Riyadh e il nuovo equilibrio nucleare
Gli Stati Uniti hanno cercato per anni di mandare in porto un accordo sul nucleare civile con l’Arabia Saudita e, per questa ragione, quello annunciato ufficialmente mercoledì appare a prima vista come un successo diplomatico e strategico di estremo rilievo per l’amministrazione Trump. Se gli operatori privati americani del settore hanno tutte le ragioni per celebrare l’evento, visto che si parla di progetti per svariati miliardi di dollari, i dettagli dell’intesa appena firmata e il nuovo contesto geopolitico modellato dalla guerra di aggressione contro l’Iran evidenziano però una chiara debolezza della posizione di Washington. Alcune condizioni cruciali che avevano sempre fatto parte del pacchetto in discussione sono state infatti lasciate cadere, a tutto vantaggio dei sauditi. Le priorità degli USA hanno d’altra parte a che fare con la rivalità cinese e la guerra contro l’Iran, ma, nella migliore delle ipotesi, i risultati ottenuti in questo senso grazie all’accordo con Riyadh saranno trascurabili o addirittura controproducenti.
L’intesa è tecnicamente un “123 Agreement”, ovvero va riferita alla Sezione 123 dell’Atomic Energy Act statunitense, che costituisce il presupposto legale per la cooperazione civile nel settore nucleare. Il documento, sottoscritto dal segretario all’Energia USA, Chris Wright, e dal suo omologo saudita, Abdulaziz bin Salman, insieme a un accordo bilaterale sulle garanzie nucleari, apre dunque la strada a una partnership pluridecennale. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione Trump è consentire alle aziende statunitensi di svolgere un ruolo centrale nello sviluppo del programma nucleare civile saudita, favorendo l’esportazione di tecnologia americana, la costruzione di reattori e il rafforzamento dei rapporti strategici ed economici tra i due paesi. L’accordo dovrà ora essere esaminato dal Congresso degli Stati Uniti, che dispone di 90 giorni per valutarlo ed eventualmente tentare di bloccarlo.
L’aspetto più controverso riguarda le condizioni imposte a Riyadh. A differenza del cosiddetto “gold standard” adottato nell’accordo nucleare civile tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti del 2009, il nuovo testo consentirebbe all’Arabia Saudita di sviluppare, a determinate condizioni, attività di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio e non impone l’adesione al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che prevede ispezioni più invasive e rigorose.
Secondo l’amministrazione americana, il partenariato manterrà comunque elevati standard di sicurezza e non proliferazione. Tuttavia, diversi esperti e parlamentari statunitensi ritengono che queste deroghe possano aumentare il rischio di proliferazione nucleare nella regione, anche alla luce delle precedenti dichiarazioni del principe ereditario, Mohammed bin Salman, che aveva affermato che il Regno avrebbe sviluppato capacità nucleari militari qualora l’Iran fosse arrivato a dotarsi della bomba atomica.
Anche i regnanti sauditi cercavano da tempo di lanciare ufficialmente un progetto nucleare civile, in primo luogo per diversificare le proprie fonti energetiche nel quadro della visione per lo sviluppo futuro del paese promossa dallo stesso principe ereditario. In buona parte, l’accordo porta a compimento i negoziati avviati dall’amministrazione Biden, ma un punto cruciale sembra essere venuto meno nella versione finale autorizzata da Trump, vale a dire la normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele in cambio della cooperazione sul nucleare. Mercoledì, al momento dell’annuncio dell’accordo, la regolarizzazione dei rapporti con lo stato ebraico non era stata menzionata, ma giovedì un post di Trump sul suo social Truth ha apparentemente ribaltato la situazione.
Secondo il presidente americano, l’interno accordo dipenderebbe invece proprio dal ristabilimento di relazioni diplomatiche formali tra i due paesi. Il cambio di rotta di Trump potrebbe dipendere, oltre che dalla totale confusione mentale di quest’ultimo, da pressioni della lobby sionista. Questa condizione era diventata però di fatto impraticabile con il genocidio palestinese scatenato dal regime di Netanyahu dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Per Riyadh è semplicemente impossibile accettare quanto era stato programmato con i cosiddetti “Accordi di Abramo”, ma l’evolversi della situazione in Medio Oriente in questi mesi ha fatto comunque in modo che gli Stati Uniti procedessero con l’intesa sul nucleare lasciando cadere quello che appariva in precedenza come un elemento centrale di essa.
Ciò ovviamente ha già creato profondi malumori a Tel Aviv. Se la versione iniziale dell’accordo dovrebbe essere quella definitiva, l’ambiente regionale diventerebbe potenzialmente molto diverso per Israele, che vedrebbe ancora molto lontano l’obiettivo di stabilire rapporti formali con l’Arabia e, allo stesso tempo, si ritroverebbe a convivere con un vicino che potrebbe disporre in teoria dei mezzi per costruire armi nucleari. Uno scenario che la dice lunga sul cambiamento delle priorità americane in Medio Oriente. Priorità, come si accennava all’inizio, che riguardano principalmente la competizione con la Cina – ma anche con la Russia – nel garantirsi i servizi, sul piano strategico, energetico e finanziario, del regime wahhabita.
La necessità di consolidare la partnership strategica con Riyadh in tempi brevi e, quindi, stralciando alcune condizioni chiave di un accordo sul nucleare civile, è peraltro la conseguenza della posizione più debole di Washington in Asia occidentale. Nello specifico, in conseguenza della clamorosa evidenza dell’inefficacia dell’ombrella della sicurezza americana, letteralmente distrutta da missili e droni iraniani. Trump ha dovuto così fare concessioni dolorose per tenere al guinzaglio i sauditi, i quali, comunque e proprio per l’indebolimento americano, finiranno comunque per diversificare ancora di più la propria politica estera.
Come già anticipato, l’Arabia Saudita potrà anche probabilmente costruire e impiegare impianti per l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Una condizione, quest’ultima, solitamente non prevista per i paesi che sviluppano il nucleare ad uso civile, in quanto molto controversa per il fatto che il processo in questione può in teoria essere dirottato a scopi militari. Una simile eventualità è in ogni caso vincolata a una valutazione tecnico-scientifica da parte dei due paesi, ma resta il fatto che la norma inserita a questo proposito nell’accordo risulta più favorevole a Riyadh rispetto alla versione negoziata in precedenza.
La mancata estensione del Protocollo aggiuntivo dell’AIEA prospetta a sua volta una serie di problemi per Washington. Il più immediato è da collegare all’Iran e a possibili future trattative che includano il programma nucleare della Repubblica Islamica. Il governo di Teheran è infatti stato soggetto alle rigorose ispezioni aggiuntive dell’agenzia dell’ONU, come previsto dal defunto accordo del 2018 (JCPOA), e il fatto che un’altra potenza mediorientale ne sia stata ora esentata renderà ancora più difficile l’accettazione di questi controlli da parte iraniana.
Qualche osservatore ha fatto notare come la concessione relativa al Protocollo aggiuntivo sia da ricondurre all’auspicio americano di coinvolgere maggiormente l’Arabia Saudita nella guerra di aggressione contro l’Iran. Da Teheran, tuttavia, non ci sono state finora reazioni particolarmente allarmate all’accordo, visto che non sembrano esserci indicazioni di una decisione saudita di rischiare ritorsioni devastanti in cambio dell’accordo sul nucleare stipulato con Washington.
Ad una prima analisi, quindi, è difficile individuare vantaggi sostanziali che gli Stati Uniti potrebbero garantirsi grazie all’accordo sul nucleare civile appena siglato con i regnanti sauditi. Israele vede complicarsi il clima strategico regionale, mentre la posizione negoziale della Casa Bianca nei confronti dell’Iran risulterà indebolita. Per non parlare del rischio potenziale di una proliferazione nucleare nella regione. Trump, in definitiva, è sembrato volere scommettere tutto per tenere l’Arabia Saudita ancorata all’orbita americana, ma proprio i termini dell’intesa stessa e le concessioni fatte raccontano di un regime già in grado di muoversi con un’ampia autonomia strategica. Non sarà perciò di certo un accordo che Riyadh vede legittimamente come una chiara vittoria a vincolare questo paese all’impero declinante o a chiudere le porte ormai ben spalancate ai progetti di sviluppo e integrazione multipolari che hanno il loro baricentro verso Oriente.

