Londra e i terroristi sbagliati
La giustizia britannica ha emesso una sentenza agghiacciante qualche giorno fa, fissando un pericolosissimo precedente nell’utilizzo dell’aggravante di “terrorismo” durante la fase in cui viene deliberata la durata della pena ai danni di uno o più condannati. Il processo in questione riguarda quattro attivisti dell’organizzazione Palestine Action (“Filton Four”), facenti parte di un gruppo più ampio che nell’estate del 2024 aveva fatto irruzione in un impianto della compagnia israeliana produttrice di armi, Elbit Systems, che fornisce al regime di Netanyahu droni e altri equipaggiamenti militari utilizzati, tra l’altro, nel genocidio palestinese a Gaza. Ai quattro condannati è stata appunto riconosciuta l’aggravante del “terrorismo” nonostante non fossero stati incriminati né riconosciuti colpevoli di questo crimine.
Nel sistema giudiziario anglosassone, il processo penale è diviso in due momenti separati: la fase della dichiarazione di innocenza o colpevolezza, che spetta solitamente a una giuria, e, a distanza di alcune settimane o mesi, quella della determinazione della pena da comminare ai condannati, che è invece responsabilità di un giudice. I quattro imputati erano stati riconosciuti colpevoli da una giuria lo scorso mese di maggio, al termine di un processo celebrato per la seconda volta perché nel primo caso non era stato possibile arrivare a una sentenza unanime riguardo al reato più grave contestato (danneggiamento criminale). Per quest’ultimo, la giuria del processo bis aveva così giudicato colpevoli i quattro giovani alla sbarra. Uno di loro è stato anche dichiarato colpevole di lesioni personali contro un’agente di polizia attraverso l’uso di una “mazza”.
Già di per sé questa condanna era oggettivamente insensata, poiché non teneva in considerazione che l’azione dei membri di Palestine Action era diretta contro una compagnia di fatto complice di un reato gravissimo – come quello di genocidio – riconosciuto oltretutto anche dalla giustizia internazionale. L’assenza di contesto è stata determinante in questo processo-farsa e la questione non è stata lasciata al caso. Infatti, in modo a dir poco scandaloso, agli imputati e ai loro legali era stato vietato di spiegare durante il dibattimento le ragioni alla base delle azioni – tra cui il danneggiamento di droni e altri armamenti – per cui gli imputati erano stati incriminati.
La parte peggiore doveva però ancora venire. Il giudice incaricato di presiedere al processo – Jeremy Johnson – aveva cioè già autorizzato la procura a chiedere l’aggravante per terrorismo in sede di determinazione della pena. E così è quindi avvenuto poco prima che lo stesso giudice Johnson emettesse il suo verdetto. In altre parole, il giudice e la procura hanno tenuto nascosto ai giurati la decisione già presa di trattare gli imputati come terroristi. Johnson, all’oscuro della giuria, aveva sostenuto di avere trovato elementi sufficienti a stabilire una “connessione terroristica” per i quattro attivisti, facendo riferimento alla “sezione 69” del “Sentencing Act” del 2020, che consente, in presenza di determinate circostanze, di trattare come atti di terrorismo crimini solitamente esclusi da questa categoria.
Il giudice Johnson ha affermato di essere arrivato a questa conclusione perché gli imputati hanno causato gravi danni alle proprietà della Elbit Systems con l’intento di “promuovere una causa politica o ideologica”. Perciò, è stato a suo dire possibile emettere una condanna in base a quanto stabilito dal “Terrorism Act” del 2000. In questo modo, le condanne stabilite risultano molto più lunghe e vi sono ulteriori pesanti restrizioni che verranno applicate al termine della pena. In totale, i quattro giovani dovranno scontare 26 anni di carcere, senza nessuno sconto prima di avere trascorso due terzi del totale in cella. La pena più lunga è stata disposta per il 23enne Samuel Corner (7 anni e 8 mesi). Dopo il rilascio, i quattro resteranno marchiati come “terroristi” per 15 anni, vedendosi costretti anche a sottostare a vari obblighi di sorveglianza speciale.
Le modalità con cui il giudice Johnson ha determinato le pene per i “Filton Four” corrispondono alle intenzioni del governo laburista del primo ministro, Keir Starmer. I processi tenuti negli ultimi anni contro gli attivisti di Palestine Action sono stati utilizzati per ratificare a livello legale il sostegno pressoché totale garantito da Londra alle azioni criminali e genocide del regime sionista. Qualsiasi critica contro quest’ultimo è stata repressa duramente, fino a essere messa fuori legge e, addirittura, equiparata al terrorismo. Le recenti condanne sono state anche un esempio per scoraggiare altri episodi simili in futuro.
Le stesse iniziative di Palestine Action sono servite a Starmer a dichiarare questa stessa organizzazione come “terroristica“. La contestatissima procedura aveva preso il via da un altro blitz degli attivisti pro-palestina contro una base dell’aeronautica militare britannica. La designazione ha di fatto messo fuori legge anche la semplice azione di esporre uno striscione a sostegno di Palestine Action. Infatti, centinaia di arresti sono stati fatti dalla polizia britannica nei mesi scorsi per questo “crimine”. La messa al bando era stata bocciata a febbraio da un tribunale di primo grado, ma proprio lunedì, con un’altra sentenza assurda, la Corte d’Appello di Londra ha dato ragione al governo.
Il verdetto contro i “Filton Four” rappresenta un punto di rottura potenzialmente decisivo verso il consolidamento di un sistema politico-giudiziario autoritario in Gran Bretagna. Decine di giuristi e avvocati hanno firmato appelli e petizioni in questi giorni per denunciare il governo e il giudice Johnson. Quello che è stato gettato in mare è “il principio fondamentale”, si legge in una delle numerose interviste rilasciate da coloro che hanno criticato la sentenza di venerdì scorso, “che non si dovrebbe essere condannati di un crimine per cui non si è stati incriminati”. Il giudice Johnson e la procura hanno in sostanza ottenuto un risultato che la giuria non avrebbe consentito se fosse stata messa al corrente delle loro intenzioni e di tutti gli elementi relativi ai fatti oggetto del processo.
Ci sono poi serissime implicazioni costituzionali nel bollare e condannare come “terroriste” azioni ritenute, in un sistema democratico, proteste legittime, anche se nel corso di esse si verificano danni materiali contro proprietà collegate al bersaglio delle manifestazioni stesse. In una lettera aperta scritta sempre in questi giorni si legge a questo proposito: “Sfumare la distinzione tra azioni dirette di disobbedienza civile e terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”. Resta infine anche la vergogna morale di un sistema politico e (pseudo-)legale che condanna giovani attivisti come terroristi difendendo di fatto, oltre a un regime criminale come quello israeliano, una compagnia che ha svolto e continua a svolgere un ruolo determinate nel rendere possibili crimini come genocidio e molto altro.
Elbit Systems non è infatti un fornitore di armi qualsiasi per le forze di occupazione sioniste, ma è il maggiore appaltatore privato della “difesa” in Israele, dal momento che produce circa l’85% delle attrezzature terrestri e dei droni che esse utilizzano. Velivoli senza pilota come i famigerati Hermes o quelli “suicidi” come il Lanius sono tra gli strumenti più utilizzati nei massacri sistematici di civili nella striscia. Bombe e proiettili di artiglieria impiegati per radere al suolo qualsiasi edificio a Gaza sono a loro volta realizzati in buona parte da Elbit. Le sentenze della giustizia britannica di questi giorni non sono dunque soltanto un attacco ai principi democratici, ma anche una dichiarazione esplicita di sostegno totale alla macchina da guerra israeliana responsabile del tentativo di pulizia etnica in corso nei territori palestinesi.

