Bombe sugli ospedali, il marchio di Washington
Il bombardamento sistematico delle infrastrutture sanitarie iraniane da parte di Stati Uniti e Israele rappresenta un’escalation che conferma drammaticamente il totale disinteresse dei due paesi aggressori per il diritto internazionale umanitario. A spiegare i dettagli e le circostanze di questi crimini, scaturiti dall’aggressione illegale scatenata il 28 febbraio scorso, è una recente inchiesta pubblicata dalla testata on-line Mint Press News che ricostruisce non solo quanto avvenuto nelle ultime settimane in Iran, ma anche un lungo e documentato precedente storico.
Secondo quanto riportato dall’autore dell’articolo, il giornalista Alan MacLeod, e sulla base dei dati forniti dalla Mezzaluna Rossa iraniana, in poco più di un mese di attacchi aerei sono stati colpiti almeno 307 centri sanitari in tutto il paese. Questi ultimi non sono danni collaterali, ma rientrano in una strategia deliberata, ovvero la distruzione mirata della capacità sanitaria nazionale.
Tra i casi più emblematici vi è quello del Gandhi Hotel Hospital, nella parte settentrionale di Teheran, colpito ripetutamente tra l’1 e il 2 marzo. La struttura, completata nel 2009 e considerata un’eccellenza della medicina iraniana, è stata devastata da raid che hanno distrutto reparti cruciali come terapia intensiva e unità neonatale. Le immagini diffuse mostrano un edificio sventrato, piano dopo piano, mentre all’interno si trovavano pazienti e personale sanitario, in pieno Ramadan.
Pochi giorni dopo, l’11 marzo, un altro attacco ha colpito il Persian Gulf Martyrs Educational and Medical Center a Bushehr, danneggiando gravemente attrezzature e infrastrutture. In condizioni di emergenza, i pazienti sono stati trasferiti in altre strutture, nonostante il timore di ulteriori bombardamenti a distanza ravvicinata, una pratica già osservata in altri contesti di questa e altre guerre.
Il 21 marzo è stata la volta dell’Imam Ali Hospital di Andimeshk, unico ospedale della città, ridotto a un cumulo di macerie. I pazienti sono stati evacuati verso altre città, con conseguenze inevitabili sulla continuità delle cure. Secondo le autorità sanitarie iraniane, anche centri di primo soccorso, sedi della Mezzaluna Rossa e istituti di ricerca come il Pasteur Institute sono stati colpiti e distrutti.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha lanciato un appello alla comunità internazionale e alle principali organizzazioni sanitarie globali, chiedendo una presa di posizione su quella che ha definito una grave violazione dei principi umanitari. Tuttavia, sottolinea Mint Press News, la copertura mediatica occidentale su questi eventi è stata estremamente limitata.
Ma l’aspetto più rilevante dell’inchiesta è forse il contesto storico in cui questi attacchi vengono inseriti. Secondo MacLeod, gli Stati Uniti avrebbero colpito infrastrutture sanitarie in almeno 16 Paesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, delineando così una prassi tutt’altro che episodica.
Tra i precedenti più recenti, vengono citati i bombardamenti in Yemen contro l’ospedale oncologico Al Rasool Al-Azam, colpito più volte nel corso del 2025. In Siria, nel 2017, un ospedale a Raqqa fu oggetto di una ventina di attacchi, con l’impiego di munizioni al fosforo bianco e decine di vittime civili.
Ancora più noto è il caso dell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, in Afghanistan, distrutto nel 2015 durante l’amministrazione Obama: un attacco che provocò almeno 42 morti e che, secondo un’inchiesta interna, fu portato a termine nonostante le obiezioni degli stessi operatori militari coinvolti.
L’elenco si estende ulteriormente nel tempo: dalla distruzione di strutture sanitarie in Iraq durante le guerre del Golfo, agli attacchi in Jugoslavia negli anni Novanta, fino al bombardamento della fabbrica farmaceutica Al-Shifa in Sudan, che secondo stime diplomatiche avrebbe causato indirettamente decine di migliaia di morti per la conseguente carenza di medicinali.
Ancora prima, negli anni Ottanta e Settanta, episodi simili si sono verificati in America Centrale, nel Sud-Est asiatico e durante la guerra di Corea, dove centinaia di ospedali furono rasi al suolo. In Laos, il bombardamento sistematico del territorio includeva anche strutture sanitarie, mentre in Vietnam il Bach Mai Hospital di Hanoi fu colpito ripetutamente.
In questo quadro, il ruolo di Israele appare tutt’altro che marginale. Mint Press News ricorda come le operazioni militari israeliane abbiano colpito sistematicamente il sistema sanitario palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza, dove gran parte degli ospedali è stata danneggiata o distrutta. Vengono citati anche episodi di violenze dirette contro personale medico e strutture sanitarie, oltre agli attacchi recenti in Libano, che hanno causato la morte di decine di operatori sanitari.
L’attuale offensiva contro l’Iran si inserisce in una strategia più ampia di destabilizzazione e pressione politica, che comprende sanzioni economiche, operazioni clandestine e supporto a movimenti interni di opposizione. Nel complesso, il quadro delineato è quello di una continuità operativa che attraversa decenni e amministrazioni diverse, al di là delle appartenenze politiche dei leader di USA e Israele. Il bombardamento di ospedali e infrastrutture sanitarie, vietato dalle convenzioni internazionali, emerge dunque come una pratica ricorrente piuttosto che un’eccezione.
Questa dinamica non rappresenta soltanto una grave violazione del diritto umanitario, ma mette in discussione l’intero sistema di regole che dovrebbe limitare la guerra. Colpire ospedali significa colpire i civili nel momento della loro massima vulnerabilità. E quando questa pratica diventa sistematica, non è più possibile parlare di errori o incidenti: si tratta di una scelta deliberata. Una scelta che, ancora una volta, conferma come Stati Uniti e Israele operino al di fuori dei vincoli del diritto internazionale, trasformando norme condivise in semplici dichiarazioni di principio prive di reale efficacia.

