolifera. Il commercio e la finanza, con il divieto per le aziende statunitensi (e penalizzazioni per le sussidiarie o terze parti) di commerciare liberamente con l’isola, con un conseguente aumento dei costi logistici, assicurativi e di transazioni bancarie internazionali.
Questi sono i tre pilastri fondamentali, ma in ogni settore dell’economia ed in ogni comparto produttivo il blocco colpisce e genera o scarsità o totale impedimento a dotarsi di mezzi e apparecchiature necessarie, spesso vitali, dove il crimine a danno dei cubani si compie nell’indifferenza generale.
Nessun paese al mondo riuscirebbe a resistere come ha resistito e resiste Cuba dal 1962. Nessuno resisterebbe nemmeno un anno ad un blocco delle importazioni ed esportazioni, se non fosse dotato di totale autosufficienza in campo energetico, alimentare, logistico, manufatturiero e sanitario. E, anche così, l’impossibilità di commerciare, vendere e acquistare ciò di cui si nutre la società determinerebbe problemi seri a medio-lungo termine. A maggior ragione se quell’embargo fosse talmente ampio e asfissiante, prolungato nel tempo ed esteso internazionalmente, dal dover essere per forza chiamato non più embargo ma blocco totale.
Eppure Cuba resiste. Con ogni mezzo, con l’inventiva e con lo spirito di sacrificio, certo. Ma, insieme a ciò, due sono le gambe su cui la resistenza cubana poggia: una è quella del principio di giustizia. È cosciente di non avere altra colpa che non sia la sua libertà e di essere l’agnello sacrificale delle frustrazioni nordamericane, che hanno assistito alla nascita del primo territorio libero delle Americhe a 90 miglia dalle loro coste. I cubani sanno che non si tratta di trovare un punto d’incontro col potente e affamato vicino, che non corre nessuna differenza tra chi governa gli USA, perché la volontà di dominio, come la vendetta verso la storia, sono patrimonio unico per democratici e repubblicani. La posta in gioco è strangolare l’isola per poi annettersela, il ripristino del comando dei mafiosi della Florida su di essa, per la quale si ricetta il ritorno al ruolo di prostituta e croupier per i vizi degli yanquis annoiati.
L’altra gamba della resistenza è rappresentata dagli insegnamenti di Fidel, il Lider Máximo che all’indipendenza di Cuba ha dedicato tutta la sua vita, rendendo l’isola il luogo più egualitario del pianeta, per quanto assediata priva di mendicanti ed emarginati e pieno di solidarietà. Capace di portare Cuba sul podio dei migliori in qualunque attività si cimentasse, indipendentemente dalle difficoltà che incontra per il mancato accesso a prodotti di cui tutto il mondo gode. I cubani sanno che l’intera comunità internazionale condanna il blocco USA e questo gli ricorda che sono nel giusto sia se visti da sinistra che da destra. Sono nel giusto perché la ragione è dalla parte di Cuba, il Diritto Internazionale è dalla parte di Cuba.
Proprio questo orgoglio cubano, che fa di un’isola di 11 milioni di persone un esempio per il mondo, risulta determinante per la capacità di resistenza. Non venir meno agli insegnamenti del padre di tutti i cubani, non cedere e non umiliarsi di fronte a niente e a nessuno.
Un cammino difficile ma possibile
Adesso si tratta di costruire il passaggio tra sopravvivenza e prove di rinascita. Come affermava Fidel, “rivoluzione è cambiare tutto quello che va cambiato”. In questo senso, la sua lezione continua ad essere parte sostanziale della cultura politica dell’isola. Nei 176 provvedimenti approvati, che puntano a cambiare l’economia, vi sono molti elementi che, se correttamente applicati, possono rappresentare l’inizio di un percorso alternativo alla stagnazione da blocco.
Le misure decise sono non solo giuste ma inevitabili, perché indispensabili. Aprire il Paese all’economia interna e ai capitali internazionali non significa porre il Paese in subordinazione politica. L’esperienza del Nicaragua Sandinista è l’esempio di come la sovranità politica nella gestione dell’economia non impedisca investimenti stranieri pubblici e privati. Quando il timone è saldamente nelle mani della classe dirigente che ne garantisce l’indirizzo verso la pubblica utilità, il profitto privato trova una sua ragione economica, sebbene in un ruolo di subordinazione verso il modello politico.
La strada non è semplice. Il peso extraterritoriale della legislazione statunitense rende estremamente rischioso per un’impresa internazionale commerciare con Cuba e, per questo, gli incentivi dovranno essere tali da far ben posizionare la dicotomia tra costi e benefici per gli investimenti stranieri. Che vanno salvaguardati attraverso una formulazione giuridico-amministrativa chiara e canali di comunicazioni a burocrazia ridotta, fatte salve le necessarie attenzioni verso le operazioni che potrebbero rivelarsi rischiose dal punto di vista della sicurezza di Cuba e della sua pace interna. Distinguere tra operazioni commerciali e operazioni spionistico-mafiose è vitale, ma a questo Cuba sa far fronte con grande competenza, con l’esperienza cumulata in oltre 60 anni di annichilimento delle operazioni CIA.
Il problema maggiore è l’accesso ai mercati internazionali e mai come ora questo è un problema serissimo. Gli Stati Uniti hanno ampliato il rischio per soggetti stranieri: l’Executive Order 14404 del maggio 2026 permette di colpire anche persone e istituzioni finanziarie non statunitensi che effettuino determinate operazioni con soggetti cubani sanzionati. L’OFAC avverte esplicitamente le banche straniere del rischio e già in passato banche europee sono state severamente multate per aver sostenuto transazioni finanziarie con Cuba (BNL – allora italiana ed oggi francese – su tutte). Ad oggi la OFAC ha emesso 24 multe a entità di paesi terzi per più di 4 miliardi di Dollari. Si tratta dunque di ridurre la dipendenza dagli organi finanziari internazionali governati dall’Occidente e ampliare quelli che sono a disposizione tramite Russia e Cina, così come va studiata la possibilità di ricorrere a prestiti a lungo termine con la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS e con crediti agevolati diretti con Pechino.

Significa provare a valorizzare le risorse in uomini e natura per disegnare un modello che conservi il carattere socialista ma che apra al mercato privato, unica possibile fonte per l’arrivo dei capitali necessari. Che sappia distinguere tra proprietà e gestione. Una economia mista non più rinviabile, dove la distribuzione in chiave socialista della raccolta di ricchezza pubblica, si giovi di una nuova dimensione produttiva con l’introduzione di capitali privati.
L’obiettivo è di ridurre fortemente le importazioni, riducendo con ciò l’efficacia delle sanzioni. Si tratta di rendere l’asfissia del blocco e delle sanzioni a ripetizione, il cui scopo è solo ed esclusivamente la caduta del sistema politico e l’inginocchiamento del Paese agli USA. Questo ha necessità di mettere in marcia politiche sul fronte energetico ed agricolo che puntino a sostenere la domanda interna di energia, alimenti e prodotti farmaceutici, senza la cui soddisfazione ogni processo di rimessa in moto dell’economia sarebbe destinato a fallire. Ma la chiave determinante è naturalmente la produzione di energia, senza la quale niente può funzionare. Magari nella modernizzazione delle centrali esistenti ma anche attraverso il decentramento delle forniture.
Quello che emerge in questi mesi, i più duri economicamente della sua storia di resistenza, è la certezza che quella da combattere nei prossimi mesi è una tappa decisiva per le sorti di Cuba.
Non si tratta più di mitigare quello o quell’altro effetto del blocco, bensì di opporsi alla caduta dell’isola nelle luride mani dei gusanos di cui Marco Rubio è servo e portatore d’interessi. Cuba già in passato ha dimostrato di saper rinnovare senza abiurare. Saprà trovare il nuovo cammino, sperimentare e correggere, agire e pensare allo sviluppo e non solo alla mera sopravvivenza di Cuba. Vedere di notte da Miami le luci dell’Avana, ascoltare la musica dell’allegria picara sarà il peggiore dei castighi per Rubio e i suoi padroni; la definitiva dimostrazione che potranno morire di nostalgia ma sull’isola non torneranno.

