L’ombra lunga della “false flag” siriana
A distanza di otto anni dall’episodio che avrebbe dovuto fornire la prova definitiva dei crimini del governo siriano di Bashar al-Assad contro il proprio popolo, la macchina della propaganda bellica occidentale subisce un nuovo, pesante smacco. Il caso è quello del presunto attacco chimico di Douma dell’aprile 2018, che all’epoca scatenò una furiosa ondata di condanne internazionali e bombardamenti mirati da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro obiettivi governativi siriani. L’artefice della crepa nel racconto ufficiale è Brendan Whelan, ex investigatore dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), il quale, grazie a un verdetto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) dello scorso primo maggio, ha finalmente ottenuto piena soddisfazione. L’ILO ha infatti condannato l’OPCW a pagargli danni morali e legali, riabilitandolo dopo anni segnati da ostracismo e diffamazione pubblica.
La sentenza dell’ILO, organismo arbitrale indipendente con giurisdizione sulle controversie di lavoro presso le agenzie ONU, non rappresenta soltanto una vittoria personale per Whelan. Essa riapre un capitolo oscuro della recente storia mediorientale, gettando luce su un meccanismo di manipolazione che vide l’OPCW – organismo deputato a vigilare sul rispetto delle convenzioni internazionali – trasformarsi in complice di una narrazione bellica costruita a tavolino. Una narrazione che, come dimostra l’analisi dei fatti e la successiva ricostruzione giudiziaria, serviva a legittimare le manovre messe in atto per rovesciare il governo di Assad, culminate poi, nel dicembre 2024, con l’insediamento a Damasco dell’ex capo di al-Qaeda, Abu Mohammad al-Julani.
Tutto iniziò il 7 aprile 2018, quando i social media furono inondati da immagini agghiaccianti provenienti dalla città di Douma, nella campagna di Damasco. Video e fotografie mostravano decine di corpi senza vita, accatastati in abitazioni private, con schiuma alla bocca, sintomo classico dell’esposizione a un agente nervino come il sarin. La macchina della propaganda si mise immediatamente in moto: l’organizzazione non governativa Syrian American Medical Society (SAMS), finanziata dagli Stati Uniti, attribuì la responsabilità al governo, seguito a ruota dagli attivisti dei famigerati Caschi Bianchi, anch’essi finanziati dall’Occidente.
Le prove materiali consistevano in due bombole di colore giallo. Secondo la ricostruzione degli attivisti, erano state sganciate da elicotteri dell’esercito regolare su due edifici separati. La prima bombola avrebbe sfondato un patio in cemento armato, creando un cratere ma restando incastrata grazie ai ferri dell’armatura, rilasciando poi nei piani inferiori il gas letale che avrebbe ucciso 43 persone. La seconda bombola avrebbe invece forato il tetto di un altro edificio, rimbalzato contro una parete per poi andare dolcemente a posarsi su un letto a tre metri di distanza. Una dinamica che, a dir poco, lasciava spazio a parecchi dubbi.
A fare chiarezza sui fatti fu inviata una missione di accertamento dell’OPCW, guidata proprio da Brendan Whelan. Gli investigatori raccolsero campioni ambientali e di plasma dalle vittime per verificare l’eventuale presenza di sarin. I risultati furono inequivocabili: nessuna traccia dell’agente nervino. L’attenzione si spostò allora sulla possibilità che fosse stato utilizzato cloro, un gas tossico industriale.
Ma anche questa pista si rivelò un vicolo cieco. Un rapporto tossicologico commissionato da Whelan a esperti tedeschi e datato 6 giugno 2018 stabilì che i sintomi osservati sulle vittime – in particolare la schiuma alla bocca – non erano compatibili con l’esposizione al cloro. Il documento spiegava che tale sintomatologia non si sarebbe manifestata nelle poche ore intercorse tra il presunto attacco e la ripresa dei video. Inoltre, il cloro è letale solo a dosi molto elevate e, a differenza del sarin, non uccide all’istante. Le vittime avrebbero avuto quindi tutto il tempo per abbandonare l’edificio colpito.
A generare ulteriori dubbi fu poi un’analisi ingegneristica del 27 febbraio 2019, condotta da un altro ispettore dell’OPCW, Ian Henderson. Lo studio dimostrò che i danni riportati dalle bombole e dai crateri non erano compatibili con uno sgancio da elicottero. La bombola poggiata sul patio, in particolare, non mostrava i segni di un impatto violento contro il cemento armato, poiché la parte anteriore non era schiacciata, né vi erano tracce di interazione con i ferri dell’armatura. Al contrario, la dinamica dei danni suggeriva che la bombola fosse stata posizionata a mano, dopo che il foro nel solaio era stato probabilmente creato da un colpo di mortaio o da un razzo. Lo stesso valeva per la seconda bombola, la cui valvola non avrebbe potuto in nessun modo rimanere intatta se la dinamica dei fatti fosse stata quella della versione ufficiale. Inoltre, non vi era incredibilmente nessun segno sulla parete dove la bombola era rimbalzata prima di finire su un letto dalla parte opposta della stanza.
La conclusione del rapporto fu lapidaria: era “altamente probabile” che entrambe le bombole fossero state posizionate manualmente, piuttosto che sganciate da un aeromobile. In altre parole, la scena era stata manipolata. Forte di queste evidenze, Whelan scrisse allora la bozza del rapporto preliminare dell’OPCW. Il documento concludeva che non esistevano “prove sufficienti” per affermare con certezza che un attacco chimico avesse avuto luogo, e che erano necessarie ulteriori indagini. La bozza includeva i dati della tossicologia e le perplessità ingegneristiche rilevate.
Ma quella che Whelan aveva consegnato non era la versione che l’OPCW intendeva diffondere pubblicamente. Un funzionario ignoto riscrisse il rapporto, eliminando ogni riferimento alle scomode evidenze scientifiche. Il nuovo testo, pubblicato come rapporto “ad interim” il 6 luglio 2018, rovesciava le conclusioni: “Il team ha a questo punto prove sufficienti per determinare che il cloro sia stato verosimilmente rilasciato dalle bombole”. La frase descriveva una menzogna, che non trovava riscontro nei dati raccolti. Solo grazie alle veementi proteste di Whelan, quella frase venne rimossa dalla versione definitiva pubblicata lo stesso giorno. Ma il danno ormai era fatto e l’OPCW inserì comunque nel rapporto finale del primo marzo 2019 una formula generica che lasciava intendere la colpevolezza di Damasco.
A quel punto, iniziò la resa dei conti interna. Il direttore generale dell’OPCW, Fernando Arias, invece di correggere il tiro e ripristinare la verità fattuale, addossò a Whelan la responsabilità per la successiva fuga di notizie del rapporto ingegneristico. Arias lo sospese da ogni incarico futuro, lo denunciò pubblicamente affermando che le sue “conclusioni sono erronee e sbagliate”, e ne distrusse la reputazione professionale. La motivazione formale fu la violazione dei protocolli di riservatezza.
Whelan, tuttavia, si rifiutò di accettare passivamente gli attacchi nei suoi confronti. Si rivolse a un team legale e all’ILO, che ha giurisdizione per dirimere le controversie di lavoro nelle organizzazioni internazionali. Il giudizio, arrivato sette anni dopo i fatti, è stato senza appello: nessuna violazione del codice di condotta era stata commessa da Whelan. L’ILO ha così annullato il provvedimento disciplinare e condannato l’OPCW al pagamento di un risarcimento per i danni morali e le spese legali.
La vicenda di Douma non fu un episodio isolato. Si inserì piuttosto in una strategia consolidata di “false flag” orchestrata da intelligence occidentali e di paesi alleati in Medio Oriente per delegittimare il governo siriano e forzare un intervento militare internazionale. Già nell’agosto 2013, un attacco chimico nella periferia di Damasco (Ghouta) aveva ucciso centinaia di civili, fornendo il pretesto per un bombardamento che il presidente Obama ordinò e poi annullò all’ultimo momento. La “linea rossa” tracciata da Obama – l’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano – era infatti la leva perfetta per giustificare una guerra di aggressione.
A rendere tutto ciò possibile fu la più costosa operazione della storia della CIA, nota come “Timber Sycamore”. Inaugurata nel 2011, prevedeva il finanziamento e la fornitura di armi a gruppi insurrezionali, inclusi quelli legati ad al-Qaeda, per rovesciare Assad, considerato un ostacolo alla proiezione degli interessi israelo-americani. Il tutto mentre i media occidentali, e con loro l’OPCW, fornivano la necessaria copertura propagandistica.
Quella operazione arrivò a compimento nel dicembre 2024, quando gli stessi apparati di intelligence che avevano fomentato la “rivoluzione” nel 2011 aiutarono Hayat Tahrir al-Sham (HTS), la ex filiale di al-Qaeda Siria, a entrare finalmente a Damasco. Il suo leader, Abu Mohammad al-Julani, si auto-proclamò presidente e in seguito sarebbe stato rapidamente sdoganato dall’Occidente, fino a essere ricevuto addirittura alla Casa Bianca nel novembre 2025.
Whelan, nel frattempo, ha restituito la verità storica a quei 43 civili uccisi a Douma, vittime non di un attacco chimico del governo, ma, quasi certamente, di una carneficina compiuta da gruppi armati dell’opposizione per usarne i corpi come materiale di scena nella più colossale messinscena propagandistica dei nostri tempi. Il costo dell’intera operazione siriana? 600.000 morti, milioni di profughi, un paese ridotto in macerie e un nuovo regime qaedista ripulito dalla propaganda occidentale.

