Teheran frena Trump e Netanyahu
I bombardamenti reciproci delle ultime ore tra Iran e Israele sono rapidamente diventati la minaccia maggiore alla pseudo-tregua sottoscritta a inizio aprile tra Washington e Teheran. Lunedì pomeriggio, la pericolosa escalation è sembrata almeno temporaneamente fermarsi, scongiurando per il momento il riaccendersi di una guerra su vasta scala. A risultare decisivo è stato l’intervento della Casa Bianca, da dove Donald Trump sembra voler cercare ancora una volta di limitare lo scontro, secondo la versione ufficiale anche a rischio di incrinare il rapporto con il premier-criminale di guerra israeliano Netanyahu. Vista la natura delle relazioni tra i due alleati, è tuttavia quanto meno dubbio che quest’ultimo si muova senza coordinarsi con gli USA, ma, al di là delle dinamiche tra i due leader, l’obiettivo del regime sionista resta quello di chiudere definitivamente qualsiasi spiraglio diplomatico tra Stati Uniti e Repubblica Islamica.
Questo nuovo capitolo della crisi in Medio Oriente si era aperto dopo il bombardamento israeliano di Dahiyeh, un sobborgo di Beirut densamente popolato, nonostante l’avvertimento iraniano che ulteriori operazioni nella capitale libanese avrebbero fatto scattare una dura risposta contro Israele. Le forze di Teheran non hanno infatti perso tempo e nella notte tra domenica e lunedì hanno lanciato vari missili nel nord del territorio dello stato ebraico. Fonti militari israeliane hanno assicurato che tutti gli ordigni sono stati abbattuti, ma le immagini e le testimonianze circolate in rete hanno seccamente smentito la versione ufficiale.
Il rischio di veder saltare i negoziati in corso con la mediazione del Pakistan ha messo in allarme la Casa Bianca, così che Trump si è esposto pubblicamente per cercare di mettere un freno a Netanyahu. In un post sul suo social Truth, il presidente americano ha allora invitato il premier israeliano a non rispondere ai missili iraniani. Netanyahu non ha però riflettuto molto sull’invito di Trump e poco dopo ha ordinato a sua volta una serie di bombardamenti contro l’Iran, lanciati dai propri caccia posizionati al di fuori dello spazio aereo della Repubblica Islamica.
Da qui sono partite altre operazioni da entrambe le parti. Le sirene sono suonate in varie località dei due paesi, incluse le rispettive capitali, Teheran e Tel Aviv. Tra i vari obiettivi colpiti figura un complesso petrochimico nella città iraniana di Mahshahr e un impianto simile a Haifa. Trump, da parte sua, ha insistito nel rivendicare il controllo della situazione. In un’intervista al Financial Times ha spiegato che, in ultima analisi, Netanyahu dovrà accettare un eventuale accordo tra USA e Iran, visto che, in definitiva, è lo stesso presidente americano a “condurre i giochi”.
Lo scambio di missili è in ogni caso proseguito, con il risultato di un’altra umiliazione pubblica per il presidente americano. Le autorità di Teheran hanno da parte loro moltiplicato gli avvertimenti circa la determinazione ad alzare il livello dello scontro, anche includendo tra gli obiettivi i regimi alleati di Washington nella regione e le rispettive “infrastrutture critiche”. A questo punto, la Casa Bianca e il Pentagono hanno probabilmente fatto pervenire a Tel Aviv un messaggio chiaro sul fatto che gli Stati Uniti non avrebbero appoggiato Israele, quanto meno politicamente, in un’escalation militare con la Repubblica Islamica. Nel primo pomeriggio di lunedì, così, il regime sionista ha annunciato lo stop dei bombardamenti contro l’Iran, “dietro richiesta dell’amministrazione Trump”.
Lo stesso hanno fatto le forze armate iraniane, che si sono però premurate di ricordare a Israele che le operazioni ricominceranno in caso di ripresa degli attacchi delle forze di occupazione in Libano. L’abbassamento delle tensioni appare solo temporaneo, visto infatti che Israele ha subito precisato che a breve riprenderà l’offensiva contro Hezbollah nel paese dei cedri. Le pressioni americane su Netanyahu sono arrivate forse anche in seguito alla minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb e l’annuncio del governo di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen circa l’interdizione al passaggio delle navi israeliane nel Mar Rosso. Le forze di Ansarallah avrebbero anche lanciato missili contro una base militare USA in territorio saudita. Davanti al rischio non solo di una ripresa delle ostilità, ma anche di un allargamento drammatico della guerra, Trump ha con ogni probabilità cercato di riportare la situazione al di sotto del livello di guardia, così da evitare un’accelerazione dell’instabilità economica globale.
La strategia di Netanyahu resta comunque quella di provocare l’Iran, intensificando gli attacchi in Libano, in modo da rendere impossibile per la Casa Bianca astenersi dal riprendere le operazioni militari su vasta scala. È ovvio che il premier israeliano punti sull’influenza della lobby sionista a Washington e la perfetta sintonia con il regime sionista della galassia neo-con negli Stati Uniti. Per Trump, in sostanza, il sentiero è sempre più stretto per evitare un’umiliazione storica o una crisi economica che distruggerebbe la sua presidenza. Anche la favola di un’Iran in affanno sotto l’effetto del blocco navale in vigore e non in grado di sostenere questa situazione a lungo minaccia di ritorcersi contro il presidente.
Il governo di Teheran non solo non ha abbassato i toni in questi giorni, ma continua a mostrare nei fatti che ha il controllo della situazione. Netanyahu ha provato a boicottare i negoziati tra USA e Iran, ma, dopo il bombardamento di Beirut, la Repubblica Islamica ha dato seguito alle minacce e la Casa Bianca ha alla fine declinato di intervenire a fianco dell’alleato, per convincerlo al contrario a piegarsi e ad assecondare le richieste di Teheran. Le mosse iraniano sembrano ben calibrate per evitare che le iniziative graduali dei nemici finiscano per erodere il deterrente costruito in questi mesi. Nessun attacco o provocazione resterà cioè senza risposta.
A complicare ancora di più le cose per Trump, va ricordato che ad ogni tappa del confronto in atto l’Iran sembra spostare sempre più in là le proprie linee rosse, costringendo Washington e Tel Aviv a dovere scegliere l’alternativa meno onerosa, ma rimandando soltanto una decisione definitiva per uscire dallo stallo. Come ha fatto notare a questo proposito l’accademico iraniano-americano, Trita Parsi, i missili iraniani di domenica notte contro Israele hanno segnato uno spartiacque storico in Medio Oriente. Per la prima volta, una potenza regionale ha mostrato la forza di mettere in atto un’azione militare volta a contrastare l’aggressione sionista contro un paese terzo. Si tratta appunto di una circostanza virtualmente senza precedenti che, se non altro, dovrebbe spingere molti negli USA e in Israele a chiedersi se l’Iran rischierebbe di esporsi in questo modo se non fosse convinto delle proprie capacità di sostenere uno scontro prolungato e a tutto campo con i due nemici.
L’Iran ha insomma alzato la posta in gioco cambiando l’equazione strategica in Medio Oriente. Se una componente qualsiasi dell’Asse della Resistenza è sotto attacco, Teheran si riserva il diritto di rispondere, senza restrizioni legate ai limiti geografici. Il caso del Libano e di Hezbollah è evidentemente quello più rilevante, visto che USA e Israele stanno cercando in tutti i modi di sganciare questo fronte da quello iraniano, sia attraverso l’offensiva militare sionista sia per mezzo dei negoziati-farsa tra i governi di Beirut e Tel Aviv con la mediazione americana.
Gli ultimi sviluppi della crisi, anche se l’escalation di domenica è momentaneamente rientrata, confermano dunque come le probabilità di una soluzione diplomatica alla guerra di aggressione scatenata da USA e Israele il 28 febbraio scorso stiano diminuendo in fretta. Trump, se realmente intende assicurarsi una “exit strategy” percorribile, dovrà fare molto di più di una telefonata per impedire a Netanyahu di precipitare la regione nuovamente nel caos. Anche perché l’Iran, come ha ribadito lunedì il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, ritiene che lo stato ebraico agisca in collaborazione con Washington e respinge perciò la tesi che vorrebbe Netanyahu svincolato e non sottoposto al controllo americano. La palla è quindi nel campo della Casa Bianca e solo all’amministrazione Trump toccherà scegliere se fare un passo indietro o assecondare la follia distruttiva sionista – ampiamente rappresentata all’interno della sua stessa amministrazione – e andare incontro a una guerra rovinosa dalle conseguenze incalcolabili.

