USA e Brasile, la guerra non è solo dei dazi
L’ultima offensiva commerciale dell’amministrazione Trump contro il Brasile va ben oltre la tradizionale disputa sui dazi o sulle relazioni economiche bilaterali. L’imposizione di tariffe aggiuntive del 25% su migliaia di prodotti brasiliani esportati negli Stati Uniti è stata formalmente giustificata da Washington con una lunga serie di contestazioni, che spaziano dall’accesso al mercato dell’etanolo fino ai rapporti economici tra Brasilia e Pechino. Ma osservando più da vicino la documentazione diffusa dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), emerge come uno dei principali bersagli dell’iniziativa sia in realtà Pix, il sistema pubblico di pagamenti istantanei sviluppato dalla Banca Centrale brasiliana, diventato nel giro di pochi anni uno dei più grandi casi di successo mondiale nel settore dei pagamenti digitali.
È un fatto insolito che un’infrastruttura finanziaria nazionale diventi una delle motivazioni ufficiali di un provvedimento tariffario. Eppure proprio questo sta accadendo, alimentando in Brasile un’ondata di indignazione che coinvolge tanto il governo quanto l’opinione pubblica. Pix è stato lanciato nel novembre del 2020 dalla Banca Centrale del Brasile come piattaforma pubblica per i pagamenti elettronici istantanei. Il sistema consente a cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche di trasferire denaro in pochi secondi, ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, semplicemente utilizzando uno smartphone o qualsiasi dispositivo connesso a internet. A differenza delle tradizionali carte di credito e di debito, le transazioni sono gratuite per i privati e per gran parte delle piccole attività commerciali, mentre le commissioni applicate alle imprese risultano comunque nettamente inferiori rispetto ai circuiti tradizionali.
Il risultato è stato una crescita senza precedenti. Oggi oltre il 90% degli adulti brasiliani utilizza regolarmente Pix e il numero delle operazioni effettuate attraverso questa piattaforma ha ormai superato quello delle transazioni eseguite complessivamente con carte di credito e bancomat. Il sistema è inoltre obbligatoriamente integrato da tutte le istituzioni finanziarie autorizzate a operare nel paese, rendendolo di fatto un’infrastruttura nazionale di interesse pubblico.
È proprio questo modello ad aver provocato la reazione di Washington. Secondo l’USTR, la Banca Centrale brasiliana favorirebbe ingiustamente Pix imponendo alle banche di renderlo disponibile gratuitamente ai clienti e limitando le commissioni applicabili agli esercenti. Dal punto di vista americano, queste regole penalizzerebbero gli operatori statunitensi dei pagamenti elettronici.
Dietro questa contestazione emerge però un interesse economico assai più rilevante. Il successo di Pix sta infatti erodendo progressivamente la posizione dominante detenuta per decenni dai due colossi americani Visa e Mastercard. Il loro modello di business si fonda sul controllo delle reti attraverso cui transitano miliardi di pagamenti ogni giorno, consentendo di incassare commissioni estremamente redditizie su ogni transazione. L’arrivo di una piattaforma pubblica, efficiente e praticamente gratuita dimostra invece che è possibile realizzare un sistema di pagamenti digitali nazionale senza riconoscere una rendita permanente ai grandi circuiti privati internazionali.
Per Washington il problema non riguarda soltanto i ricavi delle due multinazionali. Con l’espansione di Pix diminuisce anche il peso delle piattaforme digitali statunitensi nel mercato brasiliano dei pagamenti e, soprattutto, la possibilità per le grandi aziende tecnologiche americane di accedere a una quantità enorme di dati finanziari generati dalle transazioni degli utenti. Informazioni che rappresentano ormai una risorsa strategica tanto quanto il denaro stesso, poiché alimentano servizi finanziari, algoritmi commerciali e nuovi prodotti digitali.
La questione assume inoltre una dimensione geopolitica ancora più ampia. Il modello brasiliano sta suscitando interesse in decine di paesi, soprattutto nel cosiddetto Sud Globale, che vedono nella realizzazione di sistemi nazionali di pagamento una possibilità concreta per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture finanziarie occidentali. Il Brasile ha già avviato accordi di cooperazione con numerose banche centrali straniere e si discute sempre più frequentemente della futura interoperabilità tra Pix e altri sistemi analoghi, come l’indiano UPI, all’interno dei BRICS o di altre piattaforme regionali.
Se questo processo dovesse consolidarsi, una quota crescente dei pagamenti internazionali potrebbe progressivamente transitare al di fuori dei tradizionali circuiti dominati da Visa, Mastercard e, indirettamente, dall’ecosistema finanziario statunitense. È uno scenario che si inserisce perfettamente nel più ampio processo di frammentazione dell’ordine economico globale e nella ricerca, da parte di molte economie emergenti, di strumenti alternativi all’egemonia finanziaria americana e alla centralità del dollaro.
L’offensiva commerciale arriva inoltre in un momento politicamente delicatissimo. Tra pochi mesi il Brasile sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente, con Luiz Inácio Lula da Silva favorito nei sondaggi contro Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. L’amministrazione Trump non ha nascosto la propria preferenza per il fronte bolsonarista, considerato più disponibile a riallineare il Brasile agli interessi strategici statunitensi, riducendo il peso della cooperazione con la Cina e limitando eventuali integrazioni di Pix con sistemi di pagamento sviluppati da paesi non occidentali.
Lo stesso Flávio Bolsonaro ha promesso, in caso di vittoria, un riavvicinamento a Washington e un ripensamento delle politiche economiche promosse dall’attuale governo. Tuttavia proprio l’intervento americano rischia di produrre l’effetto opposto. In Brasile Pix gode infatti di un consenso trasversale, essendo percepito come una conquista nazionale che ha ridotto i costi bancari per milioni di cittadini e piccole imprese. L’attacco proveniente dagli Stati Uniti viene quindi interpretato da molti come un’ingerenza diretta negli affari interni del paese e come un tentativo di difendere gli interessi delle grandi corporation finanziarie americane a discapito della sovranità economica brasiliana.
Resta comunque un elemento che merita attenzione anche tra coloro che guardano con favore all’esperienza di Pix. La diffusione dei pagamenti digitali accelera inevitabilmente il declino dell’uso del contante e riduce gli spazi di anonimato nelle transazioni quotidiane. Inoltre, la stessa infrastruttura potrebbe costituire in futuro la base tecnologica per una valuta digitale della banca centrale (CBDC), progetto già in fase sperimentale in Brasile. Una prospettiva che, in assenza di rigorose garanzie legislative sulla tutela della privacy e dei diritti individuali, potrebbe ampliare significativamente le capacità di controllo pubblico sui movimenti finanziari dei cittadini.
Al di là di questi interrogativi, la vicenda dimostra come la competizione internazionale non si giochi più soltanto sulle materie prime, sull’industria o sui dazi tradizionali. Le infrastrutture digitali dei pagamenti sono ormai diventate uno degli snodi centrali della competizione geopolitica del 21esimo secolo. Dietro lo scontro su Pix si intravede infatti una sfida ben più ampia: quella tra un ordine finanziario ancora imperniato sulle grandi reti private occidentali e un sistema multipolare nel quale sempre più stati cercano di riconquistare il controllo di uno dei nervi fondamentali della propria sovranità economica.

